Lo scrivente PISELLI Fabio, recentemente sentito come persona informata sui fatti da codesta Procura in merito alle stragi del ‘92-’93 e come tale anagraficamente già rubricato, relaziona quanto segue a tutti gli effetti di legge e scegliendo di farlo in modo pubblico e non riservato, premettendo che, in ogni caso, già dalla valutazione della odierna missiva, rinuncia a qualsiasi forma di protezione eventualmente attivabile anche d’ufficio, come già fatto alcuni anni fa nel corso della collaborazione fiduciaria con altra Autorità Antimafia ed Antiterrorismo. Assumendosi così ogni responsabilità relativamente alla sicurezza della propria numerosa Famiglia composta dalla moglie dottoressa MOI Sara e dai 5 figli biologicamente nati da tale unione e tutti ancora minori, PISELLI Matilde, PISELLI Fabio Massimo, PISELLI Edda, PISELLI Francesca Romana, PISELLI Alessandro Quinto, tutti conviventi presso la casa di residenza ubicata in Francia, iscritti AIRE e frequentanti le regolari classi di studio presso le scuole francesi.
Sia chiaro che questa iniziativa è assunta nel massimo rispetto dei PP.MM. procedenti e del Colonnello del ROS dei Carabinieri da loro delegato, ai quali è stato offerto non solo il pieno affidamento delle memorie testimoniali, rispondendo puntualmente ad ogni quesito somministrato senza mai ricorrere alle ambigue formule dei “non ricordo” ma, anche e non scontato, l’affidamento personale di chi scrive, la cui esperienza militare e di collaborazione con lo Stato è segnata, appunto, dai tradimenti di soggetti dello Stato infedeli o dagli agiti di supporto da parte dei meri galoppini dei loro livelli superiori, spesso strumentali ai vantaggi d’opportunità o per il ridotto “coraggio di osare” nel dovere di rapportare la richiesta di attività operative non necessariamente compatibili con le regole.
Deve essere perciò chiaro ed incontrovertibile che Fabio Piselli mai ha manifestato nessuna riserva in termini di timori come sempre avvenuto nella propria storia testimoniale ultratrentennale; ovvero sempre chiara è stata proprio l’espressione del “coraggio di osare” nel testimoniare, pur di fronte alle numerose ingerenze provenienti non dagli ambienti mafiosi, bensì istituzionali, anche sotto forma di informative tossiche e produzione di false accuse. Specialmente laddove proprio l’abuso delle risorse informative istituzionali rischia di ridurre l’importanza ed il valore operativo di ogni tutela eventualmente attivabile e, l’esperienza del danno assonale patito da PISELLI Matilde ne è un chiaro esempio, come più avanti meglio sarà dettagliato parlando sinora dei fatti in prima persona.
Lo scorso 23 maggio 2026 sono stato invitato a partecipare alla commemorazione della strage di Capaci e degli omicidi in danno del Dottor FALCONE, della collega e moglie dottoressa MORVILLO e degli uomini operanti la loro tutela purtroppo periti nell’attentato, oltre agli altri operatori delle aliquote della tutela stessa invece sopravvissuti all’evento.
Ho così avuto l’opportunità di trascorrere del tempo con loro, sia nelle abitazioni private durante la cena del giorno prima che nel successivo pranzo tenutosi presso un ristorante, ove in entrambe le occasioni era presente anche l’autista sopravvissuto alla strage COSTANZA Giuseppe che non avevo mai conosciuto prima e con cui ho avuto modo di confrontarmi, soprattutto dopo quanto pubblicato da Fanpage laddove in un titolo da loro prodotto recitante impropriamente l’indicativo presente “confesso” associato al trasporto di esplosivi a ridosso delle stragi, vi è l’induzione alla interpretazione di una attinenza tra la mia persona, gli esplosivi e le strage di Capaci.
Parlare perciò con uno dei sopravvissuti a quella strage, il quale era in macchina con i dottori FALCONE e MORVILLO, ha significato per me e credo anche per lui un momento utile a conoscere e riconoscere il verosimile dal falso, oltre che ad accendere qualche lampadina nel buio dei ricordi.
Quindi, nel corso dell’evento pubblico, ho potuto salutare le autorità locali nei loro esponenti di comando tra il questore, il comandante provinciale dei carabinieri e della guardia di finanza ed altri, con cui vi sono stati meri scambi di battute riferibili a chi sembrava avessi già incontrato nel corso degli anni precedenti, magari in forza delle mie nomine come collaboratore esterno oppure nella collaborazione come consulente ausiliario di polizia giudiziaria o semplicemente perchè ci siamo trovati in qualche operazione congiunta nel piazzare degli ambientali, oppure andando alla ricerca di resti umani con il georadar per validare le dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia relativamente a chi i pentiti avevano ucciso ed ai luoghi in cui avevano occultato i cadaveri.
Nell’afflusso presso il pubblico evento avvenuto in Parma, ove al mattino forte era la presenza degli studenti mentre al pomeriggio vi era una contestuale attività della polizia di Stato relativamente alla storia della specialità della cosiddetta scientifica e, tra i tanti operatori istituzionali sia in servizio che in pensione che si stavano avvicinando a noi, concentrati chiaramente sul salutare il solo COSTANZA, riconoscevo un soggetto a me noto perchè anche egli aveva prestato servizio nella Brigata paracadutisti Folgore negli anni in cui io stesso ero ancora in uniforme, questi però riferiva ai carabinieri paracadutisti del “Tuscania”.
Nel salutarlo nel tradizionale modo degli ex parà, notavo altresì la presenza di una persona che, apparentemente per coincidenza, ho rivisto ieri pomeriggio 24 maggio, però qui in Francia, il quale era insieme ad un altro uomo intento a monitorare la mia Famiglia durante un ordinario pomeriggio al fiume, con strumenti idonei a video riprenderli e facendolo in modo non particolarmente occultato come altre volte accaduto e, di questo, informavo in tempo reale il Colonnello del ROS di Caltanisetta anche con un fraseggio apparentemente provocatorio ma, l’intelligente ufficiale, ha ben compreso che il mio intento era quello di lasciare traccia, come mia abitudine in questo tipo di situazioni.
Tali attività, dette in gergo “a croce di Malta”, sono sostanzialmente protese all’induzione di una situazione stressogena verso gli obiettivi del monitoraggio, volutamente condotto con un minore occultamento del monitorante e, perciò, più facilmente evidenziabile da parte del monitorato; questo per suscitare una condizione di stress, tale da indurre a percepire un potenziale pericolo oppure, sovente, tale da stimolare la costruzione di una sorta di “sindrome persecutoria” laddove, in realtà, altro non vi è nei fatti concreti che la presenza di un qualcuno che scatta delle foto o dei video in un luogo pubblico o che, per coincidenza, conduce lo stesso percorso dei presunti attenzionati nel recarsi da un posto ad un altro.
Naturalmente è un metodo psicologico proteso a delegittimare ogni potenziale fonte testimoniale, dicendo sostanzialmente che “si sente un perseguitato” e “vede mostri” ovunque.
Certamente questo evento ha allertato sia mia moglie che nostro figlio Fabio Massimo, soprattutto perchè del tutto simile a quanto già patito in passato proprio a ridosso dell’evento traumatico subito da Matilde, motivo per cui mi hanno contattato ed ho così attivato una verifica per comprendere se questi soggetti avrebbero potuto essere dei meri turisti che, senza intenzione di dolo, stavano semplicemente scattando dei ricordi del fiume in cui hanno incluso per caso la mia Famiglia o, invece, potessero rappresentare una attività già in passato altre volte rilevata, soprattutto nelle occasioni in cui “impacchettai” dei personaggi simili in favore della polizia e dei carabinieri chiamati per la loro raccolta, identificazione e gli accertamenti di rito.
Di fatto, ho immediatamente contattato il Colonnello dei ROS e gli ho inoltrato l’immagine della foto scattata al soggetto gregario, chiedendo al carabiniere, forse in modo provocatorio, se “fosse roba loro” e lo informavo in tempo reale che mi sarei attivato per “impacchettarlo” come altre volte ho fatto nel corso degli anni compresi tra il 1989 ed il 2007, durante i quali come ho prima accennato ho consegnato alla polizia o ai carabinieri più personaggi mentre stavano conducendo un monitoraggio o un pedinamento nei miei confronti o verso la mia Famiglia con metodiche simili. Soggetti poi, una volta presi in carico dalle polizie intervenute, sono risultati essere privi di deleghe da parte di una qualche A.G. o di un incarico d’iniziativa di qualche ufficio di polizia, ma convergenti in un circuito di collaborazione ora con uffici diversi dalla polizia giudiziaria al cui interno vi erano soggetti non incompatibili con le annose indagini da parte delle varie AA.AA. ora con soggetti siciliani riconducibili a persone d’interesse operativo delle locali procure.
Sentita mia moglie e dopo “averle chiesto il permesso” quale persona riflessiva, intelligente e pacata, decidevo quindi di acciuffare l’altro oltre il solo gregario, questo per comprendere chi fossero e quali intenzioni avessero, mentre mia moglie si preparava per allertare la Gendarmerie francese per ogni eventuale necessità, poi invece non risultato utile farlo, in modo ufficiale e, tutto, è rientrato nel confronto tra persone di buon senso.
Una volta messa in sicurezza la mia Famiglia in ogni caso, nel breve colloquio che ho potuto avere con questi, anche in riferimento al precedente e coincidente incontro in Parma, ne comprendevo i fregi di origine e le intenzioni attuali, non ostili, pur riconducibili al circuito storico del quale ho parlato nei contesti testimoniali anche a Caltanisetta, oppure ne ho scritto pubblicamente.
Ravvedo perciò, anche osservando le anomale coincidenze di programmi giornalistici nei quali i temi trattati sono gli stessi a suo tempo relazionati alle AA.AA. procedenti le stragi siciliane e continentali, le gesta della cosiddetta banda Savi estesa alla banda della uno bianca ed il supporto tattico psicologico della falange armata, che appare esservi una ridondante coincidenza di informazioni tra le procure ed giornalisti, alcuni dei quali mi proposero una collaborazione come “infiltrato” (da me rifiutata) ed altri con cui ho invece partecipato a delle trasmissioni sui temi di specie, andata in onda qualche tempo dopo che fui contattato dai ROS per recarmi a Caltanisetta e, sulla quale, informai il Colonnello sopra indicato laddove detta partecipazione avrebbe potuto essere eventualmente incompatibile con la mia escussione, ricevendone il nulla osta.
Quindi ho contestualmente osservato l’inaspettata intervista di SAVI Roberto sulla RAI di alcune settimane fa, con delle dichiarazioni confermanti sommariamente quanto da me già relazionato a livello superiore o testimoniato sin dai primi anni ottanta e novanta e, ieri sera, ho preso atto del contenuto della trasmissione REPORT in cui ho rilevato altre convergenze da me già relazionate o testimoniate in passato, facendo presente che, proprio a Parma nel contesto indicato, ho conosciuto ed ho scambiato delle riflessioni con uno degli intervistati nella puntata di ieri, indirizzata alla cosiddetta “pista nera”.
Nella puntata di REPORT si è fatto riferimento ai termini “mercenari” e “legionari” per indicare un presunto nucleo occulto gestito dai Servizi per operazioni sporche, precisando che proprio il riferimento alla “legione” fu fatto nel corso della trasmissione Fanpage Confidential ove il conduttore mi attribuiva una militanza nella Legione straniera, nella quale ho trascorso nel 1989 solo un mese per poi passare alle consulenze esterne verso sia i privati che le amministrazioni istituzionali, facendo altresì riferimento alla mia presunta “elevatissima esperienza di armi” ad un legionario che, a dire del giornalista stesso, mi avrebbe conosciuto bene e gli avrebbe indicato questa mia capacità di armaiolo. Mentre il termine “mercenari” fu richiamato nel corso di una mia testimonianza laddove parlai dei “collaboratori esterni a gettone” attivati da funzionari dei Servizi e qualcuno, impropriamente, equiparò questi incarichi con quelli dei mercenari tout court, laddove invece la differenza è sostanziale perchè un conto è ricevere un incarico da un funzionario dello Stato, altro è combattere per chiunque paghi per farlo.
E’ bene comprendere da subito che mai sono stato un mercenario di sorta, sotto nessuna bandiera o ufficiale pagatore.
Ricordo però che nel corso delle mie testimonianze a Bologna, feci riferimento ad un ex legionario coinvolto negli ambienti della estrema destra, con il quale un soggetto politico locale con riferimenti nazionali mi aveva messo in contatto per delle collaborazioni in termini di formazione da somministrargli e, che, dopo alcune verifiche ritenni essere privo di requisiti in tal senso, tanto che attivai l’intervento della polizia di Stato per documentare la presenza di detti soggetti unitamente alla mia, in quel preciso momento a Bologna.
Tornando al confronto basato sul buon senso con il coincidente calpestatore dei miei stessi passi tra Parma e la Francia, ho evidenziato quanto segue per ogni eventuale interesse di sintesi di codesta Procura e di chi legge:
_ Coloro da me anagraficamente indicati con grado nome e cognome nel corso delle testimonianze riconducibili ai fatti della uno bianca e della falange armata, sono stati progressivamente informati della mia chiamata ai vari colloqui investigativi segreti con i magistrati delegati dal capo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo ma, questi, non conoscono i contenuti di quanto ho dichiarato nel corso del tempo, soprattutto rispondendo ai quesiti del Dottor DONADIO in particolare e, quindi, sono interessati a comprendere se rispondo sempre al valore delegittimante negativo oppure se ho invece acquisito una più giusta e concreta credibilità, anche veicolata tra magistrati di spessore e giornalisti.
_ Detti soggetti, tra i quali chi già pensione, chi ancora operativo e chi transitato alla collaborazione con enti statali e parastatali ovvero alcuni anche entrati progressivamente in politica, seppero di una delle mie convocazioni presso le AA.GG. bolognesi, perchè veicolata in almeno una occasione tramite la rituale notifica avvenuta con l’impiego dei carabinieri del comando provinciale di Livorno, città in cui al tempo risiedevo.
_ Detti soggetti furono informati del recupero documentale delle mie rapportazioni preso gli enti di destinazione o nei quali prestavo servizio sin da quando ero in uniforme, in cui si indica chiaramente un preciso ambiente dal quale vi furono quelle fuoriuscite che caratterizzarono il progetto di un presunto nuovo modello di destabilizzazione attivato sin dal 1985 e reso progressivamente operativo dal gennaio del 1986. Con particolare interesse alle difficoltà di recuperare un documento redatto dai carabinieri del nucleo SETAF di Camp Darby in cui si evidenziava chiaramente la mia presenza nel gennaio 1986, poi invece ottenuto, o meglio, da me recuperato dai “cassetti delle memorie perse”.
_ Detti soggetti furono notiziati della mia saltuaria passata attività di “portiere notturno” contestualmente alle riunioni di militari, funzionari dei Servizi e soggetti del comparto industriale militare di polizia e d’intelligence, avvenute presso delle strutture ricettive in varie località italiane, non incompatibili con il mio portierato notturno, in cui furono identificati grazie ai cosiddetti “statini di presenza” che proprio i portieri d’albergo compilano abitualmente per registrare a norma di legge gli ospiti della struttura e, per questo, la polizia giudiziaria delegata dalle varie AA.AA ha potuto ricostruire dette riunioni atteso lo spessore dei partecipanti e la totale assenza di giustificativi di tipo associazionistico o di altra natura della presenza stessa, senza ignorare l’ipotesi che il portiere diurno o notturno del momento avesse potuto invece lui stesso ignorare l’invito a non registrare tutti i presenti ma solo un nominativo negli statini rituali, come generalmente avviene in presenza di nuclei familiari o gruppi sportivi per esempio, o in quei casi in cui una lauta mancia riduce l’obbligo di farlo per tutti “come se non fossero mai stati li”.
Più inquietante è stato l’invito a riflettere sulle prossime false accuse che potrebbero giungermi laddove qualche notizia è stata veicolata tra i giornalisti d’inchiesta per indurli ad interpretarmi come un “legionario o mercenario” compatibile con le deviazioni dei Servizi o, atteso che una delle varie specializzazioni assegnatami in carriera militare era quella dell’artificiere, il coinvolgimento nelle stragi stesse come, tra l’altro, la birichina ma comprensibile induzione in tal senso emerge nei titoli dei video recentemente pubblicati da Fanpage sulla base delle mie dichiarazioni relative al recupero di esplosivi nel mare, in quota e, non, dai fondali come invece fu fatto dai “pescatori” in odor di mafia. Ricordando che parlai di detti recuperi avanti l’A.G. che conduceva la prima inchiesta “Gladio” negli anni novanta, ovvero ben prima delle dichiarazioni dei collaboratori mafiosi avvenute anni dopo.
Per quanto sopra, preciso dichiaro e sottoscrivo con questa pubblica odierna quanto ho sempre siglato con la mia originale anagrafica in ogni occasione testimoniale o professionale dal 1985 all’aprile del 2026. Questo sia avanti le procure ordinarie che tutte le AA.AA. che mi hanno chiamato o con le quali ho collaborato, oppure nei rapporti informativi nelle loro varie espressioni e segnatamente nei passaggi riferibili al MENICACCI Stefano.
Mi si permetta infine ricordare che quanto accaduto a mia figlia Matilde nasce proprio dall’aver ignorato quelle segnalazioni che feci alle polizie sul territorio relativamente ai soggetti intenti a condurre, all’epoca, quel monitoraggio indicato oggi in epigrafe, come citazione di una totale cecità che nasce per i normali comparti di competenza che ravvedo anche a Caltanisetta come altrove ma, vorrei ricordare, che proprio i tempi che trascorrono per capire di chi sia la competenza sono gli stessi utilizzati dai “cattivi” per agire e, nel caso di mia figlia, sarebbe bastato il buon senso e non l’area di responsabilità per prevenire quanto accaduto.
Questa è la ragione principale per la quale “faccio lo spavaldo” superando sudditanze gerarchiche o di funzione e scegliendo di agire come meglio ritengo ogni scelta personale in tutela della mia Famiglia, assumendomene come sempre tutte le responsabilità agli effetti di legge.
Non ho più voglia, di fronte a potenziali situazioni di pericolo per la mia Famiglia, di perdere tempo con le competenze di chi dovrebbe attivarsi per tutelarla ove, a fatto compiuto purtroppo, poi, mi si inviano degli ordinari carabinieri per fare una tutela della quale nemmeno loro sono formati se, non, piantonare casa e pertinenze come immagine che, certamente, atteso lo spessore della controparte, non ne riducono le intenzioni o gli agiti.
Ragion per cui ho sempre rinunciato a qualsiasi forma di protezione da parte dello Stato, pur lasciando quelle idonee tracce per gli eventuali interessi investigativi.
Per quello che sta avvenendo sin dal gennaio del 2026, ritengo utile riflettere sul fatto che la veicolazione delle notizie tra quelle investigative e quelle di stampa ha superato l’ordinario flusso delle confidenze e delle fonti interne tra operatori di PG magistrati e giornalisti a braccetto tra loro, ovvero ha raggiunto lo spessore del “metodo” proteso “a difendere il proprio ufficio”, anche politico, e, questo, non solo nelle diatribe tra procure e magistrati o a livello di Governo politico ma, anche, da parte di chi del proprio ufficio ne ha sempre abusato sia per favorire il significato “eversivo” del decennio ‘85-’95 che per abusare delle risorse in termini di credibilità ed informazioni, al fine di delegittimare tutti coloro che avrebbero potuto rappresentare un indice di testimonianza.
Vi è una importante manipolazione della verità in atto, non da parte dei giornalisti citati, pur strumentalizzando la smania sensazionalistica di taluni, la quale non può essere gestita solo a livello giudiziario o di polizia, ma anche politicamente e con il pieno interesse della opinione pubblica.
Con osservanza
In fede
Francia, il 25 maggio 2026
FABIO PISELLI