“Dulce bellum inexpertis” o mio caro Erasmo, potrei dire nell’aprire questo articolo.
Osservo, guardo, ascolto i numerosi dibattiti nei salotti televisivi o nei giornali sul tema della guerra in generale e delle guerre attualmente in corso, quelle notiziabili intendo, perchè ve ne sono altre del tutto sconosciute ai più che non fanno notizia appunto.
Evidenzio la propensione al motivare una guerra con delle giustificazioni anche plausibili o apparentemente razionali ma, poi, dovremmo risalire la linea della storia rischiando di andare in conflitto con la dottrina dello jus ad bellum e perderci dietro ad ogni singolo casus belli ed alla fine ci ritroveremo in ogni caso a discutere in qualche salotto per poi uscirne senza un valido confronto.
Per la mia esperienza, vissuta prevalentemente negli anni ’90 nel perimetro dei cosiddetti teatri bellici tra Africa, Balcani e Medio Oriente, posso dire che la guerra non ha alcuna morale e che ogni forma di moralità del combattente termina al primo colpo. Dopo è solo spravvivenza delle emozioni e deumanizzazione del nemico, traumi e sofferenze, ipocrisia e bandiere al vento tra la violenza degli integralismi e l’uso della forza come strumento di mediazione della forza altrui, non di Pace.
La Pace non ha bisogno di forza ma è essa stessa una fonte di energia purtroppo impalpabile e certamente minore rispetto alla potenza del potere, soprattutto finanziario laddove le guerre sono sempre quelle dei ricchi ma combattute dai poveri.
Ricordo in un paese africano un bambino preadolescente con un AK in mano, più cinese che russo, un’arma composta da nove parti mobili che pesa meno di 4kg; bambino al quale occorre una mezzoretta per imparare ad usarla sapendo che necessita di una scarsa manutenzione e quelle attuali hanno molti componenti di plastica, più leggeri quindi, proprio per essere usate anche da “combattenti meno fisicamente dotati” ovvero bambini.
Questa è la guerra. Sfruttamento degli sfruttati mandati in guerra per combattere qualcuno o qualcosa che nemmeno comprendono. Rivoluzionari che saranno a loro volta rivoluzionati in un progressivo stato di guerra, funzionale a chi ne sfrutterà il territorio e le risorse.
Ma, noi benpensati da salotto, siamo sempre pronti a moralizzare la guerra con la bandiera della Pace sovente sventolata da quei politici che adottano le misure belliche ma che, allo stesso tempo, non hanno il coraggio di chiamare guerra il teatro ove anche i nostri soldati muoiono, trasformandoli in medaglie di propaganda come eroi di Pace.
La guerra, indipendentemente dalla sue cause, non è niente altro che sangue, pezzi di corpo, feci, cani e topi sui cadaveri, stupri, torture, deumanizzazione anche di sè stessi ed una fonte di traumi difficilmente elaborabili anche per coloro più abituati a combatterle.
Il resto è politica ed ipocrisia, la stessa nostra ipocrisia di far finta di non sapere che dietro ogni nostro agio vi è probabilmente un bambino in qualche territorio del cosiddetto terzo mondo con un ak in mano.
Dovremmo imparare dalle guerre di questi ultimi tempi, tra Russia ed Ucraina, quelle d’Israele e quelle trampiane, perchè stanno mutando anche il modo di fare le guerre stesse. Siamo tornati alla dottrina dello jus ad bellum…
F.


Tu pensi che sia possibile lo sfruttamento dei traumi psicologici da guerra a scopo vuoi terroristico o comunque criminale nel contesto di una agenda pianificata? Il caso cinematografico di Rambo uno potrebbe leggerlo in questa chiave: il veterano così traumatizzato psichicamente che alla fine l’unica cosa che sa fare è la guerra sia convenzionale che non convenzionale ma sempre con un elevato grado di violenza cinetica. Fino a che punto secondo te il traumatismo bellico (che porta a una disumanizzazione tremenda spesso) può essere usato dalle varie strutture di intelligence e para-intelligence (isituzionali e non) a scopi eversivi? E ancora: come si innesta il cosiddetto programma MKULTRA e simili in un contesto del genere?
Debbo dire che basta la frustrazione nei casi italiani, anche senza trauma se, non, quello della mancata vincita del concorso. La psichiatria è stata “l’arma” su cui molto hanno investito specialmente gli USA sin dalla prima guerra mondiale, ove gli psichiatri militari hanno avuto modo ed opportunità di sperimentare molto e oltre la ricerca universitaria in genere in materia di manipolazione e gestione delle emozioni, sia di soggetti con una struttura di pensiero normodotata che patologici o coloro affetti dalle complicanze della PTSD che, il film First Blood, denunciò nel suo intento originale. Non ho le conoscenze per parlare di “candidati manciuriani” ma posso affermare che gli indici di manipolabilità sono elevati in presenza di una forma di propagand su cui farò un articolo riferendomi alla falange armata ed ai fatti della uno bianca
Argomento molto interessante. Si potrebbe quasi pensare che le guerre (specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale) siano servite anche per produrre un “giacimento” di individui con traumi psichici da monitorare, reclutare e impiegare successivamente in varie attività “in nero”. La guerra come “fabbrica” di individui altamente manipolabili e reclutabili in momenti successvi al loro rientro in patria per scopi più o meno “eversivi”. In più il Vietnam ha avuto anche una ampia diffusione di droghe pesanti tra i militari USA. Anche questo potrebbe rientrare nella cornice.
credo che ormai la televisione abbia fatto già abbastanza per ridurre il pensiero critico…
Ultima considerazione, poi mi taccio. Il caso dell’attentato a Oklahoma city del 1995 venne commesso da un veterano della prima guerra del Golfo. Caso che potrebbe rientrare in questa cornice?
https://en.wikipedia.org/wiki/Timothy_McVeigh
osservando l’autore se ne riconoscono le esigenze di rivalsa, forse anche per essere un veterano deluso ma, in ogni caso, proprio l’intolleranza alla frustrazione genera un proeiezione verso “un senso di missione” idoneo per giusitificare la violenza come appagante della intolleranza stessa, per cui è molto difficile scindere una eventuale eterodirezione da una azione spontanea di un soggetto orami preda delle proprie dinamiche