Due parole sulla “lotteria della credibilità” nei percorsi testimoniali di Fabio Piselli…

By | Luglio 7, 2026

Mi trovavo in Sicilia nel 1982, a Licata, perchè mio padre stava lavorando da alcuni anni in quel territorio per ristrutturare il porto e per altri incarichi che l’impresa toscana aveva ricevuto in una sorta di joint venture con un importante imprenditore siciliano, di quelli che al tempo si definivano in odor di mafia. Era il capo della draghe e delle bettoline utilizzate sia per dragare i fondali che per portare in alto mare i detriti raccolti tramite le bettoline appunto, sulle quali ero imbarcato come una sorta di giovanotto di coperta abusivo e ringrazio ancora il comandante per avermi messo tante volte alla barra, permettendomi così di apprendere le basi della navigazione e l’uso della girobussola.

Nell’autunno successivo Babbo tornò a casa, alla marina, con una A112 comprata dopo aver posseduto una meravigliosa Alfa Romeo Giulia, di quelle con le doppiette sulla quale ho imparato a guidare perchè nella Sicilia di quegli anni i miei coetanei a 14 anni già portavano il camion per vendere l’aglio, dicendo che il suo lungo incarico era terminato e dovevamo tornare in Toscana e così facemmo in un rocambolesco interminabile viaggio fino a Livorno.

Mio padre e mia madre si trovarono a Palermo il 3 settembre del 1982 insieme a dei loro amici durante una sorta di gita, erano non lontano dalla zona di via Carini quando fu ucciso il Generale Dalla Chiesa con la moglie e l’agente di scorta e ben ricordo la preoccupazione del suo equipaggio e degli amici licatesi nel non vederli tornare nei tempi previsti; rimasero infatti bloccati fino a notte fonda a Palermo a causa dell’attentato e quando tornarono vidi nei loro volti la paura e, forse, la presa di coscienza che ciò che da lontano di tanto in tanto ascoltavamo nei telegiornali era reale ed impattante.

Non mi ha mai detto se la scelta della A112 fu riferita all’auto di Dalla Chiesa, ma così ho sempre voluto credere, perchè quello fu uno dei pochi argomenti che nel rapporto con mio padre in tutta la sua vita ci consentì di avere un colloquio dalla durata di oltre due minuti.

Anni dopo, ero già in uniforme, tornai in Sicilia e nell’isola ci sono stato tante altre volte prima e dopo le stragi, perchè rappresenta per me un riferimento emotivo importante della mia evoluzione ed ancora oggi pratico il siciliano giocando con i miei figli, tra un rituale cabanna e dabbanna generico ed un più complicato licatese “cu s’avànda co sa vucca, è na pignata ca sbucca”

Ma, la Sicilia, è stata per me una scuola di formazione testimoniale significativa, perchè ho respirato l’omertà, la paura e quel “a nu parmu du me’ culu, chi futti futti” utile collettivamente per giustificare l’omertà stessa.

La testimonianza l’ho sempre interpretata non solo un dovere per chi ha scelto l’uniforme come mestiere ma anche un vero e proprio valore sociale determinante per un Paese in cui, proprio la testimonianza, è interpretata con quella ambiguità tale da trasformare il suo valore in una attribuzione negativa contro chi “si espone”; quasi voglia vivere un qualche protagonismo nel farlo e, già da questo, se ne comprende la delegittimazione in termini di sospetto di fronte a chi, paradossalmente, non è omertoso.

Per questo, quando nel novembre del 1986 mi sono ritrovato di fronte alla scelta tra il farmi gli affari miei o compiere il mio dovere, atteso che ero ancora nel periodo della mia anomala carriera militare, scelsi di non avere gli occhi dell’omertà. Gli stessi occhi che vidi in Sicilia anni prima quando, a ridosso della strage di via Carini, nell’ascoltare chi parlava di quegli eventi insieme a mio padre, ne sentivo solo i consigli protesi al non vedere e non sapere nulla ma con uno sguardo nel quale l’omertà si riconosce.

Perchè l’omertà non è una scelta di opportunità bensì uno stile di vita che, detto tra noi, non ho mai assunto e, mai, ho voluto avere lo stesso sguardo.

Un cittadino può ritrovarsi ad essere testimone suo malgrado e chiamato, generalmente a SIT da parte di una qualche autorità giudiziaria, oppure può spontaneamente presentarsi per rendere le proprie dichiarazioni e, in questo caso, vi è sempre la valutazione se sia un mitomane, un millantatore o un portatore di acqua sporca per inquinare i pozzi perchè, nel nostro strano Paese, di pozzi inquinati ve ne sono fin troppi in termini di pluridecennali inchieste che ancora non hanno trovato il secchio giusto per tirare su l’acqua potabile.

Ho compreso ben presto il vespaio nel quale mi ero infilitato, perchè ciò che rapportai a livello superiore nel novembre del 1986 riguardava lo stesso ambiente militare e di polizia nel quale lavoravo, all’interno del quale furono usati i tipici strumenti d’ufficio per tutelare degli interessi che evidentemente non avevano nulla in comune con i doveri dell’ufficio stesso.

Ho sostanzialmente trascorso 40 anni in quella lotteria della credibilità il cui tamburo è stato girato ora dalle procure ordinarie, ora da quelle antimafia ed antiterrorismo, ora dalle commissioni d’inchiesta e, nel corso dei miei ultimi quaranta anni sui 58 anagrafici, ho scelto di non adattarmi alle esigenze del momento ma di restare quell’indipendente cretinotto qualsiasi; ovvero lontano dalle tiratine di polso e dagli eventuali vantaggi nel mercatino delle dichiarazioni, anche quando ne sono uscito a pezzi e delegittimato pubblicamente.

Negli ultimi anni qualche importante magistrato antimafia ha saputo riconoscere in me la persona dietro il giocare allo scemo; laddove lo scemo tutti hanno voluto, pur riconoscendo che tra le presunte scemenze in realtà steganografavo cose molto più razionali. Magistrato forse colpito dalla coerenza delle mie testimonianze prevalentemente sulla fase embrionale della falange armata, compatibile con il periodo della mia esperienza in uniforme e della successiva collaborazione esterna o in ausilio alle autorità giudiziarie ma, credo anche, dal mio non chiedere ne accettare nulla in termini di vantaggi o altre amenities tipiche dei villaggi dei collaboratori fiduciari, perchè ho sempre reso chiaro che non ho mai avuto interesse ad entrare in quei circuiti, anche laddove ne avessi avuto i requisiti.

Fare lo scemo non significa quindi far finta di non sapere ma paradossalmente il contrario perchè, sempre nel nostro strano Paese, preso atto che il fango gettato mirava proprio a delegittimarmi descrivendomi come un “inattendibile malato mentale”, mi sono adattato alla situazione e quando sono stato chiamato a testimoniare ho attuato lo stesso metodo del vero, del falso e del verosimile proprio per superare il falso ed il verosimile opposto, riuscendo in alcune occasioni a far passare il messaggio.

Da quel momento ho notato una riduzione in termini di delegittimazione e, addirittura, mi sono sentito descrivere come un soggetto pienamente attendibile da una autorità antimafia ma, non per questo, ho mutato la mia linea se non nel fornire un più concreto indirizzo, anche anagrafico, rispetto alla ricostruzione di quella linea cronologica che dal 1986 porta al 1994.

Sono e rimango un cretinotto qualsiasi che quella linea del tempo l’ha perimetrata pienamente, relazionando nel corso di 40 anni per dovere e per coscienza quanto ho percepito nella mia area di responsabilità, direbbero quelli bravi.

Dopo 40 anni i pozzi inquinati hanno avvelenato troppe indagini ed oggi occorre prima bonificarli se, sul serio, si vogliono raggiungere quelle verità sui fatti accaduti tra il 1986 ed il 1994, ovvero un periodo storico che ha portato a cambiare il Paese con il dissolvimento della prima Repubblica.

Forse, ma è una mia mera impressione, è per questo che di tanto in tanto mi squilla il telefono e qualche voce ministeriale mi chiede un ricordo, ormai labile, laddove vi sono degli inquirenti che hanno compreso il significato di quella bonifica che ho sempre, forse spavaldamente, suggerito.

Chi mi chiama è pienamente consapevole che non sono un soggetto spendibile all’interno di un dibattimento processuale, troppo fango e troppo a lungo ma, è altresi cosciente, che alla fine ciò che scrivo in un Blog da circa venti anni può rappresentare un argomento di confronto tra un pane cunzato di Caltabellotta e qualche verbalizzazione agli effetti di legge.

Posso solo dire, contro tanto e troppo fango che, in 40 anni, non ho mai riportato nessuna condanna per i tipici reati del falso e del mendacio testimoniale, della calunnia o del depistaggio e, proprio questo, rappresenta quel valore sociale della testimonianza, indipendentemente dall’uso che ne verrà fatto dalle competenti autorità.

Contrariamente alle voci infanganti, non ho ho mai tratto nessun vantaggio, specialmente economico, dalle mie esposizioni testimoniali ma, al contrario, ho ancora i denti rotti e le ossa scricchiolanti, ho la testa di mia figlia Matilde che necessita cure, sono stato costretto ad emigrare rinunciando consapevolmente ai benefici sociali della residenza italiana proprio per donare un futuro alla mia numerosa Famiglia senza mai vittimizzare l’evento accaduto a mia figlia, su cui scriverò ancora, o il fatto di ripartire con la valigia di cartone in un paese straniero.

Mia moglie Sara, donna tanto paziente, incensurata, indipendente ed autonoma che ragiona con la propria capoccia, proveniente da una evoluzione sana, pedagogista con una laurea magistrale, ha recentemente risposto ad una persona istituzionale che le chiedeva di suo marito dicendogli questa frase, la quale rappresenta per me la più bella dichiarazione d’amore:..“a mio marito gli possono puntare contro una pistola, non il dito”….

F.