Molti anni fa ebbi un confronto con uno mitico sottufficiale dei carabinieri degli uffici “I” dell’epoca, molto ben strutturati nei territori con una valida capacità sia di fonti che di analisi, la cui esperienza a ridosso della pensione lo portava ad essere la memoria storica del panorama “spie” italiane e straniere, ostili ed alleate, che erano presenti nella sua area di responsabilità o che gravitavano nel territorio anche per brevi periodi o per un mero passaggio estemporaneo, ovvero non sfuggiva nemmeno uno spillo al monitoraggio in tal senso.
Ricordo ancora le sue parole quando mi ringraziò “per quanto feci per il Paese” ma, allo stesso tempo, specificò che “al Paese di quello che feci non gliene importava nulla” invitandomi a non aspettarmi altro che il ruolo che la mia anomala carriera sin dal 1985 con le progressive esperienze mi avevano disegnato addosso. Quello della “spia di me stesso” utile a molti e necessario per nessuno.
La stessa cosa è equiparata in sede giudiziaria nel momento in cui non ho mai voluto essere nè un informatore nè un fiduciario diretto di nessun referente di PG o dei Servizi, scegliendo di siglare ogni verbale con il mio nome e cognome ed assumendomene tutte le responsabilità agli effetti di legge, altrimenti, molto probabilmente, quell’etichetta che alcuni articoli di stampa mi hanno erroneamente ma chirurgicamente affibbiato di “informatore” sarebbe sostanzialmente corretta.
Ho sempre avuto la piena consapevolezza di non essere chiamato a testimoniare in una aula dibattimentale, proprio per l’anomalia della mia carriera militare e per quelle terribili esperienze che si sono sviluppate dalla mia rapportazione a livello superiore nel 1986 fino al percorso che, appunto, mi ha portato ad essere “la spia di me stesso” noleggiando alle amministrazioni dello Stato le mie competenze, soprattutto alle aliquote di PG in materia del cosiddetto “spionaggio elettronico e delle comunicazioni”.
Diverso è, però, l’uso delle notizie nelle fasi d’indagine e di analisi che la cosiddetta “alta polizia” fa del “Cruscotto Piselli” e non nego di non restare sorpreso se, qualche volta, ascolto dalla bocca di soggetti più spendibili in dibattimento quanto da me verbalizzato e, questa, si potrebbe definire come traslazione di conoscenze in conto terzi.
Ecco perchè non faccio paura a nessuno come testimone, ma spavento ancora qualcuno con quanto verbalizzo, quando sono chiamato a farlo da parte di una AA.AA.
Da quando il mio nome è stato reso pubblico dalla stampa ho scelto di non essere solo una sorta di oggetto di notizia, per quanto strumentalizzato nella percentuale inevitabile, esponendomi con questo Blog perchè credo che la più elevata forma di testimonianza sociale, sia quella della sconfitta dell’omertà…
F.P.