Partiamo dal presupposto che il generale Vannacci non ha nulla a che vedere con la falange armata e lungi da me attribuirgli una qualsiasi forma di responsabilità in tal senso.
Cercherò di spiegare quindi perchè, in una recente intervista che ha ripreso dei clippaggi di alcuni colloqui intercorsi tra me e dei giornalisti, ho detto che “Vannacci è la faccia pulita della operazione falange armata”.
Per comprendere bene ciò che intendo dire occorre partire dalla differenza che c’è, per un servitore dello Stato, tra il valor di Patria e la fedeltà alle libere istituzioni, soprattutto durante il periodo di quella che possiamo definire essere stata la mia generazione operativa (1985-1995), direttamente testimone della fase embrionale della operazione falange armata fino al mutamento degli assetti politici del ’94, dopo la stagione delle stragi siciliane e continentali.
Ricordando che nel novembre del 1986 segnalai a livello superiore il contenuto di una riunione (su cui scriverò un futuro articolo) e che, il mese successivo, dicembre 1986, fu attivata quella notizia di reato che rappresenterà la ragione della mia lotta nella lotta per le mie ragioni, ovvero per dimostrare la mia totale estraneità ai fatti e l’innocenza la quale, paradossalmente, atteso gli anni trascorsi in questa lunga battaglia, si è trasformata in una sorta di condanna nella ricerca della verità.
Posso definire a pieno diritto la falange armata come una “operazione”, laddove ho associato io stesso nel 2007 questo sostantivo a quella organizzazione di supporto tattico psicologico allo scopo di evidenziarne la valenza “psy” nella propria propaganda e nelle azioni, come emerge sia da un libro in cui l’autrice mi cita proprio per questo che da altri altri articoli successivamente ripresi e lo dico non per vantarmi ma, proprio, per rimarcare la “propaganda” di quella operazione.
Non dobbiamo confondere la propaganda dell’intelligence militare come una sorta di “pubblicità” o di “proselitismo” per favorire un nuovo “prodotto politico” da introdurre nelle menti del popolo, anche attraverso l’uso del terrore e la manipolazione della paura, bensì come uno strumento tattico psicologico che supporta il condizionamento del pensiero collettivo attraverso la psicologia dei singoli e delle masse, ovvero manipolando i meccanismi difensivi e le dinamiche del pensiero critico. Ove, quest’ultimo, è l’unico baluardo della reale indipendenza di una persona se siamo realmente in grado di confrontarci con le situazioni, con le esperienze e con le informazioni in modo obiettivo senza che dei fattori esterni ed interni rappresentino una qualche influenza nel suo individuale sviluppo.
Chiaro che un’azione che semina il terrore, come a suo tempo le gesta della banda Savi poi confluita nel vettore del terrore stesso rappresentato dalla uno bianca, rappresenta la paura su cui l’operazione falange armata ha investito il proprio supporto tattico psicologico per rinforzare il condizionamento del pensiero collettivo di fronte a degli eventi feroci, non immediatamente riconducibili a nulla di identificabile sotto il profilo del terrorismo o della eversione e sostanzialmente protesi ad influenzare il pensiero critico con degli “auto-pregiudizi” spontaneamente nati, proprio a causa dell’assenza di un riferimento certo su cui “proiettare” le ragioni del terrore e della paura percepita alla vista di ogni comunissima e diffusissima uno bianca dell’epoca.
Ho scritto, detto ed anche testimoniato avanti le AA.AA. che l’operazione falange armata è nata da una fuoriuscita da parte di soggetti cosiddetti infedeli da una nuova struttura del Sismi creata tra il 1985 ed il 1986, denominata GOS, contenitore su cui scriverò ancora per meglio definirlo e, questa fuoriuscita, ha sviluppato un segmento “militare” nell’asse Livorno-Bologna-Verona con una serie di cerchi concentrici di influenza sul territorio, tale da cooptare sia degli ignari operatori in uniforme fortemente ideologizzati che manovali del vantaggio più indirizzati verso qualche opportunismo che altro ma, anche, dei civili seppur provenienti da esperienze nei corpi dello Stato o periodi di carreria militare.
Vannacci in quel periodo non era ancora in servizio nelle FF.AA. o forse stava preparandosi per il concorso in Marina per poi tornare all’Esercito ed uscire brillantemente dall’accademia di Modena e raggiungere dopo le scuole rituali di perfezionamento, il “nono” in cui sin dall’80b è cresciuto, si è formato, si è specializzato nella meravigliosa polivalenza del Col Moschin ed ha operato in teatri ad elevatissimo rischio; quindi ha percorso quelle tappe tipiche delle forze speciali, con i presumibili transiti all’intelligence e la formazione ricevuta anche nelle scuole americane ed anche in materia delle cosiddette psyops in generale, oltre ai brevetti ed ai moduli operativi in base agli scenari di guerra da affrontare.
Parliamo quindi di un ufficiale di elevatissima qualità, di raffinata esperienza operativa e lontano da dogmi ideologici di bassa manovalanza benchè vincolato alla “filosofia del guerriero parà” su cui scriverò ancora.
Il valor di Patria, in presenza di un forte radicamento ideologico, rischia di prevalere sul dovere verso la tutela delle libere istituzioni, anche se apparentemente lo si manifesta equiparato al momento dei vari giuramenti rituali nel corso della carriera.
Quelle che a suo tempo furono definite “menti raffinatissime” appartengono prevalentemente a chi è in grado di dissimulare proprio questa scissione, ovvero la dicotomia tra il radicato e ideologico “Valor di Patria” ed il vincolo al dovere di tutela della libere istituzioni, sapendo così simulare “un dover di Stato” verso il governo protempore, la cui politica non è quella desiderata dall’ideologia “militare” del valor di Patria e, specialmente, di militari di così elevata qualità.
Quando ero un parà della Folgore, in quel periodo, ho respirato io stesso la differenza tra il diffuso “giocare al fascista” per mero fanastismo ideologico di bassa manovalanza e la “ideologia fascista” camuffata da una apparente compatibilità con le dinamiche democratiche, all’interno della quale si celava il momento opportuno per democraturizzare il sistema politico, inziando a penetrarlo con un progressivo sottosistema integrato allo Stato che, nel corso del tempo e parallelamente alla psicologia del terrore ed al supporto tattico psicologico della falange armata, si sarebbe fatto Stato integrandosi appieno alla nuova politica per, poi, con mire a medio e lungo termine, raggiungere l’assuefazione della collettività alla perdita dei diritti della vera Democrazia, alla riduzione del pensiero critico e, soprattutto, alla proiezione identificativa verso un simbolo di forza, di ordine e di morale laddove il Paese, nel frattempo, ha patito le destabilizzazione sociale non più causata da degli eventi effrativi come le stragi bensì da un profondo mutamento delle città tra una immigrazione incontrollata ed una politica aziendale con tutte le sue negative derive.
Il generale Vannacci ha ben compreso per la sua esperienza, la sua formazione, il supporto che ha dietro le spalle in termini di altri generali già vicini alla politica della stessa area ideologica di appartenenza che lo hanno veicolato, gli stessi che hanno vissuto appieno sia gli anni ’70 che quel nuovo modello di destabilizzazione degli anni ’80 ma con questo non voglio dire che ne fossero partecipi o responsabili, sia ben chiaro, però deve essere altresì chiaro che avevano le competenze per riconoscere quella forma di propaganda e di supporto tattico psicologico, prevalentemente manifestata dalla falange armata in quel maledetto periodo storico.
Il generale Angioni, sceso in politica provò a far comprendere qualcosa, lo stesso generale Canino ai tempi dello scandalo Ladygolpe anche, sia quando era ancora in servizio che dopo essere sceso altresì in politica ma, per la mia percezione, fu il generale e senatore Capuzzo, da buon gentiluomo, che provò presumibilmente a sensibilizzare Andreotti rispetto a talune derive che da militare avrebbe potuto riconoscere già all’epoca.
In buona sostanza, se la capii io, che sono un cretinotto qualsiasi, avrebbero potuto ben riconoscerne i segnali proprio degli ufficiali esperti, tutti formati non tanto alla Ftase di Verona quanto a Fort Bragg e Fort Bennig per fare un esempio delle note scuole americane e non solo quelle, nelle quali periodicamente i nostri ufficiali e sottufficiali frequentavano dei corsi.
Quello che Roberto Vannacci concretizza oggi è il saldare insieme il popolo alla ideologia del ritorno all’ordine ed alla morale, sotto forma di giusto buon senso e di quel minimo uso della manu militari nei confronti di coloro responsabili del disagio sociale, ovvero ciò che ogni cittadino percepisce nelle proprie strade e che accoglie come male minore per tornare a vivere una esistenza personale e sociale più “libera”.
Chiaramamente il bacino del suo consenso lo ha germogliato negli ambienti già predisposti al riconoscimento di un capo, infatti siamo passati sostanzialmente dal “capitano” al “generale” ed ora con la sua formazione politica concretizza il consenso dal suo bacino di provenienza, quello delle uniformi, ben sapendo conquistare il cuore e le menti degli italiani ai quali si propone non come un “generale” ma come un “capo” in grado di saper guidare un Paese, “comandandone” la politica e, proprio per questo ho fatto una sorta di scommessa con un magistrato nel dirgli che tra non molto lo troveremo alla Presidenza del Consiglio, non più come operatore dei Servizi ma come Capo del Governo o, meglio, “Comandante” come già viene percepito dai suoi uomini e dal suo consenso.
Questo perchè Roberto Vannacci è perfettamente formato ed informato su come agire la propaganda raffinata, quella che conquista i cuori e le menti passando dai meccanismi psicologici e dalle dinamiche relazionali, non più dallo stomaco come ha fatto la Lega, o dalla “Milano da bere” come fece Berlusconi.
Non ricordo di aver mai conosciuto Roberto Vannacci, che è un mio coetaneo ma io ero già in uniforme sin dal 1985, al massimo ci saremo sfiorati in qualche ambiente militare in Italia e all’estero ma senza mai interfacciarci in alcun modo e sotto nessuna forma; entrambi però siamo passati da Ravenna, dalla “Dante” se non ricordo male benchè in epoche diverse, certamente abbiamo gridato “Folgore” allo stesso passo e molto probabilmente abbiamo scambiato qualche “coin” al GB club nell’area di “smoke bomb hill”.
Una sostanziale forma di democratura che gli italiani richiedono da tempo a dire il vero, “finalmente” incarnata da chi per forma mentis ed esperienza non ha bisogno di essere “un finto capitano” o “una donna con le palle”.
Perchè Roberto Vannacci rappresenta nella e con la sua persona la stessa democratura vigente negli ordinamenti gerarchici militari, ove tutti siamo stati liberi di dire “signorsi” ma, raramente, di poter dissentire senza conseguenze…