Il carabiniere paracadutista Damiano Bechis, tra la Bologna della uno bianca ed il paracadutista Fabio Piselli…

By | Luglio 7, 2026

Nel corso delle indagini che condussi all’interno del mio ambiente di lavoro degli anni ’80 riferibli al cosidetto “caso Piselli” del 1986, ovvero quello militare e di polizia caratterizzato dai reparti della Folgore nella quale, in quel periodo, vi erano i carabinieri paracadutisti del “Tuscania” perchè l’Arma faceva ancora parte dell’esercito ed i loro paracadutisti parte della stessa Folgore, emerse il nome di Damiano Bechis nella convergenza della comune frequentazione non solo delle caserme e degli ambienti militari livornesi e di Camp Darby, ma anche del bolognese e della sua vicinanza alla presunta vittima del reato che mi fu attribuito e per il quale nacque, appunto, il caso Piselli.

Invito chi legge a comprendere che all’epoca questi carabinieri si consideravano prima paracadutisti, poi, carabinieri; proprio per lo storico legame con la Folgore, tanto che ancora oggi nonostante siano diventati una forza armata autonoma ed il Tuscania sia stato staccato dalla Folgore, il basco è rimasto lo stesso.

Damiano Bechis è stato un effettivo al 1° Battaglione “Tuscania” fino a quando commise un fatto penalmente rilevante nel corso di una operazione che cagionò il suo congedo; uno dei tanti operativi che rientravano nello schema mentale del paracadutista, dell’uomo-Folgore, dell’ardimento e del forte vincolo ideologico e di cameratismo non solo con il singolo reparto ma con tutta la brigata paracadutisti Folgore.

Damiano Bechis decise unitamente ad altri ex paracadutisti di formare una banda criminale, nota come “banda Bechis” o in altri atti come “banda della Bolognina” diventando il capo di un gruppo di rapinatori e dediti ad altri delitti che gli investigatori bolognesi definirono nella fascicolazione delle loro indagini verso la “uno bianca” come i “paracadutisti della Bolognina” oppure “i Rambo” atteso che in quel perido il film di Stallone divenne una sorta di emblema per tutti i “guerrieri speciali”.

Ho già accennato in altri articoli che contestualmente a questi eventi il nostro governo aveva autorizzato il Sismi a sviluppare una nuova organizzazione denominata GOS, formata sia dagli specialisti dello stesso Sismi in area Gladio, tutti provenienti dalla Folgore e dal Comsubin, che da operatori di FF.AA. e segnatamente coloro tratti dai reparti della stessa Folgore, tra i quali il “Tuscania”. Periodo in cui, di punto in bianco, nel giro di poco tempo e quasi esclusivamente nel bolognese con dei collegamenti a Livorno, alcuni carabinieri, paracadutisti e poliziotti si trasformarono in criminali, tra i quali i componenti della nota banda della uno bianca.

Non ricordo di aver mai avuto dei rapporti diretti con Bechis, intesi come amicali o di colleganza, mentre ben ricordo di averli avuti con dei suoi colleghi sia di reparto che coetanei, tutti nati tra il 1960 ed il 1964 e, probabilmente, ci siamo incrociati più volte nell’ambiente senza stringere amicizia o frequentazione come invece avvenuto con altri.

Tra il 1986 ed il 1988 ho frequentato spesso la città di Bologna, fino al trasferimento proprio in Emilia Romagna presso un reparto missilistico, periodo durante il quale ho sostanzialmente assistito alle dinamiche che hanno portato ai gravi fatti che stavano avvendendo, quei reati posti in essere da soggetti in servizio nei corpi dello Stato o che avevano da poco lasciato l’uniforme, come Bechis appunto.

E’ altresì importante focalizzare che gli investigatori in quegli anni procedenti l’inchiesta sulla uno bianca, forti di una segnalazione che pervenne loro indicante l’ipotesi che gli autori di quei delitti potessero essere uomini dello Stato, si concentrarono proprio sulla banda Bechis e questo attenzionamento fu poi utilizzato come scusante per non aver invece indirizzato le proprie indagini verso i fratelli Savi, definita anche negli atti delle commissioni parlamentari come una “tragica coincidenza investigativa”.

Evidenzio che proprio mentre ero in servizio nel ravennate con frequenti escursioni sia a Bologna che verso la Ftase di Verona, fui contattato da un ufficiale dei Carabinieri di Bologna esso stesso con delle esperienze al Tuscania, non ricordo se fosse operativo al nucleo di via dei Bersaglieri o a vario titolo aggregato in quella città, interessato verso la comunità paracadutisti ed ex paracadutisti sul territorio da cui estrarre delle eventuali informazioni di interesse operativo; io ero in quel momento uno dei pochissimi paracadutisti in uniforme col basco amaranto presenti nell’area, e l’unico a Ravenna, motivo per cui spiccavo in qualche modo al monitoraggio in tal senso.

Quando affronterò nei dettagli il caso Piselli indicherò meglio i legami tra la presunta vittima del reato ed il vero presunto autore del fatto, che questa indicò nella prima denuncia come un carabiniere paracadutista, vicino a Damiano Bechis.

Nelle mie ricerche, concentrandomi su questo personaggio, perchè tale era diventato nella sua mutazione da valido carabiniere a bandito con tecniche ed armi militari, ho evidenziato i collegamenti con le stesse persone, con gli stessi ambienti e con le stesse derive che hanno caratterizzato la mia evoluzione militare prima e di collaboratore e consulente esterno dopo nel decennio 1985-1995 ma, più importante, ritengo che quello che è stata definita come una “tragica coincidenza investigativa” in realtà fu un vero e proprio errore valutativo nella migliore comprensione della banda della uno bianca.

Se Bechis era estraneo al circuito dei fratelli Savi, al netto di alcuni contatti nell’ambiente delle armi nel ravennate, non significa che fosse estraneo a quel progetto meraviglioso esso stesso non compreso e sottovalutato, anche perchè mancano ancora oggi dei coefficienti di sintesi per consentire una approfondita e seria analisi.

Analisi che in modo suggestivo potrei classificare come Bechis-Macauda-Bologna-Ravenna…

Fabio Piselli