Alcuni anni or sono il tuo nome emerse in una mia rapportazione testimoniale prima avanti le autorità antimafia ed antiterrorismo che mi contattarono nella formula dei colloqui investigativi segreti che ho sostenuto in più occasioni, aventi oggetto prevalentemente la falange armata, poi presso la procura di Bologna ove indicai delle specifiche notizie su alcuni tuoi presunti contatti con coloro che gravitavano nell’ambiente che hai recentemente menzionato nella intervista alla trasmissione “belve”.
Negli anni ottanta ero presente tra Livorno, Bologna e Ravenna per motivi di servizio nelle FF.AA. e di frequentazione di colleghi ed ex colleghi della brigata paracadutisti Folgore i quali transitavano tra la Ftase di Verona ed altre amministrazioni della Difesa.
Ho vissuto gli eventi di quel periodo soprattutto nella fase embrionale che ha portato alla cosiddetta banda della uno bianca, ovvero quando i reati furono posti in essere non da poliziotti ma da altri soggetti in uniforme tra carabinieri in servizio ed ex carabineri paracadutisti, quindi per motivi legati alle mie esigenze di giustizia ho perimetrato le fasi di sviluppo di quel nuovo modello di destabilizzazione che ha poi partorito l’operazione falange armata.
Anche durante i primi anni novanta ero presente nel bolognese, guidavo una fiat uno “color pensione”, come ironicamente si diceva per stigmatizzarne il colore tra il blu scuro ed il grigio triste; auto che fu seguita in più occasioni da una uno bianca con tanto di richiesta di “strisciata” al terminalista del COT di Bologna da parte tua, come dal brogliaccio ancora oggi probabilmente reperibile.
Posso quindi dire di aver vissuto intensamente quel periodo, soprattutto perchè una mia relazione a livello superiore del 1986 relativa ad una riunione tra militari, civili, operatori di polizia ed altri soggetti di altre amministrazioni in cui i relatori progettavano il compimento di reati d’ambiente da parte di soggetti in uniforme, come poi avverranno, produsse “la mia caduta in disgrazia” poi concretizzatasi con il congedo nel 1988, avvenuto proprio a Bologna pochi giorni prima del mandato di cattura che mi colpì sulla base di una falsa accusa.
Posso quindi dire di aver vissuto pienamente quel periodo e di avere avuto dei motivi importanti per “indagare” quanto ebbi ad esperire sin dalla mia entrata alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito nel 1985 e fino all’arresto del 1988, dopo il quale ho condotto delle ricerche all’interno del mio ex ambiente di lavoro, sia quello dell’esercito che dei carabinieri e dell’intelligence per estrarre le memorie testimoniali e le prove a mia discolpa, inserendomi in questo modo in quella sorta di sottosistema integrato che gestiva la cosiddetta operazione falange armata e, il termine “operazione”, l’ho coniato io nel 2007 per caratterizzarne il valore del supporto tattico psicologico dato anche, ma non solo, alle gesta della banda della uno bianca. Termine ormai adottato sia in campo giornalistico che giudiziario.
Quanto sopra ti consente di capire che ben conosco il periodo di gestazione sia delle operazioni più complesse che della tua spontanea escursione criminogena, e ripeto spontanea, poi collimata da chi ne ha tratto vantaggio rispetto al più ampio progetto relativo a quel nuovo modello di destabilizzazione del quale, tu, nulla sapevi e poco hai compreso se non nella percezione offerta dalla tua esperienza di poliziotto e dalla conseguente scafatezza di mestiere, anche quello del criminale ma, paradossalmente, so bene che ti sentivi un poliziotto pur nel porre in essere i reati feroci che hai commesso, perchè comprendo quella tua “mentalità da missione” che ti ha sempre caratterizzato.
Ho passato tutti questi anni nella strana posizione di difenderti, non dai reati che hai compiuto, ma dalla tua consapevolezza di partecipare ad un progetto eversivo, soprattutto quando dicevo che nè tu nè i componenti della banda Savi, i tuoi fratelli ed i tuoi colleghi cooptati nelle azioni criminali, eravate in grado di essere appunto consapevoli dell’utilizzo strategico e strumentale della banda stessa all’interno di un progetto più ampio; se non quando la banda della uno bianca è diventata il vettore psicologico del terrore diffuso dai feroci eventi dei quali ti sei e vi siete macchiati, ovvero quelli commessi direttamente dalla banda Savi o insieme ad altri. In quel momento tu e probabilmente solo tu hai percepito di essere collimato da qualcosa di superiore ed i contatti dei quali hai parlato nella trasmissione sono nati proprio allora.
Meno di tre anni or sono mi fu sottoposto un identikit relativo al presunto terzo uomo presente nel corso degli omicidi in danno della signora Ansaloni e del signor Capolungo presso l’armeria di via Volturno, dal quale estrassi una verosomiglianza con un ex collega di forza armata con transiti agli ambienti dell’intelligence militare e, sia ben chiaro, ricognizione effettuata sul solo disegno fatto a mano e dai meri tratti somatici, ma significativi nei limiti di una identificazione visuale non in persona.
Persona che presumibilmente indichi nei tuoi contatti romani, anche in riferimento alla specifica “fontanella”, per quanto ritengo che tu a Roma ci sia andato raramente e, molto probabilmente, tali incontri li facevi prevalentemente in Toscana.
Senza tediarti, la faccio breve nel dirti che per una strana coincidenza di eventi nelle ultime settimane mi sono trovato a parlare di te sia in ambito giudiziario ed investigativo che all’interno di contenitori giornalistici, anche insieme al dottor Giovanni Spinosa, fino alla compulsione presso la Procura di Caltanisetta e pochi giorni dopo ti vedo in televisione nella nota intervista ove dici ed ammicchi eventi anche oggetto di valutazione investigativa e non lontani da quanto ho testimoniato, pur dicendo questo nei limiti del rispetto del segreto investigativo. Una vera e propria apparizione medianica atteso che si parla di contatti con “entità” astratte e non facilmente riconoscibili.
Ho ascoltato le tue parole ed ho ascoltato anche i tuoi ammicchi non verbali, mi permetto quindi di scriverti e di accompagnarti ad una reciproca riflessione su quel periodo, dicendoti chiaramente che lo faccio perchè sono ancora oggi fermamente convinto che tu non sappia nulla oltre quella percezione alla quale ho accennato e che la tua attuale strumentalizzazione è fuorviante, perchè indirizza nel funzionale e creato ad hoc contenitore dei cosiddetti “servizi deviati” in cui non si giunge ad altro che ad un girotondo del complottismo e, non, ad una opportunità di raggiungere delle verità.
Parlare di Roma non significa nulla, e porta al massimo a scontrarci contro delle mura garibaldine protette da mille caporali che mangiano a scrocco in attesa di passare il fiume perdendo tempo e risorse informative utili; potremmo invece ripercorrere i tuoi contatti e le tue conoscenze bolognesi ed in Emilia Romagna in generale, sia di soggetti a vario titolo riconducibili agli apparati informativi della Polizia di Stato che degli altri corpi presenti in città ed in regione anche nei secondi reparti o nei nuclei presenti nel ravennate, che di persone straniere con le quali hai avuto contatti non necessariamente riconducibili alle attività criminali.
Sei stato un poliziotto all’interno di una Questura con dei dispositivi precisi in materia di tutela di soggetti d’intelligence e di collaboratori che a vario titolo supportavano il bacino informativo, anche in favore delle esigenze di polizia giudiziaria. Luogo in cui, specialmente in quegli anni, le informazioni verbali non erano così riservate rispetto alle carte, per cui avresti potuto avere contezza di quelle realtà pur lontane dal tuo settore operativo ma delle quali percepivi la presenza, anche sotto forma di conoscenza personale con qualcuno di queste espressioni istituzionali, tra cui chi ha riconosciuto in te quella “possanza” che ti rendeva un personaggio come spesso accade nei circuiti professionali in armi e ne ha strumentalizzato la deriva che ti ha portato alla spontanea scelta della criminalità, inizialmente del tutto svincolata dalla valenza pseudoeversiva della banda della uno bianca.
Potremmo ripercorrere, giorno per giorno, ricordo per ricordo, i contatti avuti con soggetti provenienti dalla Toscana tra colleghi con gli stessi colori di istituto e di altre amministrazioni, magari anche di una tua visita, o più visite, nel livornese per ragioni non necessariamente diverse dal caffè con un ex collega mentre ti recavi in vacanza nel sud della Toscana dalle quali sono nate alcune strette di mano, come spesso avviene in questo tipo di occasioni.
Potremmo, soprattutto, rielaborare il contenuto comunicativo avuto con i soggetti con i quali asserisci di esserti incontrato e che indichi sommariamente come gente dei Servizi, perchè all’interno di un determinato circuito “parallelo” vi è un fraseggio ed un gergo specifico, forse meno istituzionale ma con dei marcatori verbali importanti come, per esempio, rispondere “affermativo” o “negativo” nel corso di eventi pubblici, udienze o interviste, invece che “si” o “no” inducendo chi ascolta a credere che sia solo una deformazione professionale o una strutturazione mentale del poliziotto.
Potremmo ripercorrere il settore della prostituzione femminile e maschile (transessuali) del bolognese, oppure i circuiti libertini tra scambisti e doppi mariti di mogi apocrife nel ravennate, per comprendere quanto importante fossero allora i contatti con un ambiente ancora considerato “immorale” dal quale tutte le uniformi stavano lontano ma molti lo vivevano clandestinamente ove, il clandestino, consentiva di veicolare dei progetti sulle attività da svolgere camuffate da un desiderio di trasgressività. Ricordando che nel caso fosse emerso qualcosa relativo a “complotti” proprio l’ambiente trasgressivo avrebbe avuto la prevalente attenzione e quella saldatura al ricatto per il segreto da mantenere, paradossalmente ove era più importante tutela la condotta morale del partecipare a dei potenziali moti eversivi.
Potremmo, soprattutto, riuscire a dare agli italiani quel senso di verità che sembri voler offrire dal contenuto dell’intervista alla brava giornalista Francesca Fagnani.
Per farlo è necessario però che ti lasci accompagnare nel recupero spontaneo dei tuoi ricordi, con il tuo linguaggio comunicativo e con la tua struttura di pensiero, altrimenti attivi le difese che hai sempre attivato, prima della quali quella “mentalità da missione” utile solo a camuffare da un lato qualcosa degno di approfondimento per capire realmente cosa vi era dentro la uno bianca e, dall’altro, per dare valore alla tua banale mediocrità che grazie alla vincita del concorso in Polizia ha assunto quella “possanza” che ti ha illuso di avere il potere di vita e di morte sulle persone, oggettualizzate sin da quando hai proiettato nelle manette e nella pistola le tue esigenze identificative per fuggire a quel vuoto a perdere che sei sempre stato e che hai capito di essere in questi tanti anni di prigione.
Vuoi darti spessore prima di morire? Bene, sono d’accordo, ma fallo con la realtà e non con la costruzione immaginativa di una “entità” che ben sai averti strumentalizzato, ma della quale poco hai compreso e rischi solo, indicando i Servizi deviati tout court, di partecipare di nuovo ad girotondo del nulla…
Fabio Piselli
