Fabio Piselli nel periodo della banda della uno bianca, oltre i soli poliziotti responsabili degli omicidi…

By | Luglio 7, 2026

Dopo la Scuola Sottufficiali nel 1985 sono rientrato in Toscana e quindi dalla brigata paracadutisti Folgore fui aggregato in un reparto a Ravenna fino al 1988.

Tre anni iniziali, seguiti da un periodo di frequentazione fino al 1998, durante i quali ho potuto vivere gli ambienti bolognesi per ragioni diverse dal solo aver prestato servizio in quella regione; periodo in cui si è formata la cosiddetta banda della uno bianca che con il duplice omicidio dei carabinieri a Castel Maggiore prima ed il triplice omicidio dei carabinieri al Pilastro poi, ha caratterizzato il clima di terrore durato circa un decennio, rinforzato anche dal supporto tattico psicologico della falange armata.

Ricordo bene la situazione di fronte alla quale in molti sviluppavamo varie ipotesi tra una presunta forma di eversione o di criminalità d’ambiente oppure qualche batteria proveniente da sud ma, in realtà, mancavano quei coefficienti tipici per poterne rinforzare ora l’una ora l’altra ed alla fine siamo rimasti tutti degli spettatori passivi di un crescendo di ferocia non immediatamente riconducibile a nulla di razionale.

Quando furono arrestati i fratelli Savi ed i loro gregari, tutti poliziotti meno uno, da un lato questo colpì l’opinione pubblica e dall’altro dette invece delle conferme a chi, come me, aveva sempre avanzato l’ipotesi di una cultura militare nelle azioni della cosiddetta banda della uno bianca.

Fummo in molti, a dire il vero, a percepire una qualche uniforme dietro quelle azioni di fuoco che purtroppo hanno ucciso 24 persone e ferite oltre cento, ad iniziare dai carabinieri che inviarono in tempi non sospetti a Bologna un appunto suggerendo proprio una valutazione nell’ambiente degli ex militari, o carabinieri, o paracadutisti o poliziotti per verificare l’eventuale frequentazione di poligoni abusivi e, già, questo ricordava l’accostamento a Damiano Bechis, un ex carabiniere paracadutista che divenne il capo di una banda di banditi, detta la banda dei Rambo o della Bolognina in riferimento al suo quartiere.

Come ho altre volte detto ero il solo paracadutista dal basco amaranto in una caserma di artiglieria missilistica e, quando andavo a Bologna in uniforme, capitava di essere salutato da ex parà o da chi aveva avuto per esempio delle esperienze al “Tuscania” a Livorno, tra i quali un ufficiale dei carabinieri in servizio a la Dotta.

A Ravenna in particolare vi era un nucleo di soggetti che riconducevano a varie amministrazioni dello Stato, oltre a chi nel territorio di quella provincia aveva alcuni interessi non lontani dai poligoni improvvisati o da incontri apparentemente libertini presso una pensione la quale, poi, si scoprì essere un polo in cui gravitava anche il noto brigadiere depistatore su cui scriverò ancora.

Chiaramente con il senno di poi di suggestive congetture se ne possono fare molte, anche verosimili, per questo ho sempre cercato di restare fedele ai dati di fatto incontrovertibili pur lasciando spazio ad un approfondimento per validare talune più concrete ipotesi, a partire da un identikit dell’epoca che mi è stato sottoposto a ricognizione solo tre anni fa ed anche su questo scriverò ancora.

Suggerisco sempre di non confondere la spontanea genesi della banda dei fratelli Savi e dei loro complici con la creazione della banda della uno bianca, perchè a mio umile avviso le due cose sono complementari ma non necessariamente una cosa unica. Dico questo non per fare dietrologia o complottardismo, sono anzi assai lontano da queste dinamiche, ma in forza dell’esperienza diretta di quei momenti in quei luoghi.

Luoghi in cui e momenti i quali, in un breve spazio temporale ed in un ristretto territorio, di punto in bianco degli operatori in uniforme dello Stato (inizialmente dei carabinieri) o degli ex tali appena congedati si sono trasformati in banditi, ponendo in essere una serie di reati da quelli d’ambiente al sequestro e all’omicidio di carabinieri compiuto da dei carabinieri. Contestualmente i Savi hanno formato la loro banda e successivamente si è concretizzato “il fregio” della uno bianca come simbolo di terrore sul territorio.

Personalmente, ma è una mia riflessione storica, la uno bianca non è iniziata ne terminata con i Savi, motivo per cui ho sempre cercato di validare il collegamento con la fase embrionale della operazione falange armata e con un progetto che non si discostava troppo da quanto ascoltavo in alcune riunioni, una delle quali mi spinse a rapportarne i contenuti a livello superiore come si usava dire.

Il nostro è quello strano Paese che ha sempre bisogno di qualche simbolo del terrore per comprendere le ragioni della propria paura, senza mai, però, trovare il coraggio della testimonianza, con la scusa della stessa paura…

F.

USA LA TRANSAZIONE ON LINE, LA RICARICA POSTEPAY O IL BONIFICO ISTANTANEO

2 thoughts on “Fabio Piselli nel periodo della banda della uno bianca, oltre i soli poliziotti responsabili degli omicidi…”

    1. Fabio Piselli Post author

      grazie Luigi, in Francia non credo di riuscire a vederla in diretta ma cercherò di guardarla in qualche modo…sembra interessante ma con Roberto Savi occorre sempre restare coi piedi per terra

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