Del perchè troviamo Fabio Piselli nei cosiddetti “misteri italiani”…

By | Maggio 7, 2026

Nel corso di questi ultimi 41 anni ho assistito ad una narrazione prevalentemente extradiegetica su Fabio Piselli, sia da parte di chi tendeva a descrivermi come una sorta di “intruso” nei vari casi giudiziari che da parte di chi mi voleva invece “cacciato” da più amministrazioni, all’interno di una sorta di paradosso della dicotomia che in qualche modo mi segue ancora. Motivo per cui cerco di spiegare agli interessati le ragioni per le quali si legge il mio nome in alcuni libri, articoli e carte giudiziarie riguardanti anche i cosiddetti misteri italiani.

In realtà è tutto molto semplice, solo reso complicato dai meccanismi tipici del qualunquismo operativo e di un certo voluto riduzionismo delegittimante che, soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha impedito di comprendere subito ciò che purtroppo è stato capito a distanza di molti anni e, a dire il vero, ancora oggi vi sono interpretazioni diverse ma almeno abbiamo superato il pensiero de “l’intruso” e quello de “il cacciato”.

Perchè un soggetto eventualmente patologico può anche millantare di aver lavorato per qualche amministrazione dello Stato o di aver prestato delle consulenze in ausilio alle autorità giudiziarie, magari raccontando le sue avventure all’interno di una fumosa birreria ma, chiaramente, al primo riscontro tecnico saranno assenti tutti quei coefficienti di validazione su quanto afferma, rientrando così nel classico ciarlare tra un quartino di vino ed il concorso non vinto che, in alcuni casi, porta alle frustrazioni da compensare appunto con la millanteria.

Se, invece, il concorso è stato vinto come è avvenuto per il mio corso sottufficiali nel 1985, il 58°, ma ho dovuto lottare a lungo per dimostrare vero il foglio matricolare del Ministero della Difesa quando qualcuno all’interno degli apparati millantava che avessi falsificato sia quel documento che le eccellenti note caratteristiche, poi riconosciute reali ed originali, significa che siamo di fronte a qualcuno diverso dall’avventore di una fumosa birreria.

Se, invece, la collaborazione con più amministrazioni dello Stato e la prestazione di consulenze e servizi ausiliari di polizia giudiziaria è stata confermata dalle competenti autorità, anche in questo caso dopo aver io dovuto dimostrare vero quanto invece fu millantato essere fonte di documenti falsificati, significa che siamo di fronte a qualcuno diverso dall’avventore di una fumosa birreria.

Se, invece, quanto mi veniva attribuito come fonte di millanteria da parte di soggetti che ricoprivano una funzione nelle amministrazioni dello Stato con i quale avevo avuto dei rapporti o dei contatti, da loro invece inizialmente negati ma, poi, confermati avanti le autorità giudizarie, significa che siamo di fronte a qualcuno diverso dall’avventore di una fumosa birreria.

I “se invece” sopra descritti invitano a riflettere quindi.

Come una riflessione ho stimolato nei confronti di chi maliziosamente mi imputava di essere stato “attenzionato” più volte da parte di un circuito livornese interno agli apparati cercando di rinforzare la cultura del sospetto, dicendogli che: “se dopo vari controlli tra cui un inseguimento in sirena stimolato da una ambigua segnalazione, se dopo più perquisizioni senza una autorizzazione dell’AG e quindi basate su degli ambigui motivi urgentissimi non trovi nulla e, nulla, ha un seguito da questi dispositivi sotto il profilo giudiziario o di polizia significa, o che io sono molto bravo a nascondere qualcosa, o che gli operatori sono poco bravi a cercare, oppure che, molto probabilmente, non vi è mai stato nulla da trovare”.

Quindi, per quanto sopra, o io vivo delle percezioni persecutorie nate da una serie di anomali attenzionamenti, oppure vi possono essere della ragioni per le quali vi è il coltivato interesse alla delegittimazione di Fabio Piselli, soprattutto in termini di qualità delle memorie potenzialmente testimoniali.

Sarebbe, come ho detto, in realtà bastato ascoltarmi nel novembre del 1986, oppure qualche anno dopo ed avremmo evitato l’annosa produzione dei tanti “se”, oltre alle ragioni per le quali mi si trova a vario titolo all’interno di quei fatti descritti dalla narrativa come misteri italiani.

Ragioni che nascono dalla mia esigenza di Giustizia per i fatti del dicembre del 1986, costruiti ad un mese di distanza dalla mia rapportazione come ho accennato in altri articoli e meglio descriverò in seguito, ovvero esigenze protese alla ricerca delle prove a mia discolpa indirizzata nell’unico ambiente militare e di polizia con riferimenti all’intelligence nel quale avevo lavorato in uniforme e che avevo frequentato nel corso della metà degli anni ottanta.

Ambiente da cui, pare, fossero nati dei riferimenti alla falange armata come poi meglio approfondito sia dalle autorità antimafia ed antiterrorismo che dalle inchieste giornalistiche e televisive, oltre al lavoro di più commissioni parlamentari d’inchiesta ancora in itinere.

In conclusione, vi è una sorta di fil rouge che collega quei fatti originali a più misteri per la presenza di soggetti che, proprio dalle caserme livornesi nelle quali anche io ho prestato servizio, sono transitati in quei settori dell’intelligence da cui, pare, vi siano state quelle derive ancora oggi indagate da chi procede le inchieste sulle stragi e sul quel terribile decennio compreso tra il 1985 ed il 1995, il mio periodo di maturità operativa e, forse per questo, nel corso della logica ed analitica ricostruzione cronologica dei fatti, ho io stesso partecipato alla tessitura di quel fil rouge oggi meglio compreso e, non, riferibile a nessun quartino di vino rosso bevuto in qualche fumoso locale, anche perchè non fumo e non bevo.

Ho infatti, dopo l’esperienza alla Scuola Sottufficiali, prestato servizio nei reparti dei paracadutisti nella Folgore dai quali alcuni colleghi transitati al Sismi sono stati indicati come partecipanti all’operazione falange armata, ho frequentato le basi americane in Italia ed in prevalenza Camp Darby, ho prestato servizio in Emilia Romagna mentre la uno bianca ed altri operatori in uniforme stavano commettendo gravi reati; ho patito la prigionia nel 1988 per gli eventi del dicembre 1986 e successivamente ho collaborato per più anni con alcune autorità giudiziarie sia in termini di servizi ausiliari di PG che su base fiduciaria.

Per questo e non solo per questo, nel corso di tanti anni, ho perimetrato quel fil rouge tra i casi ordinari e quelli di maggiore spessore ove, i tanti anni, sono caratterizzati da quelle interminabili indagini sul periodo ’85-’95 le quali, di fatto, attualizzano un passato che sembra restare un eterno presente nella vita di chi ne è stato coinvolto.

Il nostro è quello strano Paese nel quale chi grida di più sembra imporre il proprio narrato e, se la sua voce ha un bollo tondo dello Stato, appare più credibile quando, purtroppo, negli apparati del nostro Stato è presente quel paradosso in forza del quale grida chi ipotizza ciò che non conosce ma restano in silenzio coloro che, ancora oggi, potrebbero realmente far conoscere le proprie memorie testimoniali.

Sono e resto un cretinotto qualsiasi che ha scelto di rimanere tale, cosciente dell’importanza del restare soprattutto indipendente dalle numerose pressioni che, alla fine dei conti, proprio nel nostro strano Paese, tendono a rinforzare le varie ipotesi pro e contro un teorema investigativo sui misteri italiani e, da quelle tastatine di polso mi sono sempre allontanato.

L’indipendenza, quando entri come persona informata in un tritacarne giudiziario come quello delle indagini sulla falange armata e sulle stragi siciliane e continentali, è una conquista raggiunta a caro prezzo perchè, inevitabilmente, ne esci maciullato con il rischio di ritrovarti paradossalmente coinvolto nella tua stessa storia, narrata da altri…

F.