sapori emotivi di un orto di guerra

Fabio Piselli, Sarajevo 1995

Non ho fatto la guerra nella ex Jugoslavia ma ne ho vissuto alcuni momenti, come i tanti che per varie ragioni di lavoro hanno trascorso dei periodi a Sarajevo sotto i colpi dei serbi e di chi si divertiva a passare un fine settimane sulle colline per sparare ai passanti con una seminatrice di morte ( sijač smrti ) come era così chiamata un’arma serba.

Perchè vi sono state anche delle persone giunte da varie parti di Europa ed oltre che hanno pagato delle “agenzie di viaggio” specializzate nell’offerta della trincea di guerra, che come tale ha sempre fatto fare i soldi a chi l’ha saputa far fruttare, sfruttando l’idiozia di chi nella morte altrui riconosce il senso della propria inutile vita.

Sarajevo in particolare è stata una città che ha offerto la grande opportunità collettiva di capire che la guerra la combattono i più deboli, innocenti bersagli di centinaia di bombe al giorno che hanno ucciso per la maggior parte dei civili, costretti a sopravvivere ad un lunghissimo assedio con il tipico ingegno di guerra già visto dai nostri nonni durante il nazifascismo, come l’orto di guerra per esempio, in cui coltivare quel che non giungeva altrimenti o col rischio di finire a pezzi come è accaduto nell’eccidio di Markale per il solo recarsi al mercato.

Fabio Piselli, Sarajevo 1995

Hedna, nato e cresciuto a Sarajevo mi ha accompagnato più volte durante le mie permanenza in città, la sua Golf bianca era anonima come altre vetture trasformate ora in taxi ora in ambulanza per trasportare il ferito di turno dai tiri dei cecchini, dalla quale ho desiderato raccogliere qualche foglia di menta da una piccola aiuola trasformata in orto per poi tornare in alloggio all’Holiday Inn ed insaporire l’acqua non particolarmente buona.

L’Holiday Inn era carissimo in ogni suo aspetto oltre ai rischi ai quali era esposto, fra cecchini e cannoni, meglio offriva l’albergo Bosna ma era consigliato per i soli giornalisti e non per chi operava diversamente anche se costava molto meno.

Sarajevo è stata una esperienza importante per il confronto umano col quale ho potuto riconoscere le stupidaggini che avevo in testa al tempo in cui indossavo l’uniforme e speravo, da parà, di ritrovarmi prima o poi in qualche missione operativa; esperienza che ho avuto invece dopo il congedo dalla carriera militare ed in giacca e cravatta, consiglio che mi fu dato da un locale per evitare di essere un potenziale bersaglio random dei cecchini ma non ho mai capito se mi prendeva in giro o se avesse un reale fondamento di verità.

Tutti gli altri erano in uniforme, i vari soldati dell’Unprofor, oppure nei tipici abiti dell’inviato di guerra i giornalisti, al tempo vigeva nella comunità della stampa il pesante giubbetto antiproiettile ed un elmetto ampio ma certamente non c’era ancora la “moda dell’inviato di guerra” come poi vista nei teatri in Iraq ed Afghanistan, mentre io giravo in completo Armani, con le scarpe buone che avevo invece fatto risuolare come gli stivaletti da lancio che usavo in Folgore e debbo dire che salvo un problema a Mostar non ho mai incontrato particolari disagi a Sarajevo oltre quelli tipici di una città assediata.

Bere della semplice acqua al sapore di menta di un orto di guerra mi ha offerto delle emozioni importanti, mi ha consentito di conoscere e di riconoscere che non esistono delle missioni di pace o delle forze di protezione, basta pensare infatti a quante volte gli aerei a disposizione della Nato hanno ricevuto l’ordine di non sparare sulle postazioni serbe nonostante la certezza che da queste partivano i colpi che mietevano centinaia di vittime, almeno fino al massacro del mercato (Markale) che sostanzialmente dette il via troppo tardi ad un intervento che ha portato ad una pacificazione ma non ad una vera pace storica.

Sono tornato a Sarajevo non molti anni fa, dopo i primi anni novanta non ero più stato in quella città ma solo a Belgrado nel 97-98, Hedna non c’era più e nemmeno gli orti di guerra ma ho voluto fare due passi lungo quei luoghi in cui durante la guerra significava morte certa ed un invito ai cecchini per essere i loro bersagli.

La guerra piace a chi non l’ha vista da vicino, è vero ma non sempre questo storico pensiero è compreso da una collettività che, ancora nel 2019, ha bisogno di un nemico da distruggere e sembra non aver imparato nulla dalla storia, compreso l’assedio di Sarajevo che è stato trasmesso sostanzialmente in diretta dai tanti inviati.

Quando faccio due passi coi miei quattro figli, in questa borgata di montagna in cui attualmente viviamo, raccolgo sempre delle foglie di menta selvatica, poi torniamo a casa e dal rubinetto riempio una brocca di acqua in cui metto la menta che beviamo tutti insieme.

Ziveli, Hedna…

F.