Quando, dare una uniforme e le armi ad un 16enne, rischia di disarmare il corretto processo evolutivo di un adolescente…

By | Luglio 7, 2026

Partiamo dal presupposto che sono fiero di essere stato un militare ed un paracadutista, ma non sono un militarista, ovvero rimango un uomo equilibrato che riflette sulla propria storia ove, la mia singolare storia, sembra essere oggetto da alcuni anni di riflessioni e indagini anche da parte di più autorità giudiziarie antimafia ed antiterrorismo, proprio per il periodo storico in cui si è svolta la mia anomala carriera militare tra la nascita del GOS, lo sviluppo della falange armata e le gesta della uno bianca, vettore di un terrorismo ispirato dal nuovo modello di destabilizzazione sul quale ho già scritto e detto, ed altro dirò e scriverò ancora.

Nel febbraio del 1985 ero ancora un infrasedicenne quando sono entrato in forza armata alla scuola sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, paradossalmente non avevo l’età per guidare una macchina e per votare ma ero maturo abbastanza per gestire le armi, vere e con il colpo in canna.

All’epoca gli allievi sottufficiali svolgevano tutti i servizi armati, dalle guardie alle pattuglie, dall’ordine pubblico alle polveriere oltre all’ordinario addestramento per le qualificazioni al maneggio del fucile, della mitragliatrice, della pistole e degli esplosivi tanto che l’età era uniformata per tutti a quella “militare” senza più un riferimento cronologico all’anno di nascita.

Chi segue questo Blog dal 2007 ha compreso che mi sono sempre concentrato sulle dinamiche psicoemotive delle esperienze che ho vissuto e non tanto sul “mistero” oltre i contenuti relativi alle vicende giudiziarie nelle quali a vario titolo sono stato e sono coinvolto come persona informata sui fatti; perchè ritengo più importante confrontarci sui meccanismi che caratterizzano delle scelte, quindi delle azioni, rispetto che il mero racconto di una cronaca giudiziaria che altri professionisti sanno fare molto meglio di me.

Un sedicenne che proviene dalla vita civile, senza familiari in uniforme o esperienze di caserma, sportivo praticante la lotta libera e da buon livonese amante del mare, proteso verso le esperienze avventurose come la mia generazione era ispirata a fare ancora dalla eco della “guerra dei bottoni”, il quale si ritrova a vivere all’interno di una ben strutturata organizzazione militare, perde di colpo ogni riferimento evolutivo pari a quello dei propri coetanei, ovvero degli adolescenti.

Questo ho vissuto e, questo, mi ha trasformato in poco tempo in un militare armato ed allo stesso tempo in un ragazzino disarmato della propria adolescenza, ove l’immaturità evolutiva si camuffava nella serietà del lavoro che avevo scelto di fare; una scelta di vita in realtà più che un impiego statale tout court.

E’ stato un progressivo processo di coptazione anche delle emozioni e della psicologia verso una modulazione dei comportamenti, degli atteggiamenti e delle attitudini relazionali del tutto diverse dalla spontaneità evolutiva di ogni altro adolescente civile.

Ho sempre detto che basta poco tempo per trasformare un civile in un militare, ma occorreranno molti anni per reintegrare nella vita civile un militare, specialmente se ha vissuto delle esperienze effrattive durante il servizio svolto e, proprio la mia singolare esperienza di quegli anni, contiene quel valore traumatico di alcuni eventi ancora oggi oggetto di indagini giudiziarie.

Quando di fronte a te hai dei fregi valoriali importanti rinforzati da una mentalità autoreferenziale e come ho detto cooptativa, la tua personalità oltretutto in formazione rischia quella tipica deriva della strutturazione, ove si appare maturi forti e capaci più della capacità di compredere di essere forti e capaci sul serio, perchè non si ha più un rapporto 1:1 con le tipiche insicurezze di un adolescente.

Questo significa che non si ha il tempo di elaborare il percorso di acquisizione delle competenze che rendono forti e capaci ma solo il suo risultato a breve e medio termine, il quale rinforza ma persiste nel camuffare nel risultato stesso le insicurezze che, a quel punto ed in quel contesto, non possono più essere nè manifestate nè poste in discussione.

La mia età si uniformò così all’età media dei miei colleghi di corso, ben oltre i miei 16 anni anagrafici.

Oggi, ormai 58enne, con una formazione umanistica e padre di 5 figli in piena età evolutiva, osservo quell’adolescente armato ed in uniforme e riconosco ancora in me quella grinta e quelle capacità che mi permisero di prevalere sotto certi aspetti nel superamento degli ostacoli e delle difficoltà nel seguito della mia anomala carriera, diventando un paracadutista con tutto il mare ideologico dell’epoca nel quale ero pienamente immerso. Riconosco anche e però una lacuna che non si è mai colmata e che non troverà nessuna forma di compensazione, ovvero la lacuna evolutiva che non mi ha consentito di processare le emozioni e le sensazioni che vivevo, alcune della quali “vivevano me” in realtà.

Il condizionamento psicologico e induttivo nelle attitudini di un sedicenne in uniforme è invasivo e rischia quella deriva proprio nelle emozioni che, da pure e spontanee, si trasformano in qualcosa che necessita di una modulazione e, non, di una naturale mediazione evolutiva. Una modulazione militare che caratterizza il gergo, il tono, la postura ed il confronto con i propri coetanei rimasti civili dai quali la distanza è immediatamente marcata e, proprio questa, si trasforma in un marcatore di distanza dalla vita di prima, proiettato in un dopo che ha perduto immediatamente il valore dell’adolescenza.

Occorre fare attenzione a tutto questo, soprattutto ora che vedo di nuovo la stessa enfatizzazione di quei valori e di quei fregi fortemente identificativi ma, non sempre, reali nella loro concretizzazione quotidiana in un Paese in cui l’ipocrisia è camuffata dalle presunte valenze e raramente dai fatti.

Prima di armare la mente di un ragazzino uniforme, saldata al maneggio delle armi vere e proprie, è necessario ricordarsi che la giusta insicurezza di un adolescente non può uniformarsi al coraggio e soprattutto all’ardimento militare che fisicamente lo si può esprimere e raggiungere ma, psicologicamente, proprio questo compensa una lacuna che necessita di emozioni e, non solo, di quelle sensazioni di “possanza” che in alcuni possono innescare una deriva pericolosa se non traumatica, anche se diventano dei bravi generali.

F.

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