In queste ultime settimane le notizie di stampa riportano uno dei tanti conflitti che vi sono stati tra le varie ipotesi rispetto alle cause delle stragi di Falcone e Borsellino, dopo le dichiarazioni del procuratore capo di Caltanisetta Salvatore De Luca.
Osservo ciò che ho visto e rivisto nel corso di molti anni di esperienza ormai, ovvero gli schieramenti e le tifoserie di una pista contro un’altra con tutto il relativo consorzio di magistrati, giornalisti, consulenti, associazioni che si muovono rispettivamente per meglio sensibilizzare il proprio bacino di consenso. Niente di sbagliato sia ben chiaro, ognuno fa il suo lavoro e tutti si adoperano spinti dalla buona fede però, poi, vi è il rischio del girotondo in cui tutti trovano il proprio spazio meno la verità di quelle stragi, ancora oggi oggetto delle indagini per superare i pentiti in appalto e le piste cromatiche.
Il tempo trascorso, decenni, perde il valore del suo significato cronologico quando le indagini ancora oggi accese o riaperte riattualizzano quei fatti nel momento in cui si richiamano dei testimoni, si rielaborano dei documenti magari sottovalutati oppure, più semplicemente, si va a pesca nella speranza di tirar su qualcosa di utile.
Paradossalmente tra le persone che periodicamente sono richiamate ci sono anche io, ove il paradosso consiste nel fatto che la mia storia rappresenta quella dicotomia tra le ipotesi contrapposte come meglio descriverò in un futuro articolo.
Oggi desidero offrire solo un confronto sulle dinamiche psicoemotive e sui meccanismi psicologici che si attivano ogni volta che squilla il telefono, ed una voce ministeriale mi indica l’ufficio in cui sarò sentito dalla AA.AA. procedente.
Quando sono avanti dei magistrati dell’antimafia che mi sentono come persona informata sui fatti, non è una intervista ma un interrogatorio a tutti gli effetti di legge e, con le mie risposte, mi assumo le piene responsabilità penali di quel che dichiaro. Al netto del non sapere se sarò eventualmente indagato per qualche fattispecie di reato che nel corso dell’audizione emergerà, come avvenuto in passato, quando mi sono ritrovato accusato di trasporto di esplosivi a ridosso delle stragi pur senza un seguito giudiziario oltre il solo atto dovuto. Ma il messaggio è chiaro, si parla di cose serie con serie conseguenze e, io, ho una Famiglia con 5 figli da portare avanti e proteggere.
Ho sempre scelto di restare indipendente, quindi solo, senza un supporto proveniente dai consorzi sopra accennati anche se vi sono dei giornalisti che periodicamente mi contattano e con i quali ci scambiamo dei confronti, oppure dei magistrati o ex tali e vari operatori di PG o ex tali con cui allo stesso modo ci confrontiamo ma, sia ben chiaro, non sono schierato e proprio questo mi consente di confrontarmi con tutti coloro che mi contattano, di ogni ideologia, area politica o ipotesi sulle stragi.
Perchè, in realtà, sotto interrogatorio sono solo con me stesso, solo con la mia responsabilità agli effetti di legge, solo con la mia capacità di non cedere alla tastatine di polso e, soprattutto, solo con la mia storia ormai quarantennale la quale mi rende differente dalla maggior parte dei testimoni e dei collaboratori con cui i magistrati e gli investigatori sono abituati ad interfacciarsi.
Per questo qualcuno mi definì in modo sarcastico e bonario come un “testimone discolo”, poi diventato “testimone meno ortodosso” quando si parlava di Gladio.
Ma vi è stato anche chi ha finalmente compreso la mia “essenza testimoniale”, comprendendo che, ho ben compreso, il bordel delle infinite inchieste e cerco di muovermi in modo tale da salvare me stesso e quelle notizie utili agli inquirenti, senza perdermi nei vortici delle inchieste stesse o, almeno, così provo a fare. Un funzionario dell’antimafia che, contro tutte le informative tossiche che gli giungevano in ufficio da parte di altri apparati, disse che “ero semplicemente rimasto un ragazzo di 19 anni che cercava Giustizia per una prigionia feroce ed ingiusta” indagando nell’ambiente in cui lavoravo, quello militare e di polizia, nel quale, a quanto pare, indagano gli stessi magistrati per capire qualcosa soprattutto sulla falange armata.
Probabilmente accade per coincidenza, ma qualche tempo prima delle convocazioni presso qualche autorità antimafia ed antiterrorismo, percepisco un attenzionamento verso il quale debbo stare attento sia per non cedere alle ipotesi catastrofiche o persecutorie, vedendo cose inesistenti, che per comprendere se chi mi attenziona sia un buono oppure un cattivo in mezzo ai buoni. Questo perchè la mia controparte, se così vogliamo definirla in queste faccende, non è un singolo esponente di qualche clan mafioso bensì gente che è appartenuta agli apparati o che ancora oggi vi opera; con strumenti di monitoraggio importanti e con risorse offensive tipiche dell’abuso del proprio ufficio come ho dimostrato in passato, tra le false accuse ingiustamente patite e le ingerenze subite.
Paradossalmente avrei preferito avere a che fare con dei mafiosi tout court.
Quel che molti non comprendono è il fatto che non faccio il testimone di professione, non sono nè un pentito nè un collaboratore di giustizia ma un semplice cittadino con una mia vita del tutto lontana da qualsiasi sostegno possa provenire dai circuiti della “testimonianza strutturata”. Inoltre ho ripetuto tante volte che anche laddove avessi avuto i requisiti per entrare in questo tipo di circuiti, come mi fu prospettato a suo tempo, non riterrei giusto farlo perchè credo che debbono essere i cattivi a cambiar nome e nascondersi, non chi testimonia.
Detto questo vi invito ora a fare una inversione di ruolo, esercizio psicologico assai diffuso nel settore degli educatori e, ricordo a tutti che questo sono, un educatore, un formatore e, non, un “informatore” come qualche maliziosa informativa ebbe a descrivermi tanti anni fa con l’intenzione di delegittimare il valore della testimonianza. Perchè i testimoni non sono degli “informatori” ma gente che anche obtorto collo si assume delle responsabilità, specialmente quando delegano i riscontri delle proprie dichiarazioni a chi condurrà quelle indagini che, poi, risulteranno lacunose o pregne di conflitti intestini.
Una inversione di ruolo che vi invita a mettervi nei panni di chi dopo aver visto la propria vita professionale e sociale distrutta dalla false accuse, si impegna per ricostruire un futuro in favore della propria Famiglia e, cosciente che il suo nome può suscitare delle riserve, sceglie di investire le proprie risorse in una attività autonoma rinunciando ai classici lavori da dipendente.
Nel nostro caso abbiamo scelto di emigrare in Francia ove invece di entrare nel sistema francese ed usufruire dei tanti benefici sociali, abbiamo scelto di pagarci tutto investendo nella nostra capacità con la libera professione; mia moglie è una pedagogista, io un educatore ed i nostri 5 figli sono tutti scolarizzati negli istituti francesi mentre paghiamo un caro affitto, le care assicurazioni sanitarie private e tutto il sacrificio per staccarci dal fango che ha caratterizzato la mia storia.
Poi dopo che ti sei massacrato per ricostruirti una esistenza senza chiedere nulla allo Stato italiano e, anzi, con la perdita della residenza italiana rinunci anche alla assistenza sanitaria gratuita e all’assegno unico, di punto in bianco una voce ministeriale al telefono ci informa che qualche autorità giudiziaria ha calendarizzato un mio interrogatorio in qualche procura del sud Italia che indaga le stragi siciliane e quelle continentali.
Riemergono così le paure e le preoccupazioni, perchè ci chiediamo e mi domando a che cosa possa servire un Fabio Piselli ormai delegittimato, denigrato e sostanzialmente non spendibile in un qualche dibattimento proprio per la mia ambivalente e polivalente storia ma, soprattutto, dobbiamo gestire la paura dopo quanto è accaduto a Matilde, la nostra prima figlia, alcuni anni fa a ridosso di questi eventi, oppure quando il carabiniere con cui mi interfacciavo scelse di impiccarsi.
La paura la prova anche Fabio Piselli, anche sua moglie Sara, anche i figli più grandi ed anche i più piccoli ne percepiscono il clima. Per questo, contro la paura, occorre il coraggio delle emozioni e non lo sterile ardimento; occorre la capacità di riconoscere, nelle ragioni per aver paura, anche i motivi per essere coraggiosi.
Certo che ho paura quando mi debbo preparare per un interrogatorio come persona informata sui fatti, riparlare di cose già dette, farlo in modo coerente e preciso, ascoltare i vari inviti a riconoscere tizio e caio, fare delle ricognizioni, parlare del centro scorpione o del GOS, oppure farmi convincere ad “ammettere la mia partecipazione alla operazione falange armata” così, magari, posso “dissociarmi” ed essere meglio gestito usufrendo anche dei benefici previsti proprio per i dissociati come qualcuno ebbe a prospettarmi e diventare quel “pentito di Stato” che in molti vogliono.
In tutto questo ci sono gli occhi di mia moglie, forti anche della sua paura, i sorrisi dei nostri figli, cresciuti in perenne viaggio tra Italia ed estero ed ora finalmente stabilizzati con un radicamento a lungo termine ma, sembra, ancora condizionato da qualche attenzionamento senza sapere se sono i buoni o i cattivi vestiti da buoni; motivo per il quale invito sempre i buoni a qualificarsi perchè al primo segnale strano ne attacco qualcuno al muro, come avvenuto in passato a quei due operatori che mi stavano dietro e, proprio dopo quanto accaduto a Matilde, invito ancora e di nuovo i buoni a qualificarsi.
In tutto questo, mentre conto gli spiccioli per pagarci il futuro, osservo il mercatino politico dell’antimafia e quello dell’anti-antimafia nei loro conflitti tra dita puntate ed ipotesi gridate, più simile ad una lite di condominio anche se si parla di fatti che hanno non solo distrutto delle vite ma cambiato il Paese stesso ma, ormai, la politica si fa con lo stomaco, con gli slogan e con quella ipocrisia nemmeno più camuffata da una apparente serietà.
Mi accingo a preparare lo storico “zainetto della testimonianza” come una sorta di missione simile a quando ero un paracadutista, in cui metto il materiale di pulizia, un paio di mutande, un paio di calzini, dei sovrapantaloni, un kit di emergenza e tutta la mia paura prima di accingermi a raggiungere l’ennesimo ufficiale di qualche DIA o di qualche ROS che mi accoglierà da un lato “come un ex collega di rispetto” e dall’altro “come un testimone discolo”, trovando in questi degli operatori bravi e validi che ufficiosamente mi stringono la mano e, quando sono accanto ai magistrati, degli operatori bravi e validi che ufficialmente non me la possono stringere. In fondo, non si sa mai, potrei sempre accettare l’invito di dissociarmi dalla falange armata come unica soluzione di futuro per la mia Famiglia.
Battute a parte, è pesante, faticoso, pericoloso e con una prospettiva sulle ragioni di queste convocazioni che lascia spazio a tre sole ipotesi:
ipotesi a: finalmente hanno capito e cambia tutto l’indirizzo investigativo, prendiamo i cattivi ed io divento l’eroe che ha contribuito a sconfiggere i deviati negli apparati che hanno supportato le stragi. Mi donano quella dignità storica e sociale ed il mio nome sarà riabilitato come merito.
ipotesi b: come accade nel gioco della dama, mi mettono tra due pedine e l’unica scelta è il male minore; ovvero cedere alla “dissociazione dalla falange armata” e diventare un collaboratore a tutti, i tecnici, effetti di legge.
ipotesi c: “faccio ancora una volta lo scemo” come altre volte ho fatto, lasciando sempre delle coltivabili tracce investigative da seguire; quindi me ne torno a casa e riprendo a cucirmi le pezze al culo con la dignità e l’onestà che ci contraddistingue, esattamente come stiamo facendo.
In ogni caso, per gli interessati, martedì prossimo dovrei essere in un programma giornalistico se non muta l’invito che ho ricevuto, ove parlerò molto probabilmente di falange armata…
F.
