Nella mia vita ho vissuto dei momenti ad elevato rischio, ho patito alcune aggressioni e quello che fu classificato come attentato il quale in realtà era una aggressione con aggiunta di fiamme ma, posso affermare con assoluta consapevolezza, che il danno peggiore lo hanno fatto le “maledette malelingue” rinforzate da un squisita tecnica psicologica supportata da chi utilizzava i fregi dello Stato.
Danno che ancora oggi patisco insieme alla mia numerosa Famiglia e che si reitera ogni volta che acquisisco una credibilità testimoniale.
Appartengo a quella generazione cresciuta anche con la voce di Ivan Graziani e con le sue canzoni, una delle quali si intitolava proprio “maledette malelingue”. Talmente esaustiva nel significato del termine da non meritare altro che l’ascolto ancora oggi per comprenderne soprattutto il significato emotivo.
La strategia psicologica attivata per delegittimare una persona, parte di una amministrazione dello Stato o da queste provieniente, nel momento un cui diventa parte offesa o testimone in fatti eversivi o tipici degli “apparati” (termine che poco amo ma rende l’idea) è quella del fargli terra bruciata intorno. Iniziando nel suo ambiente di lavoro, dai suoi colleghi, da tutto quanto lo rinforza o lo salda al reparto per esempio oppure alla funzione e, questo, lo vediamo in ciò che è accaduto nel 1986 durante la mia vita in uniforme; ovvero quando rapportai il contenuto di una riunione in cui si stava preparando la strada al vettore di quel nuovo modello di destabilizzazione del quale ho parlato e su cui scriverò ancora.
Accadde che da giovane militare in carriera, da paracadutista, da “maschio tutto di un pezzo”, da sportivo praticante la lotta libera, da belloccio apprezzato dalle donne, da operatore con note caratteristiche eccellenti ed encomi per qualità operative e morali, fui trasformato sulla base di due righe di una informativa e di molta paglia sul fuoco in un “omosessuale nullafacente”.
Prima la diffusione di voci in caserma, poi le false accuse ed in pochissimo tempo riuscirono a fare il vuoto intorno, quella terra bruciata tipica dell’isolamento indotto. Se, poi, in un ambiente machista come lo era quello dei paracadutisti dell’epoca, indicare un collega come omosessuale rappresentava proprio l’emento di frattura della tipica e solida fratellanza di reparto e di quella reicproca fierezza dell’appartenza alla Folgore.
Quanto sopra sfruttando sostanzialmente alcuni fattori ad iniziare dalla credibilità della fonte erogante la falsa notizia, ovvero un collega o comunque un soggetto i cui fregi sono simbolo di fiducia, di credibilità sociale, di identificazione. Fatto questo, “seminata la paglia”, il fuoco si accenderà in modo spontaneo tramite i singoli soggetti che ricevono la notizia, tra coloro i quali semplicemente la ignoreranno perchè consapevoli delle qualità di chi si parla e coloro che, invece, per invidia o per piccoli rancori inelaborati, rappresenteranno la fiamma e quel fuoco si trasformerà in un incendio alimentato di voce in voce con ulteriori falsità tra chi dirà addirittura “è vero l’ho visto” oppure chi inventerà anche dei particolari apparentemente credibili come “ci ha provato anche con me” e cose di questo genere; parole mai espresse nella notizia originale ma aggiunte proprio da quella giostra del “dice che” e del classico “vedrai vedrai qualcosa ci sarà” perchè se lo dicono mille voci sarà vero quando, in realtà, la voce è una sola ripetuta per mille e ad ogni passaggio vi è un carico aggiunto.
Quando dimostrai falso tutto questo servì a ben poco, perchè il fango del falso rimane radicato nella collettività, paradossalmente proprio per dimostrarlo tale mentre, se avessi semplicemente detto che quel carico di fregnacce era vero, avrei probabilmente ottenuto l’oblio in poco tempo e dopo aver lasciato l’uniforme mi sarei dato altre opportunità invece di persistere nella ricerca della mia innocenza per così tanti anni, con l’ulteriore paradosso di ascoltare l’altra tipica espressione del fango, ovvero il classico “ma, sarà”.
Sembra di parlare di faccende da bigodino sotto il casco, di corna o di soubrette rifatte quando, invece, si parla del periodo in cui ancora non esisteva la uno bianca ma si stava costruendo quel vettore in forza del quale, anche la banda della uno bianca, fu utile alle esigenze strategiche ed eversive di quel nuovo modello di destabilizzazione che stimolò la fase embrionale della operazione falange armata.
Se osserviamo l’elevato numero di false accuse che ho patito da quel momento e della contestuale divulgazione di voci, sempre con la stessa tecnica e soprattutto chirurgiche perchè aderivano alla mia attività professionale, possiamo riconoscere i tratti di una psicologia induttiva tale da sfruttare l’ignoranza sociale e trasformarla in una risorsa offensiva e interdittiva contro il soggetto testimoniale e, proprio questa, è una prerogativa della propaganda.
La propaganda di quel nuovo modello di destabilizzazione non va confusa con la “promozione o il proselitismo” di un ideologia sovversiva, perchè mira invece alla strumentalizzazione della struttura di pensiero delle persone, alle difese adottate dai singoli e dalla collettività nelle resistenze contro la presa di coscienza di una responsabilità o di una realtà troppo dolorosa, alle dinamiche sociali protese alla necessità di un nemico, di una persona, di una entità, di un qualcosa da considerare l’ unico responsabile o su cui proiettare proprio quella fuga dalla realtà che caratterizza la gran parte della gente.
Il nuovo modello di destabilizzazione che si è attivato nel 1986, con il supporto tattico psicologico della falange armata, ha mutato radicalmente la psicologia collettiva verso l’interpretazione del terrorismo e della eversione.
Perchè gli anni di piombo in particolare, ci avevano abituati a riconoscere le sigle eversive, gli schieramenti ideologici, la lotta armata di destra e di sinistra, le rivendicazioni lateralizzate che, in ogni caso, miravano allo “Stato”.
Dal 1986 in poi, anche con la uno bianca, il vettore della propaganda del terrore aveva perduto queste caratteristiche perchè mancavano i riconoscimenti dell’eversione, il riconoscimento tipico del terrorismo contro lo Stato mente, nella popolazione, si iniziava a percepire il messaggio che l’obiettivo non era lo “Stato” ma la gente comune, il popolo, coloro uccisi anche solo per un commento o per essersi trovati per caso nel corso di una rapina di fronte ai criminali, ove in questi ultimi vi era il desiderio di seminare la morte senza un motivo legato al reato, ove la morte data in quel modo era sostanzialmente un veicolo di propaganda psicologica e, non, eliminare un testimone o guadagnare una via di fuga.
La progaganda in tal senso ha sfruttato i singoli conflitti interni alla Questura, alle caserme dei Carabinieri e nella Procura di Bologna, tanto da rappresentare un ulteriore ostacolo per riconoscere in tempi utili sia gli autori che chi usufruiva del vettore uno bianca oltre la banda Savi o insieme a loro.
Ancora oggi quella stessa propaganda riesce a condizionare la collettività, utilizzando lo stesso metodo dello sfruttamento dei meccanismi sociali e delle dinamiche individuali, anche dicendo che “il Piselli avrà fatto un sacco di soldi nel vendersi i segreti” come hanno provato a fare.
Oppure, e questo mi addolora, indurre a credere che “il Piselli si è inventato il trauma della figlia per raccattare soldi” fino al classico ritorno verso il “mitomane” o il “millantatore” ormai scaduto in realtà ma meglio mantenere la paglia sul fuoco perchè, vedrai vedrai un incendio prima o poi scoppierà.
Il paradosso finale consiste nel fatto che nessuno crede che, in realtà, viviamo in Francia ove siamo residenti ed avendo perduto la residenza italiana non abbiamo più diritto nè alla sanità gratuita nè all’assegno unico per 5 figli, mentre non abbiamo ancora nessuna di queste opportunità dalla Francia e siamo sostanzialmente privi di tutto, pagandoci ogni cosa, anche sanitaria laddove occorra.
Per cui, sembrando impossibile quanto sopra perchè è certamente una scelta coraggiosa per offrire un futuro ai propri figli rispetto a quanto pativamo in Italia, ha più spazio il “dice che” e quel “vedrai vedrai” più aderente alla struttura di pensiero della collettività, sulla quale la propoganda investe ed ottiene, sempre, soddisfazione.
Occorre quindi riflettere anche quando assistiamo alle interviste di Roberto Savi sulle reti nazionali, oppure laddove i casi di cronaca sono dibattuti come un format popolare e riescono addirittura a mutare le sentenze ed i percorsi investigativi; perchè se la propaganda ha raggiunto il nostro pensiero critico significa che ne facciamo parte, soprattutto nel momento in cui invece di concentrarci sul caso, esprimiamo le nostre considerazioni sulla personalizzazione del soggetto di turno tra indagati testimoni o addirittura le vittime.
La personalizzazione porta a mistificare la realtà del quadro d’insieme e questa forma di tatticismo psicologico soddisfa soprattutto l’esigenza dei singoli di radicarsi a quelle classiche espressioni che iniziano con “io” oppure con “per me”. Le quali hanno un valore psicologico importante quando ci si confronta con un evento che non riguarda direttamente quell’ “io” o quel “per me” ma la collettività in genere sulla quale, invece, vi è la necessità di far prevalere quell’io e quel per me.
Ci hanno reso deboli con quanto accaduto dal 1985 al 1995, con la morte per nulla nei fatti della uno bianca e con le stragi siciliane e continentali, talmente deboli da ritrovarci ora a discutere sui social commentando le persone e spesso con ferocia, senza analizzare i fatti.
Una collettività debole rinforza solo dei governi apparentemente forti, i quali sfrutteranno la debolezza del popolo per rinforzare le proprie labilità e, a questo, ritengo che ormai siamo giunti.
Il resto è solo la spesa da fare, i conti da pagare e le fatiche di ogni giorno, nella consapevole scelta del popolo di fuggire dalla propria realtà per rifugiarsi nella TV o nella rete internet in cui potranno proiettare le proprie frustrazioni contro il nemico di turno, indicato da una propaganda che non ha più bisogno di fare altro che, spacciare bigodini…
F.

