GLI ANNI ’80, FABIO PISELLI E DAMIANO BECHIS, TRA LA BANDA SAVI, IL VETTORE UNO BIANCA E LA FASE EMBRIONALE DELL’OPERAZIONE FALANGE ARMATA…

By | Luglio 7, 2026

Ho già scritto su questo argomento ma, oggi, desiderio evidenziare quanto ho recentemente acquisito da parte di chi ha scelto di estendermi le sue conoscenze dell’epoca, in area Vannucci a Livorno, quindi paracadutisti della Folgore; Brigata in cui sia io che Bechis abbiamo prestato servizio, seppur in reparti diversi ma in un periodo convergente.

Considerate che sono entrato in F.A. nel 1985 non ancora diciassettenne, perciò ero sostanzialmente equiparato alle classe 1962-1965 tra coloro di leva e quelli che come me avevano scelto la professione del militare e, al netto di chi era già in SPE, leggermente più grandi o adulti oltre i 30 anagrafici, la maggior parte dei colleghi alla SAS di Viterbo prima o nei reparti operativi dopo, era nata in quegli anni e tra questi lo stesso Bechis che se non ricordo male si arruolò nei carabinieri nel 1982-83, partecipando alla missione italiana in Libano.

Pongo sempre molta attenzione alle informazioni cosiddette de relato, per quanto qualificate ma, come tali, non sono validate se, non, da dei coefficienti di verità riscontrata pur nei limiti delle mie possibilità.

Restano perciò dei racconti fatti da terzi ma, in questo caso, proviene da un elemento che ha effettivamente conosciuto sia Bechis che chi scrive ed ha nella sua storia la giusta esperienza per sapere di che cosa parla pur, come ho detto, considerando il dichiarato sempre nello spettro della potenziale intossicazione o nel mero quadro delle ipotesi, non facilmente concretizzabili.

Su Damiano Bechis ho svolto delle lunghe ricerche, perchè l’ho sempre identificato come il vero autore dei fatti del 1986 che mi furono invece addebitati e per i quali ebbi a subire il periodo della prigionia nel 1988, non ancora ventenne, ero incensurato, provenivo dalla FF.AA. con note caratteristiche eccellenti ed encomi ma, paradossalmente, nessuna di queste informazioni fu inserita nel rapporto del carabiniere che sviluppò le carte, oltre al fatto che il magistrato che spiccò l’ordine di cattura fu, poi, egli stesso arrestato e condannato in via definitiva.

Nel 1988 provenivo da Bologna, ero stato infatti in servizio a Ravenna, ove ero aggregato ad un reparto missilistico e, in realtà, frequentavo l’Emilia Romagna ed in particolare Bologna sin dal gennaio del 1986, nel percorso tra Livorno-Bologna-Verona e cerchi concentrici espansi su quei territori.

La vittima del reato del 1986, se mai questo fatto sia realmente accaduto, indicò sin dalla sua prima denuncia, come presunto autore, proprio un carabiniere paracadutista e fece dei riferimenti a Bologna.

Damiano Bechis era un carabiniere paracadutista ed era di Bologna, motivo per cui entrò nel mio radar di ricerche quando, nel novembre del 1988 fui rimesso in libertà ed iniziai immediatamente le “indagini” per dimostrare la mia innocenza per quanto, in quel momento storico, vigeva ancora il vecchio codice il quale non prevedeva le indagini difensive e, la riforma, sarebbe giunta solo un anno dopo.

Damiano Bechis fu invitato a lasciare l’Arma dopo un pastrocchio che combinò durante un rastrellamento in Calabria, tornato a Bologna decise di darsi al crimine e formò una banda in cui entrò un altro ex carabiniere paracadutista; banda progressivamente nota ora come “la banda della bolognina”, ora come “la banda dei Rambo”.

Su Bechis in quel periodo lavoravano per questo anche i carabinieri bolognesi ed altre entità nel territorio, sia perchè attenzionato dai militi per quei terribili eventi riconducibili alla cosiddetta banda della uno bianca, che presumibilmente “coltivato” da parte di chi aveva interesse proprio a quella che ho definito essere stata “la stagione delle uniformi criminogene”. Questo per l’elevato numero di fatti-reato anche gravissimi, posti in essere da soggetti in uniforme o che l’avevano appena dismessa, avvenuti in un breve arco temporale ed in una ristretta area territoriale.

Il 1986 è stato l’anno in cui sono iniziate le manovre che hanno poi portato alle strumentalizzazioni di alcuni operatori dei corpi dello Stato all’interno di quel nuovo modello di destabilizzazione del quale ho più volte parlato e su cui scriverò ancora, trasformando taluni in criminali o sfruttando la spontanea transizione nel crimine di altri, prevalentemente tra carabinieri e poliziotti o ex tali.

Damiano Bechis, per quanto riferitomi dall’ex suo collega, era già “chiaccherato” nel reparto prima di quanto avvenuto in Calabria che poi portò all’invito a lasciare l’Arma; fecero sostanzialmente una irruzione operativa del Tuscania nella ricerca latitanti se non ricordo male, la quale causò la morte per infarto di una signora per lo spavento dell’irruzione stessa, forse con l’uso di flashbang. Un fatto che non avrebbe giustificato l’allontanamento del Bechis, un carabiniere paracadutista da qualche anno in servizio e con l’esperienza della missione in Libano, laddove vi erano modi per punirlo con altri dispositivi d’opportunità eventualmente utilizzabili ma, secondo quanto riportatomi, c’era qualcuno che non vedeva l’ora di liberarsi di un soggetto che già aveva manifestato qualche segnale incompatibile con il reparto, relativamente alle armi, alle frequentazioni bolognesi e livornesi, unitamente ad altri operatori anche loro monitorati e, alcuni di questi, bonariamente allontanati dal Tuscania come altre volte accaduto prima e dopo quegli anni.

Tra le frequentazioni livornesi del Bechis vi era anche la presunta vittima del reato che mi fu attribuito, persona che aveva un legame affettivo con un carabiniere paracadutista del Tuscania come questa chiaramente disse nel 1986 quando denunciò l’evento, infatti gli fecero visionare delle fotografie di appartenenti a quel reparto perchè la vittima stessa indicò come presunto autore proprio un carabiniere paracadutista. Tornerò sui dettagli dell’evento con un articolo dedicato.

Damiano Bechis non è diventato un bandito dopo aver lasciato i carabinieri per rivalsa o altri motivi ma lo era già e l’intolleranza alla frustrazione per la perdita del ruolo ha fatto il resto; non fu una sorpresa per nessuno da quello che mi è stato detto, anche quando gli stessi carabinieri lo colsero insieme ad un suo ex collega a sparare in una collina tra la Toscana e L’emilia Romagna con delle armi che risultarono di pertinenza del Tuscania, presumibilmente trafugate.

Tutto questo mentre altri carabinieri nel bolognese si misero a compiere reati, mentre la banda Savi stava iniziando a fare i primi colpi e mentre si attivarono quei progressivi fatti gravi che portarono alla morte numerosi carabinieri ma, soprattutto, mentre dal GOS stavano “fuoriuscendo” coloro che dettero il via alla operazione falange armata, la cui coltivazione è stata contestuale alla cronologia dei crimini posti in essere da operatori o ex operatori dei corpi dello Stato.

La cosiddetta banda Bechis non era ignota a chi avrebbe dovutto evidenziarne la gestazione e le gesta una volta organizzatasi con l’inserimento di un altro ex carabiniere paracadutista, qualche malavitoso d’ambiente ed uno più strutturato con riferimenti nella criminalità organizzata.

Sia a Livorno che a Bologna vi erano le esperienze operative ed i sensori idonei per evidenziarne i segnali, perchè lo stesso Bechis faceva avanti e indietro spesso tra Bologna e Livorno ed era nel radar di più uffici.

Quando ero in Emilia Romagna, anche prima e dopo il periodo in cui ho prestato servizio a Ravenna, nel circuito degli appassionati d’armi e degli ex militari “d’azione” la frequentazione dei poligoni era assidua, sia quelli regolari che quelli “artigianali” ove si poteva sparare con metodi diversi dalla postazione classica e dalla posizione classica, ovvero con il tiro dinamico e con tecniche militari della quali lo stesso Damiano Bechis era maestro per averle apprese e rodate in uno dei reparti elitari dell’Arma, quello dei carabinieri paracadutisti.

Il fatto che Bechis avesse apirazione ad entrare al GIS poco importa, perchè gli operatori del Gruppo Intervento Speciale in quel periodo provenivano tutti dal Tuscania ed era usuale che in molti desiderassero il transito alla elite dell’elite.

Proprio il circuito bolognese degli ex militari e, tra questi, metto anche poliziotti ed altri apaprtenenti ai vari corpi dello Stato, coinvolti negli ambienti dei poligoni, della sicurezza privata, delle informazioni ed anche in un nuovo gioco che proprio in quegli anni stava prendendo piede, oggi conosciuto come soft air ma, all’epoca, era descritto come “guerra simulata” oppure come “Gotcha” (dall’inglese I’ve got you, “ti ho preso”) organizzato a Bologna da un ex militare americano che era stato a Vicenza nei paracadutisti dell’US Army con qualche transito anche a Camp Darby, il quale se non ricordo male divenne anche un fornitore di mezzi militari per collezionisti o qualcosa di simile.

A Ravenna, per esempio, vi era un poligono artigianale nei dintorni in cui si riunivano questi appassionati, come sopra Sasso Marconi ed in altre parti tra l’Emilia Romagna e la Toscana e, questo, non poteva essere ignorato dalle autorità di polizia locali, soprattutto mentre stavano progressivamente accadendo dei gravi fatti, poi concretizzati nel vettore del terrore della uno bianca, nella quale anche la banda Savi fu cooptata.

Damiano Bechis non era un silente ex carabiniere paracadutista caduto in disgrazia, ma un punto di riferimento sul territorio, anche per i sensori protesi a rilevare gli eventuali indici criminogeni d’ambiente, oltre i limiti dei tipici reati d’ambiente e, la banda Bechis li aveva, non silentemente, superati.

Nel corso delle mie lunghe indagini non ho cercato solo gli elementi a mia discolpa per i fatti del 1986, ma ho altresì voluto comprendere le ragioni di quello strano “fenomeno” in forza del quale tra il 1986 ed il 1988 furono numerosi i reati posti in essere da militari, carabinieri e poliziotti all’interno dello stesso asse che frequentavo nella linea Livorno-Bologna-Verona e cerchi espansi nei territori. Perchè sono sempre stato convinto che proprio quel fenomeno non era un coincidente ed improvviso virus criminogeno che aveva colpito degli operatori sostanzialmente ordinari, diventati di colpo banditi e, tra questi, degli assassini dei propri colleghi o ex colleghi.

Ancora oggi, attesa la riattualizzazione televisiva e giornalistica sulla uno bianca, sarebbe interessante riprendere quelle analisi e, con i mezzi attuali, rielaborare il percorso non solo di Damiano Bechis ma anche degli stessi Savi, soprattutto nelle conoscenze contratte nella frequentazione degli ambienti dei poligoni, legali ed artigianali e degli appassionati d’armi tra Bologna e Ravenna in particolare.

Dico queste stesse cose da molti anni, quando ancora nessuno aveva creato dei collegamenti, al netto del banale complottardismo, tra più eventi e soprattutto nessuno aveva preso sul serio la falange armata, la quale nasce in quel periodo e si concentra molto sui fatti bolognesi.

Farò un video di approfondimento su questi argomenti, nel frattempo vi invito a riflettere su quanto mi è accaduto recentemente, prima durante e dopo che Fanpage si è interessato a Fabio Piselli, specialmente quando, durante la diretta su Confidential ho scoperto dalle parole del giornalista che, suo dire, ero stato descritto come “un ex legionario, espertissimo di armi” quando, in realtà, non sono un ex legionario e nemmeno un appassionato di armi.

C’era, però, a Bologna, un ex legionario espertissimo di armi, un culturista, inserito negli ambienti della estrema destra, della sicurezza nei locali e ben addentro i cricuiti della prostituzioni delle ragazze rumene e dell’est in generale, amico del Bechis, su cui tornerò a parlare…

F.P.