Nel corso di una mia escussione come persona informata sui fatti nella prima inchiesta Gladio degli anni novanta (Inzerilli-Martini), parlai del recupero dal mare di presunte sostanze esplosive da parte di sommozzatori, delegati in tal senso all’interno dell’ausilio a dispositivi ed esercitazioni di una struttura istituzionale. La cosa non fu presa sul serio, pervennero informative dal contenuto induttivo e “falsato” e tutto rimase sospeso fino a quando un pentito di mafia indicò un recupero di esplosivi dal mare, utilizzati poi per le stragi del ’92 e, se non ricordo male, vi sono ormai delle sentenze definitive contro i cosiddetti pescatori.
Inoltre uno degli investigatori che indagava sulla settima divisione del Sismi, fu poco dopo cooptato al Sismi e, anche questo, definì l’anomalia di un certo falsato informativo in quella inchiesta, già molto complessa.
Negli anni 2000 sia durante i colloqui investigativi segreti disposti dal PNA sia nella collaborazione fiduciaria con una AA.AA. del sud, ho ripetuto e descritto dettagliatamente questi meccanismi di recupero, evidenziando nel modo possibile la differenza tra i recuperi dei pescatori e quelli dei sommozzatori e sono stato ritenuto pienamente attendibile ma, come ho scritto, la lotteria della credibilità è assai vulnerabile in queste difficili inchieste.
Nel primo caso i pescatori della mafia hanno tirato su degli ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale, ovvero bombe presenti nei fondali. Quindi un recupero “dal mare” di materiale datato per il quale è stata necessaria una sorta di rimacinatura per essere poi riutilizzato nella sua componente TNT.
Nel secondo caso, al quale mi riferisco, il materiale esplodente era depositato si in mare, ma in quota e, non, nei fondali. Posto in acqua in tempi molto più recenti rispetto a quelli della seconda guerra mondiale e con una presunta componente di RDX presente nei contenitori; quindi un recupero effettuato non tanto dal mare quanto “in mare”, sia per il metodo di deposito che per le immersioni necessarie per raggiungere non solo il punto Loran ma anche la quota subacquea di riferimento e la strumentazione più idonea per la riemersione di contenitori, non grandi ma degni quantomeno di un cazzillo, meno commestibile in questo caso.
I sommozzatori erano dei civili ma ex militari, o comunque provenienti dalle amministrazioni dello Stato, tutti cooptati all’interno di un circuito fiduciario con dei precisi loro referenti istituzionali, convinti di portare il proprio ausilio all’interno di esercitazioni o dispositivi del tutto diversi da qualcosa di presumibilmente losco, pur in un quadro di elevata riservatezza.
Chiaro che, nel momento in cui sono avvenute le stragi, chi ha partecipato al recupero ed al trasporto di un presunto materiale esplodente, non necessariamente tritolo ma soprattutto un rinforzante come il T4, qualche quesito se lo è posto e, in almeno un caso, lo ha sia somministrato al proprio referente non senza consenguenze, che notiziando le AA.GG. per ogni loro eventuale seguito.
Purtroppo, nel nostro strano Paese, i tempi dei cosiddetti seguiti di competenza hanno una deflagrazione troppo dilatata con il rischio di rappresentare solo una miccia a lenta combustione che non porta a nessun caso, così esplosivo, da far saltare la fortezza dei segreti su quelle stragi e sul, presunto, sostegno esterno alla mafia.
Presunto sostegno, il quale non deve necessariamente essere la causa principale degli obiettivi mafiosi ma, nella trasversalità degli interessi e nel polivalente significato delle stragi stesse, potrebbe rappresentare un coefficiente in quel più ampio supporto tattico-psicologico che ha caratterizzato il processo di dissoluzione della Prima Repubblica e portato alla concretizzazione della nuova politica del ’94.
Tornerò su questo argomento con dei futuri articoli…
F.
