Ho ascoltato con molta attenzione le parole che Roberto Savi ha espresso nel corso dell’intervista recentemente trasmessa dalla Rai e, come mia abitudine, mi sono preso il tempo necessario per riflettere sul linguaggio comunicativo adottato dal Savi, anche non verbale, concentrandomi su taluni passaggi che sono chiaramente dedicati a degli spettatori selezionati e non solo a tutti coloro in attesa delle rivelazioni già annunciate nel corso della mattina per catalizzare l’attenzione degli italiani verso un feroce evento storico, ora di nuovo attualizzato.
Alcuni anni or sono dopo un colloquio investigativo segreto stimolato dal Procuratore Nazionale Antimafia, durante il quale il tema uno bianca e più segnatamente la figura di Roberto Savi fu affrontato, l’aggiunto delegato stimolò il cosiddetto atto d’impulso alla Procura di Bologna che mi sentì quando ancora c’era il dottor Giovannini, con quale più che parlare scrissi. Infatti feci una sorta di informativa di alcune pagine, la cui valenza non era quella della rapportazione ma della memoria testimonale.
Vi furono altri colloqui investigativi segreti ed altri atti d’impulso presso altri procuratori antimafia ed antiterrorismo nelle varie procure procedenti per caso e per territorio, fino a circa due anni fa quando in modo ufficioso mi fu sottoposto un identikit relativo agli omicidi compiuti nell’armeria di via Volturno, dal quale estrassi una ricognizione dei tratti somatici (resa ufficiale agli effetti di legge) allegando l’anagrafica del somigliante, non lontano dai circuiti istituzionali dei servizi segreti militari dell’epoca e, sia ben chiaro, basata sui soli connotati del viso disegnato ancora a matita come accadeva in quegli anni.
Quindi, nell’estate del 2025, qualcuno lasciò nel nostro vecchio camper un basco amaranto dei paracadutisti con il fregio spezzato, al cui interno delle ossa umane, presumibilmente un messaggio evocativo o l’atto di un nostalgico buontempone. Intervennero i carabinieri in grande stile e fu attivata la procura che presumibilmente coinvolse anche Bologna per competenza già seguita.
Più recentemente, contestualmente alla mia escussione testimoniale presso la Procura di Caltanisetta, ho avuto degli inviti a partecipare a degli incontri informali con dei giornalisti d’inchiesta seguiti dalle più formali interviste pubblicate fino a qualche giorno fa ed ancora in circolo tra Fanpage Darkside Antimafiaduemila ed altri siti, in cui sia i temi della falange armata che della uno bianca sono state affrontati anche con la presenza del Dottor Spinosa.
L’apparizione di Roberto Savi in televisione con dichiarazioni di cotanto spessore, la posso considerare allo stesso tempo sia come una strategia positiva avallata dagli inquirenti che come una strategia fuorviante, contenente il rischio di ritrovarci in un girotondo dei “sembra che” utile solo a far sembrare ciò che, dopo altre giornalate e libri che saranno pubblicati da oggi in poi, resterà un contenitore di mere ipotesi e niente altro.
Mi permetto però di offrire questo odierno confronto, nei limiti del rispetto del segreto investigativo, per dettagliare alcuni passaggi verbali e gli ammicchi fisici del Roberto Savi, invecchiato nel corpo ma sempre con la stessa incapacità di porre e porsi in discussione realmente e, questo, limita soprattutto la sua stessa opportunità di comprendere quello che, velatamente, percepisce, ma non riesce a farci comprendere se non tramite il gioco del “sembra che”.
Sull’ex carabiniere Pietro Capolungo e la sua indicata (dal Savi) appartenenza ai servizi segreti: non dobbiano inserire questa affermazione nello spintaneo e induttivo quadro dei servizi segreti deviati o in una sorta di inesistente spectre, altrimenti è fuorviante, bensì riportare tutto alla situazione dell’epoca e comprendere che la vittima Capolungo non era e non era mai stato affatto del SISMI o del SIOS o dell’Ufficio “I” dei Carabinieri se, non forse, potrebbe aver avuto qualche riferimento con l’ufficio OAIO come gran parte dei sottufficiali hanno nel corso delle attività operative anche di uffici ordinari.
Diverso è stato il suo ruolo come collaboratore di una armeria nota e attenzionata anche nella precedente proprietà, prima della proprietaria e purtroppo vittima Ansaloni, in cui gravitavano molti operatori delle varie amministrazioni dello Stato, altri tiratori sportivi e coloro con il porto di pistola per difesa personale e chi promuoveva corsi di perfezionamento al tiro in poligoni non necessariamente registrati.
Questo potrebbe averlo sensibilizzato come antenna dei vari uffici informativi e dei cosiddetti “secondi reparti”, oltre alle normali tastatine di polso che anche i Servizi fanno a tutti coloro che circuitano dei possessori di armi, specialmente ove vi è la capacità di una meccanica modificante e quindi di una lateralizzazione delle righe e dell’autogestione nel munizionamento.
Presumibilmente, ma è una mia personale opinione, il Capolungo potrebbe aver evidenziato, grazie alla sua esperienza, delle dinamiche compatibili con il “giro della uno bianca” ed averlo rapportato a qualche ex collega o soggetto interno ai secondi reparti e, se proprio vogliamo trovare un movente per il suo omicidio, questo potrebbe essere degno di valutazione.
Sulle gite romane del Savi per gli incontri con i “servizi segreti”:
Roberto Savi asserisce di essersi recato a Roma per qualche giorno alla settimana, più probabile al mese e forse si è sbagliato in tal senso per mero lapsus ma, per quanto a Roma può esserci anche andato, ebbi alcuni anni fa a verbalizzare sulla sua presenza in una città intermedia tra Bologna e Roma raggiungibile anche in giornata tra un turno di servizio e l’altro, dettagliando gli eventuali soggetti gravitanti nel panorama Servizi che questi avrebbe potuto aver incontrato.
Le fontanelle presso l’Altare della Patria che egli ha indicato sono riferimenti evocativi per ascoltatori qualificati e poco lasciano alla necessità del comprendere per i più, mentre ritengo molto importante il significato “indicativo” che Roberto Savi dice di aver ricevuto rispetto a delle loro azioni.
Ricordo che ho sempre descritto lui come i componenti della sua banda, la quale era a mio avviso semplicemente “la banda Savi”, al pari di soggetti spontanei passivamente eterodiretti e, come tali, forse il solo Roberto può aver percepito un qualche filo che lo manovrava ma, e qui occorre fare attenzione a ciò che dico, egli non era nè allora nè oggi in grado di spiegarlo se non tramite il classico “servizi segreti” utile a proiettarci tutti verso il necessario complotto che soddisfa le esigenze di andare “dietro” la uno bianca.
Personalmente sono metaforicamente andato “dentro” la uno bianca, per comprendere che questa era un vettore, un semplice vettore del terrore che accompagnava coloro a bordo, anche diversi dai Savi o altri insieme ai Savi, ma diversi dalla sola “banda Savi”.
Di più non posso dire per ovvie ragioni ma invito chi legge a superare il sensazionalismo delle sue affermazioni per concentrarsi invece sulla sua banalità, sui suoi meccanismi psicologici assai semplici, sulla sua struttura di pensiero che si evidenzia specialmente laddove non riesce ad assumere il ruolo di assassino se, non, eroizzando la sua vittimizzazione nel dire “non ho mai sparato per primo” e, proprio questo, dice molto. Non perchè non abbia sparato vigliaccamente alle sue vittime come invece ha fatto, ma per entrare nella sua comunicazione autoreferenziale e tipica dei meccanismi difensivi di un soggetto del genere, il quale necessita di una “mentalità da missione” per giustificare i propri agiti, esattamente ora come allora, invitando tutti noi a comprendere che proprio questa psicologia ha favorito chi ha manovrato ed eterodiretto quattro banali frustrati caduti nel circuito della perversione di loro diretta pertinenza come poliziotti, gli ambienti e gli agiti criminogeni, altrimenti come molti altri intolleranti alla frustrazione probabilmente si sarebbero dati alle dipendenze oppure avrebbero rischiato l’angina pectoris per onanismo compulsivo.
Roberto Savi era ed è una persona banale, la cui banalità del male rappresenta i suoi agiti nell’aver posto in essere dei reati d’ambiente in modo spontaneo ma progressivamente raffinato da chi, nella sua banda e nelle altre bande e singoli spontaneismi in uniforme, ha trovato un vettore per veicolare un nuovo modello di destabilizzazione con il successivo supporto tattico psicologico della falange armata che, a mio umile avviso, ha consentito a quattro scappati di questura che avrebbero potuto essere stati presi tre settimane dopo, di diventare un simbolo del terrore ancora oggi a distanza di tantissimi anni.
Dal 1986 parlo di questo, quando ancora non esisteva la banda della uno bianca, ma si stava assemblando quel vettore a bordo del quale come ho sempre detto, non c’erano solo i fratelli Savi.
Se dovessi seguire gli stimoli che ancora questa mattina ho ricevuto per scrivere un libro, probabilmente lo intitolerei “i segreti dentro la uno bianca”.
Nel frattempo se gradite il mio impegno, vi ringrazio per ogni gratificazione seguendo il link sull’immagine a fine articolo…
Fabio Piselli


Quindi quando Roberto Savi parla di “servizi interni all’Arma” in riferimento a Capolungo potrebbe riferirsi a una sezione del SIOS come segnalato da un utente. SIOS di cui, per quanto ne so, si è sempre parlato molto poco quantomeno a livello giornalistico in potenziale relazione a Gladio etc.
Ho visto adesso che hai ampliato l’articolo, quindi non SIOS in senso stretto ma area grigia (o addirittura in nero) attorno ai poligoni..
Non necessariamente grigia…i SIOS erano in ogni forza armata cone gli uffici “I” ed il secondo reparto della finanza, tutti regolari per quanto qualche deriva poteva starci…
Quindi in base al presupposto che Capolungo non era membro dei servizi in senso stretto, ma informatore e conoscitore di un certo “giro” gravitante attorno all’armeria, la domanda che sorge è: i Savi lo uccisero perchè scoprirono per conto proprio che sapeva troppo oppure qualcuno li incaricò a farlo (magari quelli con cui “condividevano le armi”) per avere in cambio la copertura investigativa? Da quello che dice Savi nell’intervista sembrerebbe vera la seconda possibilità.
forse il termine informatore è improprio, un carabiniere di quel tipo restava carabiniere anche oltre la pensione…vanno bene entrambe le ipotesi, forse quanto detto dal Savi se meglio incorniaciato potrebbe aprire un mondo ma occorre prudenza per non finire in qualche trappolone
Approfitto di questo blog per fare alcune considerazioni.
Io credo che in italia si sia sbagliato il modo in cui si è analizzata la struttura gladio, per essere più chiaro le elencherò
1) Il primo errore è stato intendere che la 7 divisione fosse tout court a disposizione di gladio, quando diversi documenti e analisi (per esempio della commissione dedicata) hanno dimostrato che la settima divisione era un’ibrido nel senso che svolgeva anche compiti istituzionali del servizio, un’esempio su tutti è la sezione operazioni dove c’era un’annotazione con scritto “non direttamente interessata alla struttura gladio” e credo che questa determinazione vada portata agli atti
2) Il secondo errore è non concepire che gladio sarebbe entrata in azione solo in periodi di guerra, quindi parlare di operazioni di gladio in tempi di pace è profondamente sbagliato, qualunque operazione ha svolto la settima divisione è stata svolta coerentemente con i compiti istituzionali che sono stati ad essa conferiti
Spero che questo spunto possa essere interessante per un proficuo dialogo e approfondimento
si, sostanzialmente corretto ed in fondo è quanto ho descritto anche avanti le AAGG con articloazioni più approfondite…Gladio era un dispositivo, esercitazioni e programmi da attualizzare in base alla situazione del tempo..capire se vi sono state delle fuoriuscite dal contenitore gladio nel suo complesso e nelle articolazioni GOS è difficile ma, presumibilmente, meritevole di una analisi
Sarebbe anche interessante capire come si inserivano i servizi USA in tutto questo..
credo vi siano indagini in corso per capitlo
Comunque l’unica cosa che non riesco a capire cosa c’entrino i sios se i sios avevano compiti di caraettere tecnico-militare, però ci sono vari riscontri che loro c’entrassero con il centro scorpione
Credo che in questo casi le sigle e gli uffici siano irrilevanti laddove sono operazioni sostanzialmente illecite, per cui, al netto di un probabile effetto spugna dei sios degli uffici I e delle altre amministrazioni, non ravvedo aree di competenze specifiche oltre l’ipotetico riferimento a persone in quel momento in sevizio in tali organi