La più elevata forma di depistaggio in una strage consiste nell’impistaggio di una verosimilità, la quale non permetterà mai, a chi la coltiva, di giungere alla raccolta degli elementi probatori necessari per dire che, quella verosimilità, sia la verità di una o più stragi.
A differenza del depistaggio basato sul falso e, quindi, sul nulla mai avvenuto, l’impistaggio si sviluppa invece su dei concreti elementi di riscontro di una verosimilità, radicandosi alla quale si prosegue nella raccolta degli indizi utili per trasformarla in vero tramite le prove che, auspicabilmente, daranno lo spessore della verità giudiziaria all’interno di un dibattimento processuale, luogo in cui si forma tecnicamente la prova.
Di fronte, però, alla difficoltà di concretizzare degli elementi probatori degni di una sentenza favorevole, o forte abbastanza da non essere poi ribaltata nei vari gradi di giudizio, occorre saper porre in discussione la qualità delle indagini, indipendentemente dagli apparenti risultati basati proprio sulla verosimilità dei riscontri investigativi anche idonei per la richiesta di un rinvio a giudizio, se non si fermano all’archiviazione.
Nella mia esperienza ho evidenziato nei fatti accaduti tra il 1985 ed il 1994 questo meccanismo, rinforzato durante il passaggio verso il nuovo codice di procedura penale del 1988 entrato in vigore nel 1989, ovvero nel corso di un decennio che ha cambiato il Paese, anche politicamente dopo la stagione delle stragi nel 1994.
Un meccanismo raffinato e sviluppato investendo nella sfera delle dinamiche psicologiche da parte di chi ben conosceva il sistema indagini e, non solo, l’ordinamento giudiziario. Ovvero utilizzando la manipolazione psicologica per depistare sè stessi tramite l’impistaggio subito nel momento in cui, il desiderio del vero, rischia di camuffare in tal senso solo una apparente verosimilità; questo perchè si è convinti di essere di fronte a dei risultati concreti, benchè verosimili, ma in questo caso assolutamente diversi e lontani dal nulla del depistaggio e, se non si è capaci di porre e porsi in discussione, scatta la finzione del vero donata al solo, presunto, tale.
Questo evidenzio ancora oggi, chiamato a partecipare nella mia umilissima parte alla ricerca delle verità sulle stragi. Evidenzio il desiderio del vero, tanto da non saper rinunciare al verosimile.
Ritengo però che proprio le verità sui fatti di quel decennio meritino tutta la capacità di chi procede le inchieste, sia giudiziarie che giornalistiche, di resistere al desiderio di rendere vero solo il verosimile, altrimenti di ricade nella trappola dell’impistaggio stesso.
Ho discusso varie volte l’opportunità di osservare quella linea del tempo e degli eventi con il rispetto del percorso cronologico originale ma, se manca la conoscenza delle progressive tappe, quelle lacune si trasformano in un difficile guado, con il rischio di essere trasportati dalla corrente.
Forse, e lo dico ancora una volta con tutta la mia umiltà, dovremmo dare più valore alle dichiarazioni di chi quel decennio lo ha percorso parallelamente e contestualmente ai fatti oggetto delle indagini, senza decontestualizzarne il significato per ricontestualizzarlo nella misura utile al solo rendere vero il verosimile…
F.P.