Il nostro è quello strano Paese nel quale si interpretano i cosiddetti gregari come dei soggetti sostanzialmente minori rispetto alle maggiori responsabilità di coloro con un ruolo più importante nel concorso di reato o nei reati associativi. Da un punto di vista squisitamente tecnico dibattimentale occorre che le notizie assunte nel corso delle indagini dall’escussione dei gregari siano poi spendibili sotto il profilo probatorio durante il processo e, non sempre, proprio i gregari sono in condizioni di andare oltre il loro, minore, ruolo; per cui il peso della condanna sarà ripartito per tara individuale, mentre altra cosa è il peso lordo delle informazioni dal quale estrarre analiticamente il netto utile per le particolareggiate sintesi investigative nella rivalutazione postuma di un caso.
Nel caso della cosiddetta banda della uno bianca, per quanto preferisco indicarla come la banda Savi a bordo della uno bianca, siamo stati abituati ad interpretarla come una organizzazione verticistica con a capo il carismatico Roberto Savi, quindi Fabio il fratello “colonnello”, l’altro fratello Alberto apparentemente tonto ed i gregari Occhipinti Gugliotta e Vallicelli come una sorta di accessori utili per i colpi quando, a mio umile avviso, non è affatto così.
Paradossalmente la banda Savi non aveva nemmeno una struttura orizzontale bensì un banale assemblamento di persone che nel porre in essere le azioni criminali assumevano un assetto “operativo” coordinate da un “capopattuglia” verso il quale riferirsi perchè questi aveva una maggiore esperienza e, non, un ruolo gerarchico tout court.
Nel corso di una indagine e dei processi si tende a misurare i loro agiti per calibrarne le responsabilià penali ai fini della condanna, per cui quanto da loro assunto subisce una sorta di filtro in tal senso mentre, per me importantissimo, è anche ciò che rimane fuori dal fascicolo dibattimentale, fosse anche un ammicco o un commento che in fase di indagine non è stato considerato utile o interpretato nella più corretta visione. Considerando anche la “difesa del proprio ufficio” ove nel caso della uno bianca avere dei poliziotti coinvolti significava porre a rischio una intera istituzione e non solo qualche mela marcia, perchè la Questura di Bologna era in quegli anni un polo di conflitti interni tra le bizze dei funzionari, l’ingerenza dei sindacati emergenti ed un andazzo che caratterizza proprio la difesa dell’ufficio stessa, ancora oggi in gran parte attiva nelle amministrazioni dello Stato.
Ho vissuto quel periodo in quei territori, anche in uniforme, per cui avevo il polso del sistema relazionale all’interno dei corpi dello Stato e, come paracadutista aggregato in Emilia Romagna, rappresentavo per alcuni un militare stimato fosse solo per essere della Folgore ma verso il quale vi era una spontanea forma di “sudditanza” da parte di chi, appunto, vedeva in noi paracadutisti quella élite della quale forse avrebbe voluto far parte. Questo mi ha consentito in quelle poche occasioni in cui interagivo con altri corpi dello Stato, prevalentemente carabinieri, di assorbire magari durante un caffè bevuto insieme dei commenti, degli ammicchi e delle considerazioni a tempo perso, in realtà utili per elaborare l’interpretazione del tessuto in cui operavo.
Per fare un esempio ho compreso in alcune occasioni più cose dall’appuntato esperto che dal colonnello a capo del reparto, oppure ho annusato l’andazzo della caserma dal solo comportamento del piantone nella sua postura o atteggiamento operativo; ove tutto questo rappresentava e rappresenta ancora oggi degli indici relazionali aspecifici di una situazione, ma erano e sono degli indicatori importantissimi.
Le stesse dinamiche avvenivano in Questura, ove difficilmente e soprattutto i gregari dei Savi non si sono lasciati sfuggire qualche confidenza al collega, qualche ammicco, qualche considerazione in forma di “soliloquio in conto terzi” utile anche a liberarsi dal peso di aver compreso di essere finiti in un ingranaggio serio dal quale era ormai difficile uscirne. Per questo ho sempre detto sin d’allora che a mio avviso vi erano altri poliziotti che avrebbero potuto contribuire a scoprire prima la banda Savi se avessero voluto farlo ma, come ho detto, da un lato l’andazzo del “farsi gli affari propri” e dall’altro “la difesa del proprio ufficio” ha contribuito al prolungato dannoso silenzio al netto di chi, come forse evidenziato nel corso dei processi, sapeva e non ha detto nulla se non acquisendo un vantaggio dal silenzio stesso, fosse anche come prestito infruttifero non lontano dal velato ricatto.
Ancora oggi questi gregari rappresentano un effetto spugna che merita di essere compreso. Ormai per Gugliotta serve un medium ma gli altri e soprattutto Occhipinti sono delle fonti di notizie importanti, sia per ricostruire una mappa utile ad indirizzarci verso un preciso quadrante ed iniziare così ad orientarci, che per evitare di perderci ancora una volta a causa di quella forma di declinazione magnetica rappresentata dalla supponenza investigativa o dai tecnicismi dibattimentali.
Concludo dicendo che potremmo anche invitare tutti coloro che hanno prestato servizio alla Questura di Bologna, di ogni grado e funzione, tra il 1987 ed il 1994 a fare “un rapportino sul fatto” e scrivere le loro considerazioni attuali sulle memorie del loro periodo dentro la soggolata casbah che era la Questura in quegli anni, con l’umiltà di riconoscerne il disagio senza più la terribile dinamica della difesa del proprio ufficio che in realtà ha sempre portato nociménto ad ogni forma di investigazione indirizzata in casa propria…
F.P.

Ma soprattutto i “gregari” potrebbero anche rappresentare un anello di collegamento con strutture o intermediari esterni e proprio il loro più basso profilo potrebbe risultare funzionale allo scopo.
probabile Andrea ma, considera, che quando si parla di sovrastrutture si tende a riconoscere nei gregari dei vuoti a perdere e non necessariamente dei gangli di collegamento