l’uso destabilizzante del fenomeno della migrazione…

1 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
l’uso destabilizzante del fenomeno della migrazione…

Non vi è peggior razzismo se non quello della selezione delle intelligenze e, questa forma di razzismo, la evidenzio nel tema della gestione del fenomeno della migrazione di questi ultimi anni specialmente quando si induce una collettività ad interpretare un evento degno di analisi come una minaccia generalizzata.

Il bisogno di individuare altrove la fonte delle nostre angosce ed il capro espiatorio per proiettarvi le ansie e le rivalse è un meccanismo tipico della razza umana, tanto da rappresentare il punto di forza di talune espressioni politiche e delle giustificazioni morali individuali che ci raccontiamo di fronte alla sofferenza degli altri.

Chi ha vissuto in varia misura una esperienza bellica ben conosce i motivi per cui un uomo, una donna o una intera famiglia sceglie di affrontare un lungo viaggio verso l’ignoto pur di lasciare un territorio devastato ed il rischio di finire uccisi, torturati o vittime collaterali dei combattimenti.

Allo stesso modo chi ha vissuto la misera tale da non avere il cibo per i propri figli, è consapevole che anche il rischio di morire durante un viaggio della speranza rientra nel computo della morte certa per fame.

In fondo basterebbe ascoltare i ricordi dei nostri padri o dei nonni per trarne una memoria di guerra e di miseria, oltre alle esperienze di migrazione dei tanti italiani trapiantati altrove, partiti con una valigia di cartone colma di tanta speranza, sottoposti alla quarantena e filtrati dai severi requisiti che alcuni paesi hanno imposto loro prima di accoglierli.

Che cosa ci ha reso, quindi, oggi vulnerabili a questi feroci rigurgiti di razzismo al netto dell’ignoranza sempre esistita, mi chiedo, osservando in me stesso dei segnali di fastidio che provo di fronte ad una percezione di “imposta accoglienza” che disturba il mio normale essere accogliente verso le ragioni di chi fugge da una guerra e dalla fame.

Ho l’impressione di essere stato cooptato all’interno di una guerra fra poveri, spinto ad individuare nel diverso quelle differenza che temo di riconoscere in me, sottoposto ad una sorta di bombardamento cromatico attraverso il colore di chi vedo cammellare nelle strade delle nostre città, privi di quei tipici segnali della sofferenza a dire il vero, bensì serviti e riveriti anche nei privilegi invece negati a molti cittadini italiani.

Proprio a questo punto mi fermo e rifletto su quel “noi, italiani” che ho appena espresso, ritrovandomi quindi nelle dinamiche degli schieramenti senza analisi, mentre desidero essere il fiero italiano che sono senza schieramenti imposti da una gestione politica della migrazione caratterizzata da un dentro tutti o fuori tutti.

Analizzo perciò questo fenomeno facendo appello alla mia intelligenza abusiva che ho nascosto in soffitta per non farla trovare a chi intende strumentalizzarne la parte umorale, emotiva e tipica di chi si ritrova costretto a domandarsi perchè “loro si e noi no?” come rischio di fare io stesso.

Non nego, per fare un esempio, che trovarmi di fronte a dei ragazzotti nigeriani bene in carne e assistiti oltremisura, talvolta arroganti ed assolutamente irriconoscenti, suscita in me quel fastidio tale da reagire con disprezzo a cui sostituisco invece la ragione del comprendere; cercando di capire non tanto la presenza di soggetti di questo genere ma i motivi per i quali soggetti di questo genere sono la presenza prevalente del fenomeno di una migrazione dai paesi in guerra e carestie che dovrebbe invece prevedere una elevata percentuale di bambini “biafrani”, di famiglie da ricomporre, di quella gente che nella mia esperienza passata ho visto in Africa, nella ex Jugoslavia ed in quei teatri bellici in cui sono stato, persone meno in carne e meno arroganti dell’alto numero di migranti immessi nel circuito sociale da una politica in corto circuito.

Il nostro è quello strano paese nel quale ogni fenomeno si trasforma in un fenomeno, quasi sempre emergenziale col paradosso che ci trova impreparati anche di fronte a degli eventi facilmente prevedibili, specialmente se i segnali della loro progressione esponenziale sono agli occhi dei vari governi di volta in volta in carica.

Siamo il porto dell’Africa, il primo stadio di un livello di filtri spesso inquinati da una politica europea caratterizzata dalla burocrazia e non dal buon senso ma risultiamo essere incapaci di agire una politica della gestione di un fenomeno che è diventato politico esso stesso e, come tale, strumento di destabilizzazione e di stabilizzazione di un interesse diverso da quello umanitario.

Agire sulle paure individuali è un investimento politico certo e pagante, perchè la paura individuale può diventare panico ma laddove la si associa al timore diffuso si raggiunge l’obiettivo sperato, ovvero la destabilizzazione delle coscienze individuali stabilizzate in un pensiero guida che ci offre una soluzione semplice, tale da superare i livelli di coscienza appunto, sia del quadro di insieme che della cornice individuale.

Se, ognuno di noi, passeggiando su una spiaggia, scopre il cadavere di un bambino affogato ne vive il dramma e la sofferenza, diverso invece dal ritrovarci a prendere apaticamente atto dai mezzi di stampa della morte di centinaia di persone e di bambini che si spiaggiano dopo essere naufragati in mare durante il tentativo di raggiungere le coste italiane.

Non voglio quindi perdere la mia umanità, non quando soffro la morte di bambini di ogni razza e colore, non quando mi scopro una specie di “razzista” perchè “affogato” dalla presenza di migranti gettati nella mischia senza nessun percorso di integrazione.

Per molti la parola integrazione è un termine astratto, carente del suo reale significato perchè non abbiamo la cultura dell’integrazione ma solo quella dell’ammassamento, non ci integriamo nemmeno nello stesso condominio in realtà, restando stranieri a tre metri di distanza uno dall’altro e questo rappresenta la debolezza che la politica sfrutta per trarne la forza del consenso.

Integrazione significa prima di tutto alfabetizzazione pratica e culturale, ovvero educare chi giunge in un paese a comprenderne il territorio, la lingua, la cultura, i vantaggi e gli svantaggi in base ai propri progetti; le opportunità trovate quindi e non, invece, gli opportunismi di ambiente che purtroppo è ciò che i tantissimi migranti percepiscono una volta lasciati a loro stessi e nelle mani di chi, diversamente dalla politica, ben sa come gestirne i flussi e le presenze ad iniziare da una criminalità organizzata, anche nostrana, che ha trovato nel traffico di uomini un guadagno superiore anche a quel traffico di droga in cui molto saranno immessi.

Non voglio essere razzista non perchè sono “buono” bensì perchè non voglio essere complice della gestione destabilizzante di un fenomeno umanitario che nasce dalla sofferenza e dalla morte delle persone, non voglio ritrovarmi a dover barattare il mio fastidio con la mia coscienza.

La storia ci insegna che un migrante, reale, fugge da personaggi come Idi Amin Dada per non finire in pasto ai suoi coccodrilli ma, con l’attuale gestione del fenomeno della migrazione, rischiamo di accogliere non le potenziale vittime dei tiranni di turno ma gli allevatori dei coccodrilli, che sfruttano coloro che hanno solo la scelta tra il finirne in pasto o essere sfruttati da chi gli promette un futuro diverso.

La fuga dal male spinge ad allearsi al male stesso, diventando i kapò dei propri simili, alleati quindi agli aguzzini e non partecipanti ad un cambiamento culturale capace di ridurre gli estremi del razzismo, lasciando solo la reazione di fastidio di fronte all’arrogante nigeriano privato di una conoscenza diversa dalla legge del più forte.

Non sono un razzista sotto il profilo umano, questo è il pensiero che ci diciamo tutti quanti, scoprendoci poi dei selezionatori di gente in forza dei risultati del loro comportamento sociale ed individuale, rischiando però di non essere più in grado di capire la differenza fra “gente” formata da più persone o “razze” rappresentate dai colori e dalle etnie.

Chi semina rabbia raccoglie odio e, questo, è il risultato che produce quella destabilizzazione che favorisce solo una politica che ne cerca il consenso, non l’interesse della collettività.

La migrazione è un fenomeno umano e storico, evolutivo direi ma non per questo voglio perdere il mio paradossale diritto di essere “razzista” come forma di protesta verso una politica che sfrutta la migrazione stessa…

F.P.