Sono molti gli anni ormai nel corso dei quali sono periodicamente contattato da giornalisti d’inchiesta, scrittori, registi, inquirenti, criminologi e parenti delle vittime di chi è stato ucciso negli eventi per i quali i casi giudiziari sono ancora oggi aperti ed in cui, a vario titolo, il mio nome è citato.
Professionisti e persone alle quali mai ho chiesto niente e mai ho ricevuto o accettato nulla, anche quando ho prestato delle vere e proprie consulenze che puntualmente ho visto essere trasformate nel prodotto del loro lavoro; come non ho accettato di “accodarmi” al circuito delle verità presunte, oppure a quei salotti dei convegni sul tema che, spesso, alimentano delle piste di ricerca valide e degne di essere coltivate ma, altre volte, solo basate su delle ipotesi idoelogiche o di scuderia che debbono essere “per forza” validate, con il rischio di forzare la storia dei fatti e delle persone.
Avrei potuto accettare le proposte di scrivere dei libri o di fare un docufilm, oppure partecipare al circuito dei bravi che in qualche caso offre dei reali ed importanti confronti ma, spesso, è un girotondo delle stesse ipotesi con qualche spruzzo di aggiornata presunta verità e non vi è nulla di male in tutto questo, sia ben chiaro, ognuno fa il proprio mestiere e non mi sono mai sentito nè sfruttato nè tradito; non ho mai avuto questa presunzione.
Negli ultimi venti anni ho parlato quindi con vari giornalisti e con tutti gli inquirenti che mi hanno chiamato a farlo agli effetti di legge, assumendomi in tutti i casi le piene responsabilità di quanto ho ritenuto esporre, ora al telefono con toni amicali con i giornalisti o consulenti vari, ora con la verbalizzazione ufficiale negli uffici di procura. Sempre consapevole che non si parlava di argomenti da prendere alla leggera, al netto di qualche battuta o riflessione amicale che può essere stata fatta con gli amici giornalisti e certamente non avanti le AA.AA. Sono sempre un guascone livornese in fondo.
Come sono sempre stato cosciente che un giornalista che mi chiama fa il suo lavoro, registra e annota, poi se vi è un tono di confidenza o una più strutturata collaborazione dipende dalla qualità del rapporto e del caso ma, chiaramente, è e rimane un professionista della notizia che conduce una inchiesta su un caso, anche tramite Fabio Piselli e, non cerca me per essermi amico o per farsi dire come fare il suo mestiere; al massimo ottiene un allargamento delle conoscenze ed un quadro di insieme maggiore ma nulla di dirimente oltre la mia esperienza, le mie considerazioni basate sulle analisi condotte e qualche anagrafica inserita nelle ipotetiche presenze o conoscenze di fatti ancora da sintetizzare.
E’ chiaro che si interfaccia anche con altri ex militari o soggetti d’apparato saranno sentiti allo stesso modo e loro stessi potranno indicare il mio nome, ora positivamente ora come un presunto soggetto coinvolto o “d’apparato” a mia volta, anche suggerendo una mia eventuale presenza, conoscenza o partecipazione agli eventi oggetto delle inchieste.
L’ultima vulgata in tal senso, emersa poco prima del Natale scorso, induce ad interpretarmi non più e non solo come colui che sin dagli anni ’80 ha denunciato delle presunte deviazioni nel circuito militare in cui operavo, relativamente alla fase embrionale della falange armata ed agli eventi bolognesi, bensì come parte di quelle deviazioni; per cui si disegna un Piselli che “tenta di rifarsi una verginità” e, come tale, “forse”, “si dice”, “non si esclude”, “potrebbe essere”, “sembra che”, “ma vedrai”, “il Piselli sa molto di più di quel che dice” oppure, addirittura, c’era e, se c’era, perchè c’era?
Se, poi, a tutto questo ci si mette anche la bramosia della notizia in un velocissimo circuito nel quale ognuno fa le rincorse per essere il primo, oppure se le rimbalzano tra testate in una sorta di giornalismo consorziato nel quale, qualcuno presumibilmente non lontano dal mio ex ambiente di lavoro, ha potenzialmente suggerito il seguente quadro:
Fabio Piselli lo troviamo presente o a ridosso di tutti gli eventi ancora oggi oggetto di inchieste tra la uno bianca, la falange armata, il tentato attentato dell’Addaura, il traffico di armi con la Somalia, la strage del Moby Prince, la strage di Falcone e quella di Borsellino, l’omicidio Mandolini, la lista Fulci, il caso Narducci-mostro di Firenze ed altri eventi d’interesse come i recenti cecchini di Sarajevo ma, in realtà, non vi è mai un suo preciso ruolo di quelli facilmente classificabili e, quindi, “magari”, “non si esclude” che il Piselli fosse una sorta di “ombra” per inquinare le indagini o addirittura “messo dagli apparati” per monitorare gli eventi anche perchè, è risaputo, il Piselli era un esperto di acquisizione e penetrazione di un obiettivo protetto e, si dice, anche di dossieraggi informativi e, attenti attenti, conosce le dinamiche delle cosiddette psyops ed è un esperto di propaganda e contropropaganda.
Per quanto sopra non mi sento offeso se qualche giornalista o consulente con cui ho avuto dei sereni scambi di considerazioni e notizie ed anche rapporti amicali, sia il primo a sospettare di me; lo farei anche io di fronte alla mia stessa storia ed ecco le ragioni per le quali ho scelto di essere trasparente nella misura in cui posso farlo, ove non vincolato ai segreti investigativi, gli unici segreti che rispetto perchè, da tempo ormai, sono il promotore dell’abbattimento dei segreti di Stato che riguardano proprio alcune inchieste.
Diversa è invece la propaganda attivata da quelle cosiddette menti raffinatissime che hanno nel “supporto tattico psicologico” un incredibile strumento di condizionamento e di manipolazione, arricchito dall’abuso della funzione ricoperta e degli strumenti del proprio apparato, sia essi informativi nel senso delle notizie di polizia, giudiziarie o d’intelligence che nel saper veicolare le informazioni in favore dei giornalisti di scuderia o quelli che, indipendenti, cercano di restare tali.
Si parla perciò di tattica psicologica, di propaganda, di manipolazione e soprattutto di una gestione del vero del falso e del verosimile protesa all’occultamento della verità sulle stragi del ’92 e del ’93 e su quanto potrebbe portare ad esse.
Non è quindi in discussione la persona Fabio Piselli, chi mi ha conosciuto ha evidenziato la mia onestà e lealtà oppure la qualità della mia Famiglia nonostante l’umiltà delle nostre condizioni, specialmente quando nulla chiedo anche “con il frigo vuoto” come si suol dire.
E’ in discussione “la posizione di Fabio Piselli” rispetto a dove si è scoperto essere stato, quando tutti dicevano che se lo era inventato, ovvero dove non avrebbe dovuto essere e, se c’era, occorre capire perchè. Questo anche oltre le spiegazioni dello stesso Fabio Piselli.
Nulla di male in tutto ciò, ragione per cui non mi sento offeso da ogni forma di accertamento, talvolta banale o sensazionalizzato, altre volte condotto in modo sereno ed intelligente.
Diversa è la forzatura nell’impormi una posizione mai avuta, ipotizzando banalmente, così, di costringermi a dimostrare che non c’ero, come a Capaci per esempio. Ora perchè si interpreticchia a misura propria la mia testimonianza siglata avanti le AA.AA. relativamente al recupero degli esplosivi a ridosso del periodo stragista, oppure perchè non si riesce a “classificare” il mio ruolo in collaborazione con lo Stato e, allora, “vuoi vedere che”, il Piselli magari era parte degli apparati.
Di Capaci so molto inteso come il risultato delle lunghe ricerche che ho fatto privatamente proprio per accertarmi che, quel famoso esplosivo, non fosse stato utilizzato nelle stragi; un timore che ho avuto per molto tempo e che ha moralmente pesato sulla mia coscienza fino a quando ho avuto la piena certezza che così non è stato ma, a dire il vero, avrebbe potuto essere. Cambia poco perciò rispetto alla manipolazione subita da chi cooperava con soggetti nello Stato e, non necessariamente per lo Stato, come ho ben descritto ai magistrati antimafia almeno dal 2011.
Ho studiato i luoghi e le dinamiche come emerse dalle carte processuali e dalle dichiarazioni dei collaboratori, ho percorso ogni singolo centimetro della zona della strage, ho analizzato il campo ed il controcampo percettivo sia da parte delle vittime che degli attentatori ed ho sintetizzato alcune ipotesi che mi portano lontano dalla verità ufficiale, senza complottismi ma con il buon senso e con l’esperienza.
Inoltre il recente confronto, seppur basato su poche parole dette nel tempo di una cena, con l’autista di Falcone sopravvissuto alla strage, mi ha consentito di rinforzare una ipotesi relativamente alla vulnerabilità dell’auto su cui scriverò ancora.
Disegnare uno scenario delle presenze a Capaci di soggetti diversi dai soli mafiosi è qualcosa che è già stato fatto ed è sostanzialmente corretto ipotizzarlo, diverso è imporre la mia presenza perchè “artificiere” o per l’assunto che non dovrei conoscere quel che ho verbalizzato e, se conosco alcuni particolari, allora “vuol dire che c’ero”.
In reatà è tutto più complesso, talvolta confusivo, per questo vi è l’obbligo di seguire e rispettare le corretta linea del tempo e degli eventi da una percezione di campo corretta, altrimenti valetodo come si usa dire nei peggiori bar di Caracas.
Su Capaci farò un video in cui tratterò il tema degli esterni oltre i mafiosi, ricordando a tutti che sono il primo a riconoscere nella mia storia quel “valtetodo” che, però, ho abbattuto proprio con la mia stessa storia.
Ecco perchè non accetto nulla oltre il confronto per capirla e, non, per cambiarla a misura di strumentali sensazionalismi…
F.P.