Il 2 giugno del 1993 nella ricorrenza della festa della nascita della Repubblica Italiana, poco distante da Palazzo Chigi, in via dei Sabini, fu collocata una 500 blu, se non ricordo male, al cui interno vi era un trappolamento esplosivo che non riuscì a brillare evitando la morte del Presidente del Consiglio e di coloro intorno a lui.
Questo evento accade poco dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze del 27 maggio e poco prima quella di Milano e Roma tra le 23 del 27 e la nottata del 28 luglio, contestualmente ad una interruzione dei nodi dei circuiti speciali delle comunicazioni di Palazzo Chigi, tanto che lo stesso Ciampi ipotizzò il potenziale colpo di Stato al quale fece accenno in una intervista pubblica.
Nella recente intervista che ho condotto con Fanpage Confidential, il giornalista ha fatto riferimento a via dei Sabini anche clippandone i contenuti poi riproposti nei loro canali e ripresi da altri; motivo per cui cerco di donare questo odierno confronto agli interessati che seguono il mio Blog.
Ho sempre ritenuto il trappolamento di via dei Sabini un evento che avrebbe potuto, ed ancora oggi potrebbe, offrirci un quadro di analisi importante sia per gli scopi politici che nella natura della “confidenza” pervenuta proprio per sventare l’attentato, al netto della presunta batteria scadente per dare impulso al circuito del trappolamento stesso.
Generalmente i pentiti parlano dopo gli eventi e raramente sono in grado di avvertire quasi in tempo reale, come invece sembrerebbe essere avvenuto nel caso di via dei Sabini, perchè si pentono appunto per qualcosa che hanno fatto o a cui hanno partecipato mentre, in questo caso, l’informazione pervenne tramite altri canali sui quali mi riservo di specificare altro.
E’ necessario però comprendere l’improtezione del Presidente del Consiglio in quel 2 giugno del ’93 laddove solo l’informativa confidenziale ha consentito di evitare una strage, ovvero un lavoro interno ed una meccanica esterna tale da rappresentare due entità diverse e, non, compatibili con una sinergia di intenti anche ricorrendo alla significativa espressione della criminalità eversiva.
Perchè in via dei Sabini si è attivano qualcuno che desiderava evitare una strage ma non “proteggere” il Presidente del Consiglio, ovvero tutelarne la vulnerabilità, come obiettivo fisico e politico, ma lasciare la sua improtezione evidente nella organizzazione che tutela una così alta carica dello Stato.
E’ difficile interpretare appieno quanto dico per chi non ha vissuto quegli anni con una ottica interna a determinate dinamiche nel conflitto intestino nelle amministrazione di sicurezza e di polizia, in essere sin dalla seconda metà degli anni ’80 e soprattutto tra chi supportava a vario titolo le stragi mafiose e, chi, invece, tentava di tutelare le istituzioni poste a rischio dall’intento eversivo di quelle stragi.
Via dei Sabini è tuttora un attentato poco compreso ma pregno di una sintesi tale da rinforzare la percezione di Ciampi di essere di fronte ad un imminente Golpe, ben diverso da quelli storici o in stile sudamericano perchè l’effettivo colpo di Stato che ha portato al mutamento della politica del Paese nel successivo ’94 ha avuto un ordinamento cellulare, ovvero si è compattato solo dopo una serie di stragi purtroppo compiute ed altre tentate.
Per ricostruire un quadro di analisi è opportuno quindi ripercorrere quel periodo in modo cronologico seguendo la corretta liena del tempo e con un indirizzo analisi-sintesi e, non, il contrario. Utilizzando naturalmente le conoscenze acquisite dopo, ma senza imporne una forzata contestualizzazione solo per rinforzare una ipotesi rispetto che un’altra.
E’ necessario partire dalla voce confidenziale che ha permesso di sventare l’attentato di via dei Sabini per comprenderne l’origine ed anche il suo riferimento istituzionale, tenendo altresì conto che quanto pervenuto a chi attivò il ritrovamento della 500 è stato triangolato e, quindi, non si può identificare nel primo stadio il confidente, ma uno dei nodi di quella comunicazione da cui risalire la maglia fino al cosiddetto confidente.
Il Generale Capuzzo, che fu il mio capo di Stato Maggiore di Forza Armata nel 1985, in quel periodo passato alla politica, DC se non erro, seppe mettere insieme un quadro interessante che vedeva la presenza di alcuni cittadini russi, da lui descritti come ex KGB, che offrivano le proprie competenze anche alla mafie italiane; un nome su tutti è quello di Alexander Kuzin e, in questo canale, aveva suggerito degli approfondimenti non tanto perchè vi era un effettivo coinvolgimento personale dei sovietici, quanto per il “doppio” informativo italiano parallelo, il quale consentiva di avere notizie da fonti diverse dalla classica intelligence militare o interna, ovvero soggetti sostanzialmente svincolati dalle gerarchie e dagli apparati che, però, sembravano fornire delle rapportazioni strutturate ma apparentemente incompatibili con le metodiche delle amministrazioni istituzionali.
Un “doppio” che aveva lavorato su quei sovietici e non solo.
Scriverò ancora su via dei Sabini, ove l’esplosivo analizzato non ha saputo dire molto ma, a mio umile avviso, sull’impiego del quale c’è ancora molto da dire…
F.P.

