
“Maruska” è quel transessuale che denunciò di aver patito un reato nel dicembre del 1986, indicando inizialmente un appartenente al 1°btg. “Tuscania” e dicendo ai carabinieri che il suo ex fidanzato era un loro collega, disse inoltre che poco tempo prima aveva subito una aggressione nei pressi di casa facendo intendere che anche quell’episodio avrebbe potuto ricondursi all’ex fidanzato, carabiniere paracadutista.
“Maruska” era un personaggio noto sin dagli anni ’60 alle polizie, non solo per le sue condotte ma come si evince dall’articolo che pubblico, anche per quella vena artistica che, insieme a “Solange”, lo porteranno ad essere una icona tra i personaggi livornesi di quelle generazioni, lo stesso Solange diventerà poi un volto conosciuto in televisione purtroppo deceduto qualche anno fa.
Il fatto reato, secondo il racconto di “Maruska” è il seguente:
Il 18 dicembre 1986, il transessuale termina la serata di prostituzione in auto e rientra a casa. Da notare che si prostituiva solo in auto e non a casa.
Nei pressi del cancello di entrata del grande condominio con numerosi appartamenti, incontra un giovane ad attenderlo, il quale si presenta o come un carabiniere del Tuscania o come un amico del suo ex fidandato, carabiniere paracadutista. Da notare il fatto che il giovane sapeva l’indirizzo di casa del transessuale, quindi o vi era già stato, o gli era stato indicato oppure lo aveva estratto da qualche banca dati.
“Maruska” descrive il giovane senza accento, i cui tratti somatici erano compatibili con una elevata percentuale di militari presenti in città, indica una auto di pertinenza del giovane e conferma che accetta di salire in casa per un rapporto sessuale (convegno carnale negli atti) consensiente e non mercenario. Da notare che il mio accento toscano è sempre stato evidente e la mia calata livornese spicca alle orecchie di un livornese, inoltre la descrizione del mezzo non era assolutamente compatibile con la mia auto.
“Maruska” racconta che chiede, o accetta, di fare un gioco erotico rappresentato dall’uso di un legaggio (corda elastica portapacchi) con il quale si farà legare un solo braccio al bracciolo di una sedia, ove consumeranno il rapporto sessuale pur nella stanza da letto. Ha l’altro braccio e le gambe completamente libere, non subisce nessuna forma di imposizione, violenza o minaccia ma partecipa al cosiddetto gioco erotico consensualmente.
Racconta quindi che, terminato l’amplesso, il giovane si reca nella cucina mentre “Maruska” si slega il polso e si ricompone, restando nella stanza da letto. Da notare che da questo momento tra i due non vi sarà nè più contatto fisico nè visivo.
Poco dopo “Maruska” sente il giovane salutarlo e ringraziarlo nel chiudere la porta di casa e andarsene. Da notare che in quel momento il transessuale è ancora nella stanza da letto, da solo.
Giunto in cucina si accorge che dalla borsa erano scomparsi i soldi guadagnati con la serata di prostituzione ed un mangianastri, uno stereo di quel periodo in cui metteva la cassetta a nastro per ascoltare la musica. Da notare che, nel compimento del reato, non vi è stato alcun contatto tra l’autore e la vittima, nessuna violenza o minaccia.
“Maruska” non chiama la polizia, non i carabinieri e nemmeno una ambulanza; non ha motivo di farlo perchè non ha subito nessuna forma di violenza o minaccia fisica, verbale o psicologica.
Al mattino successivo, in orario di ufficio, si reca presso la stazione carabinieri porto e denuncia quanto sopra. Da notare che i carabinieri lo conoscevano bene, già protagonista di eventi simili ed inizialmente non gli dettero importanza tanto che non volevano nemmeno accoglierne la denuncia ma, solo quando “Maruska” fece riferimento a un loro collega del Tuscania fu accolto e le furono mostrate delle fotografia di appartenenti ai paracadutisti del Tuscania. Da notare ancora, che non è specificato se queste, poche, immagini, erano di meri operatori di quel reparto oppure di soggetti noti per delle condotte criminose provenienti da quel reparto, magari in cui avevano svolto la leva, oppure di operatori di quel reparto attenzionati per ragioni operative.
“Maruska” nel corso delle settimane successive integrerà la denuncia con qualche particolare ma, nulla, di riferibile o compatibile con Fabio Piselli.
Fino a quanto sopra ricordato, nulla infatti indica la mia persona.
Evidenziamo sin d’ora che la descrizione del fatto-reato è compatibile con quella del furto e, non, della rapina. Il furto si configura con l’asportazione di un bene senza la presenza della vittima e senza violenza o minaccia, esattamente come descritto dal transessuale. La rapina si configura invece, tra propria ed impropria, con la presenza della vittima e con l’uso di violenza e minaccia o nel corso dell’asportazione di un bene, oppure nel guadagnare la via di fuga da parte dell’autore del reato.
“Maruska” nel marzo del 1987 si reca presso un locale livornese, il “Topsy Pub”, ove non era mai stata, accompagnata da un operatore del Tuscania ed un operatore del Col Moschin, reparti di elevata qualità in quegli anni ancora parte della Folgore e, i carabinieri, erano ancora la prima arma dell’esercito e non forza armata autonoma.
Io frequentavo il Topsy perchè conoscevo bene il proprietario, Marko Von Schoemberg, avevo frequentato le scuole con una delle figlie e coscevo tutta la famiglia, motivo per cui, quando organizzava degli eventi musicali o degli spettacoli mi chiedeva di rinforzare la sicurezza del locale in cui, tra i vari artisti, si esibirono i Litfiba, venne Marvin Hagler più volte, ebbi anche modo anche di fare la tutela a Moana Pozzi quando si esibì a Livorno negli anni ’80.
Conoscevo “Maruska” di fama come ogni livornese di quelle generazioni ma non lo avevo mai incontrato di persona fino a quella sera, quando accompagnato da i due militari a me noti mi fu presentato per pochi minuti, dopo di che andarono via.
“Maruska” qualche giorno dopo si presenta ai carabinieri della stazione porto indicando la mia anagrafica, suo dire estratta da un mio documento di identità, dicendo di avermi riconosciuto nel ragazzo autore dei fatti del dicembre 1986.
I carabinieri effettuano una perquisizione presso l’abitazione dei miei genitori in cui ero formalmente residente, io non ero presente perchè fuori Livorno in quei giorni, dalla quale sequestrano una pistola giocattolo col tappo rosso ed un pugnale stile “camillus”. Da notare che nulla di riconducibile al reato denunciato dal “Maruska” fu trovato nella mia stanza.
Saputo di questo rientro a Livorno, non ricordo se ero a Vicenza o a Verona, presentandomi alla stazione carabinieri porto ed è in quella sola occasione che incontro e parlo con il comandante Capitini, il quale mi rassicura senza darmi grandi spiegazioni. Da notare che siamo ancora negli anni in cui vigeva il vecchio codice prima della abrogazione che riformerà il codice di procedura penale.
Dal marzo 1987 al marzo 1988 non saprò più nulla della faccenda, mentre continuo a prestare servizio nei vari reparti militari tra quelli della Folgore e quelli in Emilia Romagna.
L’11 marzo del 1988 giungono a casa mia i carabinieri con un mandato di cattura urgente, per prevenire il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove e sono così fatto prigioniero. Da notare che nel corso dell’anno durante il quale nulla fu fatto in termini di indagini, sono sempre stato a disposizione del Ministero della Difesa, interessanti è inoltre il fatto che il magistrato che firmò l’ordine di cattura sarà poi egli stesso arrestato e condannato in via definitiva, per eventi diversi da questi, ma rende l’idea della situazione in cui mi sono trovato quando, in quegli anni, ero ancora un infradiciannovenne.
Quel giorno ha chiaramente rappresentato, il prima ed il dopo, nella mia vita.
Prima ero un militare arruolatosi già all’età di 16 anni presso la scuola sottufficiali dell’esercito, mentre al momento dell’arresto ero appena entrato in licenza illimitata senza assegno in attesa di congedo ovvero, tecnicamente, ancora dipendente del Ministero della Difesa e, nel tempo libero, prestavo da alcuni anni volontariato come soccorritore a bordo delle ambulanze.
Ero incensurato, con note caratteristiche eccellenti, considerato “un sicuro e fidato collaboratore” e con degli encomi per qualità fisiche e morali, rendimento negli studi e operativo.
Da notare, però, che nella rapportazione del Capitini tutto questo non è mai menzionato ma, al contrario, si legge che “Maruska” è un impiegato (che non è mai stato) mentre Piselli è descritto come “nullafacente”.
Dopo 77 giorni di prigionia nella formula della custodia cautelare subisco il processo di primo grado, in cui mi si contesta il reato di rapina e di detenzione di armi e dal quale torno al carcere con una condanna al massimo della pena, anni 3 e mesi 1 di reclusione e anni 5 di interdizione dai pubblici uffici.
Prove a mio carico:
“Maruska” su richiesta dei magistrati mi riconosce in aula durante il dibattimento, non sbaglia perchè ero l’unico dentro il gabbiotto con i ferri ai polsi e la catena e, inoltre, l’unica persona vicina oltre ai carabinieri era di colore ma, paradossalmente, come evidenziarono alcuni giornalisti presenti, ebbe dei tentennamenti prima di indicarmi.
La testimonianza del nipote del “Maruska, tale Furio, tossicodipendente, il quale racconta quanto segue: “mia zia nel marzo del 1987 mi ha telefonato per dirmi di recarmi a casa sua, perchè attendeva l’autore del reato del dicembre 1986 in quanto si erano accordati per la restituzione dei soldi e del mangianastri; giunto presso l’abitazione ho visto un giovane per pochi secondi mentre scendeva verso l’androne del palazzo”. Da notare che questo parla di un giovane che non è in casa della zia, ovvero dentro l’appartamento, ma nelle scale di un palazzo pieno di decine di appartamenti, senza nulla in mano di riferibile al fatto reato. Un altro particolare importante, su cui riflettere, consiste nel perchè il “Maruska” saputo che l’autore del reato stava andando a casa sua, chiama il nipote e non la polizia o i carabinieri, i quali avrebbero preso il giovane con la refurtiva in mano.
Ma, la prova “schiacciante”, è stata la rapportazione del Capitini, il quale pur citato come teste non è stato ammesso al processo, ove nel suo rapporto scrive quanto segue: “Piselli, mentre eravamo da soli, mi ha ammesso oralmente i fatti ma non ho raccolto la confessione in nessun modo”. Ovvero asserisce che gli avrei “confessato” i fatti ma non esiste alcuna documentazione cartacea, fonica o di altro tipo se, non, quanto da questi asserito quando, se realmente avessi confessato, avrei evitato il carcere mentre, al contrario, appena saputo la natura delle accuse avanti il sostituto procuratore mi professai immediatamente innocente.
Nel corso del processo non furono mai presentate come prove delle impronte digitali estratte dall’appartamento in cui sono avvenuti i fatti, oppure dal legaccio in possesso dei carabinieri, il quale era un elastico di quelli che all’epoca si usavano per il portapacchi della vespa, periodo in cui erano di soli due colori commerciali ed ampiamente diffusi.
Prove a mia discolpa:
Mi sono sempre dichiarato innocente ed estraneo ai fatti.
Diverso era il mio accento rispetto a quello dell’autore del reato.
Diversa era l’auto.
Dal 1985 al 1988 non vi erano mai state notizie di polizia, segnalazioni o informazioni di altro tipo che mi potessero indicare come frequentatore di transessuali o di prostitute in genere, oppure parte di quel disagio d’ambiente più compatibile con chi, in quegli anni, necessitava di rubare dei soldi ed un mangianastri, ovvero i tipici reati della tossicodipenza. Al contrario ero descritto nelle note caratteristiche come un “sicuro e fidato collaboratore” per il Ministero della Difesa.
In quei giorni del dicembre del 1986 non mi trovavo a Livorno, ma ero altrove in compagnia di alcuni militari.
Da notare l’aspetto “psicologico” di quelle accuse nella percezione dei militari e, specialmente, dei paracadutisti ove, il solo sospetto di essere un “frocio” spezzava di colpo quel legame di fratellanza tipico del cameratismo militare e della ideologia politica che lo caratterizzava. Nessuno volle più avere dei contatti con me e nessuno partecipò alla mia richiesta di testimoniare.
Segnali di interesse e punti di convergenza:
L’autore del reato si presenta come un appartenente ai carabinieri paracadutisti o come ex tale, indicando la conoscenza con l’ex fidanzato del “Maruska” che era, o era stato, al Tuscania.
Il giovane nel presentarsi in tal senso, a dire del “Maruska”, fa spesso riferimento a Bologna e, Bologna era la città di provenienza del suo ex fidanzato, carabiniere paracadutista; inoltre proprio Bologna è stata la città da cui rientro a Livorno in licenza illimitata, dopo aver prestato servizio a Ravenna anche se, tra il 1985 ed il 1988, frequentavo spesso l’Emilia Romagna nell’asse Livorno-Verona oppure Vicenza.
Per tutto questo un ragazzo di 19 anni incensurato è stato condannato ad anni 3 mesi 1 di reclusione e anni 5 di interdizione dai pubblici uffici. Da notare che al momento della pronunciazione della sentenza anche i giornalisti presenti rimasero sorpresi e protestarono mentre, io, rischiai l’oltraggio alla corte per qualche espressione colorita rimasta in serbo durante i 77 giorni di ingiusta e feroce prigionia.
Dopo qualche tempo fui trasferito agli arresti domiciliari ove rimasi fino alla scarcerazione nel novembre del 1988 e, dal quel preciso momento, inziai le indagini difensive per ottenere le prove della mia innocenza indirizzandole nell’unico ambiente che avevo frequentato ed in cui lavoravo sin dal 1985, quello militare esteso alle forze di polizia. Da notare: il vecchio codice non prevedeva le indagini difensive, motivo per cui le condussi in modo “abusivo”.
La sentenza vedrà una riduzione della pena in appello, ma la cassazione rigetterà il ricordo e diventerà definitiva nel 1991.
Da notare:
“Maruska” dirà di aver fatto solo quanto gli fu chiesto di fare, era un confidente dei carabinieri, oggetto di piacere e sostanzialmente una persona fragile e fortemente condizionabile.
Il nipote morì per overdose.
Tra i fidanzati del “Maurska” emersero una serie di carabinieri, tra i quali anche alcuni del Tuscania e, nella rosa dei nomi e delle amicizie bolognesi ne estrassi due di interesse, uno di questo era quello di Damiano Bechis.
Il maresciallo Capitini ha sempre avversato ogni mia richiesta di chiarimenti, rinforzando altresì una ambigua rapportazione sia scritta che confidenziale protesa a descrivermi come un “malato mentale”.
Anni dopo, durante una prestazione di una mia consulenza ausiliaria di polizia giudiziaria in favore di un nucleo operativo dei carabinieri nel corso di un piazzamento di un ambientale, capitò di incontrare un maresciallo che, nel dicembre 1986, prestava servizio in quella stazione porto a Livorno, il quale mi disse che il “Maruska” appariva guidato nel denunciare gli eventi in più riprese e, lui stesso, rimase sorpreso della “ferocia” nei miei confronti.
I due militari che accompagnarono “Maruska” al Topsy, come emerse dai loro fascicoli, ebbero transiti al Sismi e almeno uno dei due al GOS.
Damiano Bechis, lasciato il Tuscania, diventerà il capo di una banda di criminali, all’interno della quale vi erano altri ex carabinieri paracadutisti, altresì attenzionata con il sospetto di essere la banda della uno bianca.
Farò poi un video o un ulteriore articolo per descrivere le connotazioni militari della faccenda sin dal dicembre del 1986.
Fabio Piselli
