Quis custodiet custodem? la mia fiducia nei Carabinieri…

Fabio Piselli
Brigata paracadutisti Folgore, anni ottanta

Nel 1984 ho vinto il concorso per il 58° corso sottufficiali dell’Esercito, forza armata che al tempo ospitava anche l’Arma dei Carabinieri poi nel 2000 diventata invece Forza Armata autonoma, la quarta del nostro paese.

Sin dagli ottanta ho avuto nel corso del tempo un rapporto coi Carabinieri sotto tutti i profili, ovvero come collega dell’Esercito, come indagato, come testimone, come consulente ausiliario di Polizia Giudiziaria oltre ad essere amico di ormai vecchi colleghi a fine carriera o già in pensione.

Nella mia carriera ho prestato servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore nella quale al tempo era integrato il 1°btg. Tuscania” dei carabinieri paracadutisti, poi diventato reggimento e successivamente uscito dai ranghi della Folgore dopo che la benemerita era già diventata F.A. autonoma.

Ho conosciuto quindi sin dagli anni ottanta gli uomini dei carabinieri e compreso nei decenni successivi i meccanismi dell’Arma, da qualche parte a Livorno ho ancora la raccolta di barzellette sui carabinieri che la stessa Arma pubblicò nel calendario, credo fosse il 1985 o il 1986.

Ho infatti svolto la mia carriera militare in una epoca in cui ancora si ricordava l’antica ripartizione delle giurisdizioni come “le città alle questure e le campagne ai carabinieri”, scherzando sul fatto che fossero di umile origine e sui vecchi pregiudizi sulla coppia di militi, ove uno sorvegliava l’altro o peggio ancora uno sapeva scrivere e l’altro leggere, pregiudizi che si sono poi persi nel tempo.

Dopo quasi trentacinque anni sono ancora pienamente immerso coi Carabinieri perchè coinvolto in quelle faccende giudiziarie storiche ed attualizzate dalle nuove indagini, motivo per cui mi interfaccio coi vari comandi laddove sono parte offesa di reato o testimone, oppure oggetto di alcune informative veicolate nel circuito riservato ed interno alle forze di polizia, di polizia militare e di informazione e sicurezza.

Ho subito dei seri danni a causa dell’operato di alcuni appartenenti all’Arma, contro i quali ho agito i giusti strumenti di Giustizia ma non per questo è venuta meno la mia fiducia nei Carabinieri.

Di questo desidero parlare, della fiducia verso gli uomini carabinieri e dell’affidabilità dell’Arma dei Carabinieri che sono due aspetti ben distinti dello stesso istituto.

Ho la piena consapevolezza umana ed esperenziale che ogni singolo uomo arruolatosi nell’Arma dei Carabinieri, di ogni ordine e grado, sia pronto a sacrificare la propria vita per salvarne un’altra e per difendere la Patria, perchè ce lo insegna la storia e per la ragione che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, quando osserviamo il viso di quei ragazzi delle radiomobili che lavorano in strada, sotto l’attento sguardo dei più scafati anziani, molto più a rischio dei loro colleghi delle altre sezioni e reparti perchè direttamente esposti all’ignoto e non sempre preparati al meglio per affrontarlo.

Ho anche però la stessa piena consapevolezza dell’inquinamento politico interno all’Arma che ne caratterizza la storia stessa, in particolar modo dopo il secondo dopoguerra.

La storia ci insegna ancora che è sempre il singolo uomo carabiniere a scegliere il suo destino, da Salvo d’Acquisto a tutti coloro che hanno scelto di morire per salvaguardare la vita altrui o per l’ideale di Patria, anche andando contro un fervido ideale come al tempo del nazi-fascismo e della fine della seconda guerra mondiale durante il quale alcuni carabinieri sono stati trucidati per essersi opposti al regime.

Quando in questi trentacinque anni mi è capitato di interfacciarmi con l’Arma in realtà mi sono sempre rapportato al singolo ufficiale o sottufficiale che avevo di fronte, con l’uomo carabiniere prima del rappresentante della benemerita, cercando di capire e di capirci “misurandoci la febbre” come si usava dire, per individuare un punto di reciproca affidabilità oltre le rispettive funzioni ed uffici.

L’operatore dei Carabinieri ha sempre incontrato il problema sia della scala gerarchica, il livello superiore talvolta ingerente, che dell’assegnazione ad un incarico extra-arma per poi tornare nei reparti carabinieri tout court; per esempio coloro che transitavano ai servizi segreti o chiamati a formare un pool investigativo in base al rapporto fiduciario con un magistrato rispetto ad una indagine di particolare spessore ma con una procedura “informale” che poi, in tutti questi casi, si scontrava con le procedure sia di avanzamento di carriera che di valutazione da parte dell’Arma che, di fatto, non aveva più una diretta gestione del dipendente così “distaccato” e non sempre i vantaggi di carriera erano equilibrati, creando così invidie fra colleghi e correnti interne che inseguivano la questua verso il vantaggio, specialmente quello di transitare ai servizi.

L’altro problema che ho sempre ricordato riguardava infatti chi dall’Arma transitava al servizio segreto, ove perdeva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria ma che una volta tornato al reparto di origine ri-acquisiva, magari per indagare dei fatti che coinvolgevano il servizio segreto e mi sono chiesto se non vi fossero degli interessi conflittuali o delle convergenze pericolose per le indagini.

La fedeltà dei carabinieri è proverbiale e storica ma non possiamo negare gli inquinamenti emersi nel corso di più indagini all’interno della struttura Carabinieri, talvolta raggiungendo anche il comando Arma.

Quel che ritengo importante ricordare in ogni occasione possibile è proprio il “potere” che ogni carabiniere rappresenta, sia quello informativo che operativo che può distruggere la vita di un innocente laddove le indagini sono condotte male, inquinate da interessi personali o di struttura, depistate per ingerenze occulte ed altro ancora; perchè quanto egli scrive e sostanzialmente “testimonia” coi colori di istituto e con la fedeltà ad essi associata può fortemente incidere sull’arresto e sulla carcerazione di un innocente.

Innocente che dovrà superare un alto muro eretto a “difesa del proprio ufficio” sia da parte del singolo operatore che dei colleghi protesi a compattarsi in tutela dell’Arma, una vera e propria famiglia ma che non deve mai trasformarsi in un clan, come abbiamo invece visto in quei casi giudiziari nei quali numerose falsità informative sono state scritte e poi cadute dopo troppi anni di battaglie.

La mia personale battaglia non è quindi contro le istituzioni o lo Stato oppure contro i Carabinieri e la Polizia, istituzioni alle quali mi sono sempre rivolto, bensì è mirata a riformare quel sistema di inquinamento che tutt’oggi vige all’interno dell’Arma e della polizia in generale, ovvero quello che definisco essere la difesa del proprio ufficio.

Quando ero un militare in carriera ed un paracadutista, ricordo i confronti che avevo con quei colleghi ai quali mi ero rivolto per comprendere quanto mi stava accadendo atteso la “singolarità” della evoluzione della mia carriera, ricordo bene gli scontri basati sui “fatti i cazzi tuoi” ed altro ancora che stigmatizzava una mentalità che negli anni ha, a mio avviso, raggiunto un inquinamento elevato contro l’autonomia di ogni singolo operatore dei corpi dello Stato, che è tale anche se subordinato ad un livello superiore quando si tratta di denunciare un collega marcio, sapendo che sarà isolato e progressivamente spinto al congedo se non “bollato” nel corso della sua carriera.

Scriverò un futuro articolo sulla “nozione di sistema” che inquina le indagini e condiziona gli operatori, anche dei carabinieri; nel frattempo concludo questo con le parole che ho ripetuto avanti un pubblico ministero non molti anni fa, quando dissi che molti miei ex colleghi potevano puntarmi contro un pistola, non il dito….

F.