Il nostro è quello strano Paese nel quale diventi un “malato mentale” in base alla natura di talune indagini e, evidentemente, alle influenze psicogene territoriali perchè, paradossalmente, in alcuni casi mi è bastato cambiare regione o nazione per “tornare sano”.
Ho una formazione umanistica ed ho lavorato a lungo con le cosiddette malattie mentali, ho studiato psicologia e posso dire di comprendere quantomeno la differenza tra i segnali di un eventuale disagio emotivo e relazionale, rispetto agli indici specifici di una psicopatologia certificata come tale.
Una persona con una struttura di pensiero normodotata e priva di un disagio psichico può, eventualmente, simulare di “fare lo scemo” come si suol dire ma, una persona affetta da una reale “malattia mentale” non è in grado di dissimularla, soprattutto avanti gli psichiatri ed ai percorso di diagnosi, i quali generalmente hanno bisogno di alcuni mesi e non di una mera osservazione di poche ore per evidenziare un disagio e certificare la classificazione patologica al netto di segnali così evidenti da non lasciare dubbi.
E’ chiaro però che la mente umana è vulnerabile alle escursioni traumatiche ed attiva una ampia serie di meccanismi difensivi in base al grado di tolleranza delle sofferenze emotive ed alla frustrazioni patite, per cui possiamo parlare di un disagio non necessariamente classificabile come psicopatologia e, in questo caso, anche Fabio Piselli si è posto in discussione più volte.
Le esperienze della mia vita hanno chiaramente avuto un bacino traumatico potenziale, si pensi per esempio alla ingiusta prigionia subita negli anni ’80 in danno di un diciannovenne incensurato che aveva scelto la carriera militare come professione, oppure alle successive esperienze in teatri esteri ad elevato rischio ma, a dire il vero, non ho i requisiti per definirmi “un reduce” come a pieno diritto possono fare coloro attruppati nei vari reparti che hanno preso parte alle tante missioni.
Posso però qualificarmi come una persona che ha percorso un processo evolutivo in qualche modo condizionato dagli eventi giuridici degli anni ’80 e ’90 ancora oggi attualizzati dalle nuovo indagini, dalle nuove scoperte e dalle emergenti nuove dichiarazioni dei protagonisti dell’epoca. Questo ha caratterizzato quelle ingerenze che ho patito provenienti dagli ambienti nello Stato (non dello Stato) in cui proprio lo sventolio di “Fabio Piselli malato mentale” ha inciso non tanto o solo nella mia credibilità testimoniale quanto nella mia vita ordinaria, soprattutto quando svolgevo la professione di educatore e di CTP in tutela dei minori vittime di reato.
Inoltre non è mai esistita una psicodiagnosi certificata oppure una perizia psichiatrica come in una inchiesta (Moby Prince) fu ventilata a giustificazione del non indagare e mai evasa, alla quale mai mi sono opposto in nessuna sede e, al contrario, mi sono fatto periziare privatamente proprio per quel pormi in discussione che mi consente di non sventolare troppo la mia stessa bandiera. Perizia dalla quale non emerge nessuna “malattia mentale” se non un qualche segnale aspecifico allo spettro della PTSD su cui lavoro da tempo.
In sintesi, appare utile indurre ad interpretare Fabio Piselli come un “malato mentale” più per dei fini delegittimatori che altro.
Sono padre di 5 figli in piena età evolutiva e vi assicuro che sarei il malato mentale più felice del mondo se qualcuno mi dicesse di esserlo sul serio, perchè come ogni malato mentale agirei il tipico meccanismo di negazione dicendo che i pazzi sono gli altri. Fortunatamente una ho una moglie tanto paziente ma, anche, con una laurea magistrale in pedagogia ed una lunghissima ed intensa esperienza relazionale con Fabio Piselli; per cui Sara sarebbe la prima a pormi in condizioni di non nuocere laddove evidenziasse una qualche escursione patologica in danno della Famiglia.
Detto questo, valutiamo anche il trauma sociale che gli italiani patiscono dalla mancata verità sulle stragi e da quelle “ingerenze” nella vita di tutti noi provenienti dalle scelte politiche del momento nate dalle reazioni emotive di fronte alle stragi, tra leggi d’impulso o vere e proprie mutazioni di governo.
Siamo talmente sudditi verso le non verità da essere stati costretti a scadere nel banale complottardismo utile solo a chi, la verità, la camuffa all’interno di presunte verosimilità giudiziarie ed investigative che, poi, saranno ribaltate dalle nuove discoperte del momento. Siamo diventati degli spettatori passivi di un format televisivo in cui si fanno i processi alle indagini in corso a tal punto da condizionare le indagini stesse, rischiando di trasformare l’assunto “in nome del popolo italiano” in un riduttivo “popolino”.
Forse è tempo di porci tutti noi in discussione e di porre a confronto la realtà giudiziaria ed investigativa del nostro strano Paese, pregna di eccellenze, tenuta in insieme da una medocrità diffusa ed inquinata da quelle poche influenze di spessore che però fanno la differenza; le mele marce non hanno quel valore di elementi inquinanti perchè ogni sistema strutturato ha gli anticorpi per espellerle, a meno che non si abbia bisogno di quei rami marci in cui nascondere una linfa inquinante.
Lo scorso anno insieme a mia moglie Sara abbiamo scelto di lasciare l’Italia, rinunciando ad ogni bene e sostegno per emigrare oltralpe in cui non abbiamo altro che la nostra forza. Paradossalmente felici di rincorrere il frigo vuoto e, questo, dovrebbe far riflettere se due genitori strutturati e qualificati di 5 figli hanno preferito cotanto rispetto che una casa a costo zero, la sanità gratuita o l’assegno unico per esempio per, invece, non avere nulla di tutto questo e pagare un caro affitto, la sanità ed ogni spesa per i figli perchè non siamo ancora sotto il sistema francese.
La qualità delle emozioni della mia Famiglia parla da sola per comprendere che alcune scelte, anche quelle “pazzesche”, hanno delle sane ragioni per essere assunte.
In buona sostanza, per riuscire a riconquistarmi sul campo quella credibilità inquinata dalla millantata “malattia mentale” da parte di chi mi ha sempre denigrato e delegittimato, ho dovuto in alcune occasioni “passare per scemo” avanti qualche procura o ufficio investigativo e, proprio questo, è quel paradosso che caratterizza alcune indagini in questo nostro strano Paese quando queste si indirizzano “in casa propria”.
E, a proposito di rincorsa del frigo vuoto, se apprezzate questo mio lavoro professionale nel Blog, ogni sostegno è gradito…
F.

