Quando alcuni giornalisti investigativi mi chiesero una opinione rispetto alla pista nera nelle stragi del ’92 e del ’93, risposi che se per nero si intendeva una deriva destrorsa questa colorazione era compatibile ma, se per destra si intendeva una lateralizzazione politica specifica ai tempi delle stragi siciliane e continentali, in questo caso tutto sarebbe diventato confuso e sostanzialmente confusivo, anche in riferimento alla situazione indagini dopo il 1985 anno in cui prende forma un nuovo modello di destabilizzazione.
Perchè, a mio umile avviso, si persiste nel ripetere l’errore interpretativo nella strutturazione delle indagini in generale, qualcosa che pur in maniera minore ho già visto fare ai tempi della uno bianca, laddove prima si attribuisce una matrice presumibilmente eversiva per poi cercarne le conferme in un percorso sintesi-analisi; inverso alla esigenza di seguire, invece, quella progressiva linea del tempo la cui cronologia dei fatti ci consente di riconoscere i segnali di una, eventuale, componente eversiva nelle stragi siciliane e continentali.
Il fatto di ritrovare nomi eversivamente noti o collegamenti suggestivi non significa altro che la raccolta di elementi da inserire in un quadro di insieme da analizzare ma, se queste analisi si confondono con altri quadri di insieme anch’essi da sintetizzare, si rischia di ritrovarci nelle rincorsa tra le procure verso un propria ipotesi investigativa ove, tutte le rispettive piste, hanno una propria logica ed una coerenza idonea a soddisfare i requisiti previsti per ritenerle coltivabili. Incontrando però, e di nuovo, quei conflitti intestini che portano alla strumentalizzazione delle stesse piste tramite il tocco dei collaboratori e di qualche investigatore birichino, impistanti a tal punto da far diventare le loro stesse dichiarazioni quel pennello poi utilizzato per colorare una indagine.
Ho sempre detto che quanto è accaduto tra il 1986 ed il 1994 ha avuto una importante valenza tattico-psicologica proprio nella de-matricizzazione eversiva delle stragi stesse, non solo perchè si è tentato di indirizzarle verso la sola mafia anche con la impistante gestione dei falsi pentiti, pittori apocrifi di pennelli altrui ma, soprattutto perchè non è la matrice eversiva importante quanto il significato eversivo raggiunto, ovvero la dissoluzione della prima Repubblica e la concretizzazione di una nuova politica in stile work in progress, la cui dimensione diamesica del proprio indirizzo politico è stata tale per le variazioni situazionali dei nuovi partiti e delle coalizioni pro tempore.
Parlo di dissoluzione e non di sconfitta o di “colpo di Stato” e proprio la dissoluzione è stata l’obiettivo di quel processo eversivo che ha accompagnato la seconda metà degli anni ottanta ed il terribile corso della prima metà di quelli novanta. Ecco perchè ritengo che sia del tutto inutile indagare una “pista” quando si parla di un nuovo modello di destabilizzazione ben diverso da quanto, nel corso degli anni del terrorismo, eravamo stati abituati a conoscere, indagare e comprendere tra la sinistra radicale extraparlamentare e l’estrema destra neofascista.
Anche laddove, tramite la cosiddetta pista nera, si possa riconoscere una analogia con la destra eversiva, occorre in ogni caso interpretare le stragi come il risultato di quel nuovo modello di destabilizzazione attivo tra il 1986 ed il 1994. Concentrarsi quindi sul nuovo, anche in presenza di nomi e riferimenti chiaramente ricollegabili con l’estrema destra neofascista storica.
Solo una volta analizzato questo fenomeno si potrà, in punta di sintesi, riallacciare eventuali collegamenti che hanno potuto supportare le dinamiche delle stragi.
Occorre indagare proprio quel nuovo modello di destabilizzazione, concretizzatosi in Italia sin dal 1985 nel quale il supporto tattico-psicologico offerto dalla operazione falange armata ha avuto la capacità di depistare impistando, di dematricizzare gli eventi intestandosi le sole rivendicazione tramite dei comunicati che potrei definire strutturati con una antilingua inesistente rispetto all’ordinario parlare italiano (avrebbe detto Calvino), con un registro espressivo criptico ma formale, privo di una sloganistica rivendicativa nota e soprattutto ci dice che chi comunica si sente superiore, gerarchizza l’interpretazione ai soli capaci di attenderne il significato programmatico il quale era argomentativo e con obiettivi a breve termine per raggiungere quello a lungo termine.
Ma, invece e purtroppo, lo studio è stato banalizzato da parte di chi non ha saputo far altro che produrre una sorta di paronomasia valutativa di una organizzazione impalpabile, perchè non ha saputo indagarla, non avendo riconosciuto nel loro frasario un senso golpistico reale, concreto, “di piazza” come avveniva negli anni di piombo tra le Hazet 36 della sinistra e la P38 della destra.
Nella mia sfera analitica di cretinotto qualsiasi mi sono concetrato proprio sulle sembianze militari di quel linguaggio che, in quel periodo, credevo di aver riconosciuto nel mio ambiente di lavoro nelle FF.AA. sia in Folgore che nelle riunioni in qualche modo “politiche” alle quali partecipavo come parà esposto a destra.
Nel corso degli anni mi sono concentrato sul supporto tattico-psicologico oltre i meri comunicati, cercando di dare una struttura fisica alla falange armata senza però seguire una gerarchia verticale bensì orizzontale, proprio per la sua caratteristica di nuovo modello di destabilizzazione il quale riduceva i livelli superiori e spingeva a responsabilizzare i partecipanti, “democratizzando” la struttura stessa al suo interno ove i vertici sono paralleli ai gregari, non sopra.
Un modello non dissimile ai nuclei di forze speciali degli anni ottanta, in cui il risultato non dipendeva più dal solo grado ricoperto, ove ognuno aveva assunto una propria individuale valenza operativa che, unita a quelle degli altri componenti, formava il significato elitario e polivalente della missione ma, soprattutto, modulabile in base alla situazione senza perdere il ritratto originale della specialità, proprio perchè capace di “diventare acqua” indipendentemente dal mare in cui si fossero trovati.
Concludo questa riflessione ripetendo che occorre indagare quel nuovo modello di destabilizzazione per riconoscere le presunte fuoriuscite dal contenitore del GOS e capire quanto il valore tattico-psicologico della falange armata fosse effettivamente reale oltre i meri comunicati, ovvero fisico ma cellularizzato, coordinato da una regia di situazione a breve termine, per poi giungere progressivamente all’obiettivo a lungo termine come accaduto nel ’94 con la dissoluzione della prima Repubblica.
Forse, se proprio vogliamo etichettare le piste, il termine più corretto sarebbe la pista militare, quella con le stellette, non solo con le azioni militarizzate…
F.
