quando l’arroganza dell’ignoranza assume il potere di educare…

26 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
quando l’arroganza dell’ignoranza assume il potere di educare…

Ho viaggiato molto nella mia vita, ho incontrato e mi sono confrontato con culture e stili di vita diversi ma in ogni luogo il fatto di essere italiano rappresentava, oltre le banali icone della pizza e della mafia, anche quello spessore storico artistico e culturale del nostro meraviglioso paese.

Sono cresciuto con una classe politica certamente conflittuale e mutante ma caratterizzata da un linguaggio comunicativo basato sul saper strutturare una frase compatibile col suo significato, talvolta tediosa o soporifera tanto che se non fosse stato per Mario Pastore nel guardare “tribuna politica” potevo addormentarmi ascoltando i rappresentanti dei vari partiti.

Sono nato a Livorno per cui posso definirmi un esperto di ignoranza, almeno nell’aspetto più sano e spontaneo di una comunità che ha nel vernacolo la propria targa, conoscendo meno le qualità storiche ed artistiche di una Livorno tutta da scoprire oltre la baldanza del primo impatto.

Sono stato quindi un bambino “al pezzo” di quelli tipici degli anni settanta che fuggiva dai vigili urbani e rubava i cocomeri ai cocomerai ladri per capirci ma, allo stesso tempo, educato al rispetto dell’educazione stessa, ovvero indirizzato a comprendere che proprio la possibilità di studiare e le opportunità del sapere erano il valore aggiunto per non essere solo un “bravo bambino”.

Non mi sono staccato dalla mia ignoranza ma questa si è evoluta con me, infatti oggi sono capace di parlare coi rutti in quattro lingue diverse giusto per far comprendere con una battuta che sapere non sempre significa essere e, per questo, ho scelto di essere tutto quello che ho” imparato a sapere” nella mia vita ad iniziare da una infanzia circondata da quella meravigliosa ignoranza livornese di una epoca ormai dispersa.

Quando l’ignoranza rimane tale, non si arricchisce e non si evolve, produce solo l’arroganza e con essa si esprime, tramite un linguaggio comunicativo rinforzato da un intercalare marcatore del “non sapere” camuffato da qualche concetto appreso pochi minuti prima da altri, o sgugulando su internet. Tramite l’imporre quel concetto senza mai porne in discussione i contenuti, tramite il comunicarlo con una fisicità che supera le parole incontrando quindi solo un tono di voce pari alla gestualità dell’ignoranza che si riconosce come un vero e proprio linguaggio del corpo.

Siamo cambiati, in peggio, ove il peggio è rappresentato da una aggressività a brevissimo termine nei colloqui e nei confronti, tanto che i bambini di oggi non sono educati al confronto stesso a manifestano quella gestualità comunicativa dei propri genitori, quella che sostituisce le frasi compiute, lasciando spazio al solo intercalare di rinforzo come il “tipo” o le parolacce un tempo di pertinenza dei soli ignoranti “pesanti” di quelli realmente privati anche della minima alfabetizzazione sociale.

Mi guardo intorno ed osservo una società civile composta da adulti, anche qualificati ma immaturi emotivamente e nelle relazioni, a tal punto da non riuscire a riconoscersi nella cultura che hanno avuto modo di coltivare, scissi fra il sapere appreso ed il non essere intimo che li vincola così ad una identificazione verso ogni espressione di “forza” e di “guida” tanto da riconoscersi in chi appare tale, magari solo nei toni o nell’immagine.

Adulti, genitori, che educano i propri figli alla compensazione della debolezza e non all’espressione della forza, ovvero li crescono nello sfruttare le debolezze altrui da trasformare in forza propria, senza investire nelle opportunità di esprimere realmente ed in modo autonomo le capacità individuali se, non, come contrapposizione a quelle degli altri, dinamiche tipiche della frustrazione e dell’intolleranza contro la propria debolezza.

Tutto questo porta alla caratterizzazione dei confronti personali e sociali basati sulla denigrazione, sulla delegittimazione dell’altro da noi, sulla mortificazione e derisione rispetto ad un confronto costruttivo, si cerca la sconfitta dell’altro tramite la prevaricazione della nostra “difesa”.

Questo siamo diventati, cittadini iper-difesi in costante vigilanza emotiva, capaci di condurre una parallela vita fatta di studio e di lavoro ma di non crescere in essa nelle relazioni con noi stessi e con gli altri da noi ed in tal modo vulnerabili alla ricerca del consenso del presunto leader di turno, il quale vince se sfrutta questa nostra debolezza, specialmente se ci offre un altro da noi in cui proiettare tutta la nostra frustrazione.

Per questo oggi la politica grida e da una pacata “tribuna politica” siamo passati ad una “balera” frequentata da puttanieri e da garzoni dei magnaccia felici del potere così acquisito senza comprendere di essere solo dei manovali che nel corso degli anni sono diventati essi stessi gli attuali leader, talmente mutanti da essere “sardi” con accento lombardo per far credere ai sardi che possono parlare milanese e, questo, è oggi il nostro paese, privo della sua identità culturale che si rifugia in una identità territoriale eretta a bandiera identificativa che, alla fine, trova solo il vento negli aliti delle grida.

Ho tre figli piccoli, i primi due frequentano le elementari ed incontro tanti bambini, mia moglie è una pedagogista ed io stesso ho un passato di educatore, riconosco nella attuale infanzia tutta la debolezza di noi adulti, la nostra incapacità di tollerare una frustrazione, la nostra esigenza di essere guidati perchè abbiamo ceduto la responsabilità dell’autonomia contro un pensiero non condiviso ma meramente diffuso, per cui solo omologato.

Recentemente ho fatto una passeggiata con la mia Famiglia, ad un tratto il figlio maschio ha espresso una sua conoscenza linguistica tramite un rutto particolarmente echeggiante, tanto che una signora nelle vicinanze si è scandalizzata anche se non era rivolto certamente a lei.

Mi ha rimproverato, alla quale ho risposto sorridendo che mio figlio stava coltivando la sua libertà di espressione, la sua autonomia delle emozioni, un gesto ignorante ed evolutivo tramite un semplice parlare coi rutti, trovando in questa un nuovo rimprovero e lo stesso sguardo delle mamme dei miei coetanei dei quartieri buoni di quando ero un bambino di borgo, il quartiere popolare del porto di Livorno.

Temo il ritorno alle classi sociali, ai bambini bene ed a quelli meno bene, temo i tanti “Antongiulio hai fatto la cacchina?” che diventeranno quei leader politici incapaci di capire di avere dei fili attaccati alle spalle mentre educano le masse al concetto di libertà…

F.P.