Fabio Piselli nei soccorsi del Moby Prince

By | Luglio 7, 2026

Sin dagli anni ottanta, prima e durante e dopo la mia esperienza nella carriera militare, sono stato un volontario sia come soccorritore a bordo delle ambulanze che nelle comunità per disabili e nelle case di riposo tramite le varie associazioni sul territorio livornese e della provincia. Come tale ho preso parte alla macchina dei soccorsi nella tragedia del Moby Prince sin dalla tarda serata del 10 aprile 1991 quando, sul canale 16 del compamare attraverso la radio che aveva mio padre, appresi di una emergenza senza conoscerne in quel momento i dettagli oltre l’indicazione di una petroliera in fiamme.

Abitavamo ancora di fronte al porto di Livorno e mi ci sono voluti pochissimi minuti per raggiungere a piedi l’area della capitaneria, ove progressivamente si stavano organizzando i primi interventi man mano che la situazione diventava più chiara; mi misi così a disposizione e fui tecnicamente attivato solo al mattino successivo quando, ormai consapevoli del coinvolgimento del traghetto Moby Prince, se ne attendeva l’attracco in darsena Toscana.

Sono entrato in questa terribile vicenda come soccorritore, non come consulente o “miitare”, al pari di tutti gli altri volontari che hanno partecipato ai soccorsi; con molti dei quali avevo condiviso per anni numerosi interventi sia sulle ambulanze che nell’antincendio ma, come spesso accade nel nostro strano Paese, una volta che entri nel tritarcarne della giustizia alla fine nessuno si ricorda di te in ragione di quella comprensibile e classica dinamica della prudente presa di distanza, un meccanismo difensivo ormai inconscio potrei dire, tanto è diffuso.

Certamente la mia esperienza nelle forze armate e la conoscenza dei luoghi, livornese con un padre che lavorava nell’ambiente marittimo, della base di Camp Darby che frequentavo da tempo e di qualche elemento che risultò anomalo, mi ha consentito di avere una ottica diversa dall’amico volontario che però di mestiere faceva l’idraulico, per intenderci. Di questo aspetto parlerò nei futuri articoli sulla vicenda.

Ho operato ininterrottamente fino allo smantellamento della macchina dei soccorsi stessa, per molti giorni quindi, sia presso l’AMM (Azienda Mezzi Meccanici) che presso l’hangar denominato Karin B in darsena; tale perchè due o tre anni prima era stata prevista un’area per lo stoccaggio dei rifiuti tossici a bordo di un nave, la Karin B appunto, nel corso di uno scandalo emerso in quel periodo ma, dopo varie trattative, i rifiuti finirono sia in Nigeria che in Somalia e quelli che avrebbero dovuto raggiungere Livorno andarono in realtà in Emilia Romagna. Ricordo che, come parte della protezione civile insieme ad altri volontari, fummo formati dai VV.FF. per coadiuvare le attività della Karin B con una breve istruzione sull’uso dei respiratori e sulle tute NBC.

Giorni terribili per l’impatto emotivo e psicologico con lo spessore della tragedia, con tutti quei morti e con il modo in cui sono stati sostanzialmente trattati; immediatamente deumanizzati e diventati degli oggetti da stendere sotto delle lenzuola bianche dentro a quell’hangar in attesa della dolorosa processione dei loro parenti chiamati al riconoscimenti dei resti, dei reperti in grande misura, perchè i corpi erano irriconoscibili salvo qualche salma più integra.

Come soccorritore sulle ambulanze avevo già visto numerosi cadaveri, dagli incidenti stradali ai malori fino ai suicidi dal ponte di Calignaia o sotto i treni, per cui l’impatto non fu tanto con i morti quanto con la componente effrattiva della tragedia del Moby Prince; dalle decine e decine di persone come me, come noi, gente ordinaria morta durante una ordinaria traversata tra Livorno e la Sardegna, per delle ragioni che ci furono subito imposte da parte dei vertici di allora come causate dalla nebbia e dall’imprudenza del castello di comando Moby Prince.

Ho sempre detto e ripetuto nel corso di questi 35 anni, che se tra la notte fra il 10 e l’11 aprile 1991 ci avessero anche solo lontanamente informato che vi era la possibilità di salvare qualcuno, tutti saremmo andati verso il Moby Prince anche “a piedi sull’acqua” tanto era la spinta che caratterizzava i soccorritori, sia noi volontari che quelli istituzionali. Ma il comando porto disse che erano tutti morti, basando questa informazione sulla sola personale percezione o indicando la propria fonte nel solo superstite della tragedia, un ragazzino di 19 anni sotto shock e, così facendo, il comandante si assunse una grave responsabilità che probabilmente nemmeno lui stesso ha mai compreso, o voluto comprendere.

Ricordo che man mano che i corpi erano individuati, aspettavamo sotto bordo del Moby Prince la bodybag che i VV.FF. ci consegnavano e che portavamo poi dentro l’hangar Karin B a disposizione dei medici, aiutandoli nelle varie fasi fino alla stesa dei resti sotto le lenzuola che da bianche diventano subito grigie.

Ricordo la sofferenza dei parenti in attesa all’AMM, ai quali davamo delle bicchierate di calmante come se fosse acqua, pronti a seguirci per riconoscere un proprio caro accompagnandoli all’hangar grazie ai pollicino che l’azienda dei trasporti livornesi aveva messo a disposizione.

Ricordo tutto di quei momenti, ogni singola fase, come un disegno della memoria scolpito nella mia mente ed ancora oggi ripenso a quando, osservando le espressioni dei cadaveri, molti dei quali aveva assunto la tipica posizione del pugile a causa della elevata combustione patita e con parti del corpo mancanti, mi chiedevo quanto fossero stati coscienti di morire in un modo così orribile, nonostante i vertici gridassero che erano tutti morti in poco tempo.

La tragedia del Moby Prince rappresenta un vero e proprio paradosso quando, nel dirci che tutti sono morti in una trentina di minuti, si indaga invece ancora dopo 35 anni per capirne i tempi di sopravvivenza.

Si indaga anche sulle cause o le concause che hanno portato un ordinario traghetto a collidere contro una petroliera in una notte livornese, extra-ordinaria.

La verità della tragedia del Moby Prince è a mio avviso rimasta con le sue vittime, la quale purtroppo rimane muta per tutto il resto della loro morte.

E’ importante perciò scoprire quelle verità ancora vive, presenti nelle memorie di chi persiste nel dire di non ricordare, qualcosa di assolutamente indimenticabile..

F.