lettera aperta al Ministro della Difesa ed al Ministro dell’Interno…

9 Aprile 2019 Off Di Fabio Piselli
lettera aperta al Ministro della Difesa ed al Ministro dell’Interno…

Come può uno Stato avallare una falsa accusa generata all’interno delle sue amministrazioni, laddove nulla compie per comprenderne la genesi soprattutto ove questa è contestuale alla testimonianza giudiziaria di un cittadino su un fatto grave che ha riguardato la morte di decine di persone, testimonianza che detto cittadino esprime nella piena assunzione di tutte le conseguenze ad ogni effetto di legge oltre a quelle morali, la quale a vario titolo indirizza le indagini verso le amministrazioni dello Stato stesso.

Come può un privato cittadino, vittime di questa falsa accusa, difendersi da un potere di ingerenza e di influenza pari a quello di chi ha modo ed opportunità per abusare degli strumenti informativi dello Stato, laddove genera non solo delle false accuse ma una serie di informative idonee per attribuire una feroce valenza denigratoria su quella persona nel corso di più anni.

Vi è una enorme differenza di spessore e di risorse fra chi genera o induce la formazione di una accusa forte di un fregio di credibilità offerto dal ruolo ricoperto nello Stato e chi, privato cittadino, può solo agire passivamente la reazione ad una falsa accusa con gli strumenti a disposizione, minori rispetto alla fonte della notizia di reato e certamente meno incisivi sotto il profilo della ricerca della prova a sua discolpa, indipendentemente dalla sua fiducia verso le istituzioni; questo soprattutto laddove le prove a sua discolpa sono detenute all’interno dei cassetti negli uffici dello Stato nei quali egli non ha accesso e non dovrebbe nemmeno sapere che vi sono dei documenti in tal senso, perchè privo degli accrediti per conoscere quel livello di informazioni, col paradossale rischio di essere indagato per indirizzare le indagini.

Come può un privato cittadino sopravvivere al peso decennale del pregiudizio, del fango, della calunnia, laddove questa è avallata da una serie di informative generate all’interno di quegli uffici che meritano e debbono avere tutta la fiducia dei cittadini ma nei quali vi opera anche chi ne abusa gli strumenti o esegue solo i desiderata di un livello superiore senza fare domande ed obbedendo ciecamente ad un ordine, nel quale eventualmente trovare un futuro rifugio quando il privato cittadino dopo molte fatiche ed un personale investimento sotto tutti i profili, ne identificherà il grado ed i dati anagrafici per portarlo ad essere escusso in un eventuale processo ove non si sia abbattuta la prescrizione.

Se questo accade non una volta ma in più e ripetute occasioni nel corso di trenta anni, possiamo considerarlo come il caso di un privato cittadino particolarmente sfortunato oppure è giunto il tempo di approfondirne le analisi per comprendere se via sia, o meno, una precisa volontà di agire contro quel privato cittadino, con intenzione di dolo quindi, da parte di chi opera all’interno di una amministrazione dello Stato influente a tal punto da condizionare i contenuti di una informativa o di un rapporto di polizia e\o di intelligence oltre alla gestione delle notizie sulla cosiddetta “personalità” dell’individuo da divulgare anche fuori dagli ambienti di polizia e di giustizia, ovvero in favore di soggetti privi dei requisiti per conoscere le notizie di polizia, questo allo scopo di incrementare il pregiudizio sociale aggravato da una divulgazione specifica offerta da una fonte ritenuta credibile, come appunto la voce di un appartenente ai corpi di polizia dello Stato.

Può lo Stato, di fronte alla sentenza definitiva di un magistrato che lo condanna per essere un giudice corrotto, donare alla sua firma su un mandato di cattura nei confronti di un cittadino incensurato lo stesso valore di affidabilità come ogni altro magistrato onesto, oppure sarebbe importante comprendere la cornice nella quale quell’arresto è stato maturato.

Può lo Stato, di fronte alla sentenza definitiva di funzionari dello Stato, associati al magistrato corrotto di cui sopra, donare il valore di affidabilità ai loro rapporti informativi o alle loro firme di avallo su documenti riguardanti il privato cittadino ove il suo nome circuita i canali riservati sia delle notizie di polizia che il fascicolo detenuto nella cassaforte del Questore e del Prefetto.

Può lo Stato di fronte alla sentenza definitiva di un operatore di polizia, per un reato commesso in diretto danno contro quel privato cittadino, iniziare a prendere in considerazione che presumibilmente siamo in presenza di una situazione che richiede una analisi diversa dalla classica “difesa del proprio ufficio” che tende purtroppo al riduzionismo ed all’oblio, anche a causa degli anni che trascorrono fra il fatto originale e la sua eventuale soluzione giudiziaria.

Può lo Stato, di fronte ad una progressiva ed ambigua formulazione di rapporti informativi sulla “personalità” di quel privato cittadino nei quali si mutano date e dati in base alle esigenze del momento utili per incrementarne una interpretazione negativa, protesa a influenzare la lettura, iniziare ad analizzarne seriamente i contenuti, specialmente per fare un esempio su tutti, ove questo privato cittadino da militare di carriera diventa un “nullafacente” in un rapporto giudiziario ed allo stesso modo un noto pregiudicato delinquente abituale si trasforma in “impiegato” per rinforzare così l’ipotesi accusatoria in danno di quel privato cittadino.

Esempio che precede una decina di altri rapporti di questo tenore che hanno prodotto delle false accuse anche con notizie di reato gravissime ed infamanti, rese contestualmente note alla opinione pubblica tramite l’illecita divulgazione di notizie riservate mirate allo scopo di incrementare il pregiudizio e la condanna sociale, specialmente in presenza di (false) accuse per reati gravissimi, i cui atti dimostrano che tali sono state generate dentro un ufficio dello Stato ed in assenza di una fisica parte offesa, sulla carta quindi e sulla base di una telefonata confidenziale, creando nel frattempo la distruzione di posti di lavoro, il fallimento di una azienda e soprattutto un pregiudizio forte nella opinione pubblica che nessun esito positivo della indagine ha cancellato.

Quanto sopra per introdurre ciò che di seguito espongo, naturalmente ad ogni effetto di legge, con la preghiera di valutarne i contenuti al fine di raggiungere la possibilità di comprendere la verità storica di quanto denuncio da anni e la cornice in cui questo quadro di insieme si colloca rispetto al presunto coinvolgimento di operatori dello Stato nei fatti che potranno essere evinti ed eventualmente rubricati da ciò che segue che, sia ben chiaro, non è lo sfogo di un cittadino esasperato o di un “caso umano” di un “frustrato”, bensì è la precisa denuncia di un uomo qualificato che ha superato i cinquanta anni, marito felice e Padre di numerosa prole, privo di patologie psichiche, esente dai circuiti dell’abuso di alcol o di stupefacenti, soggetto che non beve e non fuma e non frequenta birrerie di sorta quindi.

Sono e mi chiamo Fabio Piselli fu Mario, nato a Livorno il 10 giugno 1968, residente in Ranzo (IM) in questa Borgata Aracà 4, già paracadutista militare di carriera, già consulente ausiliario di polizia giudiziaria, già consulente extraperitale di parte nei processi penali, attualmente titolare di una ditta individuale nel settore della gastronomia, chiedo alle autorità politiche indicate in epigrafe di agire ogni risorsa al fine di analizzare i contenuti di ogni documento informativo concernente la mia persona detenuto sia nella documentazione formante un fascicolo operativo di una sezione di polizia, di polizia giudiziaria e di intelligence militare e civile, sia ad analizzare i contenuti di un qualsiasi strumento informativo non cartolare nel quale sono veicolate le notizie di polizia e di intelligence che riguardano la mia persona.

Richieste che non nascono da una presunta ed improvvisa sindrome persecutoria causata da un crollo psicotico bensì dagli annosi fatti più volte denunciati, che hanno in alcuni momenti offerto un approdo di verità a ciò che si è cercato di descrivere come opera di mitomania o di millanteria da parte di chi aveva tutto l’interesse dal difendersi da quelle stesse denunce proprio utilizzando lo strumento della “malattia mentale”, il quale ha talvolta indagato se stesso per dirsi innocente, altro paradosso di questa singolare storia ma non unica nel panorama dei paradossi giudiziari del nostro paese.

Si comprenda purtroppo che nei trenta anni durante i quali tutto ciò accade, i confini fra la verità, la verosimilità ed il mendacio spicciolo e strumentale si confondono a tal punto da richiedere proprio una attenta analisi di ogni progressivo evento, complementare l’uno all’altro, anche in forza della divulgazione delle notizie in favore di una opinione pubblica influenzata ora da una rapporto di polizia che contiene delle notizie errate, ora volutamente errate o specificatamente false, ora da un articolo di stampa o dagli atti di una commissione parlamentare di inchiesta in cui il mio nome è descritto con una valenza denigratoria da parte di chi, sostanzialmente, riconduce la propria fonte di certezza ai contenuti delle carte per le quali chiedo l’analisi, definita “fonte certa” di quanto assunto ed altresì divulgato sul mio conto proprio perchè indossa un fregio di Stato.

Può lo Stato avallare la descrizione di una “malattia mentale” così redatta e divulgata dagli operatori delle proprie amministrazioni in assenza di una qualsivoglia forma di certificazione sanitaria e psichiatrica o di comportamenti in tal senso compatibili nella mia vita personale, sociale e professionale.

Può lo Stato avallare la presenza di rapporti informativi nei quali sono assenti dei riferimenti a dei fatti incontrovertibili invece sostituiti dalle sole opinioni del compilatore l’informativa stessa, tendenti ad influenzare il destinatario con una valenza denigratoria in danno della mia persona laddove se ne evidenzia un sostanziale “dice che” più compatibile con un ambiente di pettegolezzi in corso di sciampo rispetto che quello dei funzionari dello Stato.

Può lo Stato iniziare a produrre quelle ricerche mirate per acquisire dagli uffici centrali e periferici ogni documento a mio nome, con qualsiasi eventuale classifica di segretezza apposta, senza per questo attivare la classica “arte della delega” verso un sottoposto che poi, come già avvenuto, si scoprirà condizionabile dal suo livello superiore, bensì acquisendo d’ufficio e con lo spessore politico la documentazione inerente i fatti in cui a vario titolo sono stato coinvolto sia come militare di carriera, come indagato, come imputato, come testimone, come parte offesa, come ausiliario di polizia giudiziaria, come consulente di parte e soprattutto come cittadino che si trova di fronte all’impossibilità di offrire un futuro esente dalle ingerenze finora patite alla propria famiglia, ingerenze anche minatorie, Famiglia nella quale vi sono dei figli minori il cui esclusivo interesse è prioritario nella mia vita naturalmente.

Sin dal 1985 il mio nome lo si trova sia nelle carte del Ministero della Difesa come militare di carriera (58° corso sottufficiali Esercito, Brigata paracadutisti Folgore) che negli atti relativi ai fatti legati alle strutture clandestine in allora presenti in Folgore ed in Camp Darby, nei fatti della falange armata ed in altre vicende che progressivamente mi hanno visto perimetrare questo tipo di eventi fino alle indagini sulla tragedia del Moby Prince, oggi ancora protagoniste di una rinnovata stagione investigativa.

Questo non perchè io abbia assunto chissà quale ruolo o possa detenere delle dirimenti verità sui fatti di specie ma per comprendere le dinamiche ed i meccanismi per i quali il mio nome e la mia presenza si ritrova in quelle situazioni nelle quali la presenza di qualche infedele funzionario dello Stato è stata accertata, oppure è oggetto di indagini per capirne il coinvolgimento nel supporto agli eventi stragisti o vincolati a quel periodo di cambiamento degli assetti politici interni ed internazionali.

Altrimenti tutto si riduce al mero conflitto fra me e colui o coloro che dopo faticose ricerche, talvolta con mezzi poco ortodossi che dovrò poi rendere apprezzabili in un eventuale dibattimento, saranno identificati come appartenenti ai corpi dello Stato come già avvenuto in passato. Passato in cui si è visto che quanto ho raggiunto dopo anni di ricerche poteva essere trovato dallo Stato nel giro di pochi giorni ed ecco la ragione pratica di quanto sopra, anche per evitare le prescrizioni e le ritorsioni che ho già ampiamente subito oltremodo in danno della mia amata Famiglia.

Può lo Stato ascoltarmi e raccogliere quanto dico ad ogni effetto di legge, onde evitare di scrivere decine e decine di pagine che rischiano di essere inquinate nel loro significato laddove risalgono il fiume della gerarchia rischiando di fare la fine dei salmoni.

Chiedo poco tempo e quella attenzione idonea da parte della politica competente per comprendere se sono solo un povero pazzo come chi opera nello Stato abusando del suo ruolo persiste a descrivermi, ed in tal caso mia moglie sarà ben felice di avvalersi di ogni presidio psichiatrico e di accompagnarmi ad infilare le collanine in qualche comunità di recupero, oppure si prenda atto che sono un cittadino qualificato la cui storia merita di essere elaborata per sperare in un futuro dei miei figli privo di quanto ancora oggi patiamo, proprio a causa della annosa lotta per la ricerca di verità e di giustizia condotta contro chi, nello Stato, abusa dei propri poteri e degli strumenti di influenza.

Se non sono quel “malato mentale” che qualche funzionario dello Stato si sforza a far credere con le sue maliziose informative la cui firma è di difficile lettura, ritengo giusto offrirmi l’opportunità di essere ascoltato come un cittadino che ha tutti i requisiti per parlare dei fatti in cui il proprio nome è parte, anche gravi, in forza dei quali si è sviluppata in trenta anni una tale mole di fango che ormai è duro come il granito e che di fatto scuda ogni abuso posto in essere dall’interno degli uffici di chi è “nello” Stato e non “per” lo Stato.

In conclusione, abbia la politica di ogni lateralizzazione, atteso che sono nato uomo di destra e che oggi mi descrivo come un umanista liberale, l’umiltà di ascoltarmi al fine di comprendere che la gran parte delle informazioni contenute nei circuiti informativi sul mio conto sono prodotte allo stesso modo delle false accuse provenienti dagli stessi ambienti, forti di un bollo tondo che poi si dimostrano deboli nel corso degli anni di indagini, ove la peggior tortura che patisco unitamente alla mia Famiglia si evidenzia proprio nel tempo che trascorre fra la ricezione di una falsa accusa e la sua soluzione nel nulla, tanti anni, troppi anni, durante i quali vi è una sospensione della mia vita sotto tutti i profili e sotto l’estorsione di un procedimento penale utile solo a chi lo ha sviluppato, a tavolino, in orari di ufficio ministeriali per ridurre ogni eventuale mia credibilità testimoniale, ripeto non come persona che ha una verità dirimente ma come soggetto proveniente dai corpi militari in cui si deve imporre il silenzio e, ove chi parla o testimonia un evento giuridico, patisce quelle conseguenze di cui la mia storia è un chiaro esempio.

Può lo Stato, finalmente dopo oltre trenta anni, offrire un esempio contrario?

Con osservanza
Fabio Piselli