le trattative dello Stato che superano le leggi, la vita degli uomini ed il valore della giustizia…

16 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
le trattative dello Stato che superano le leggi, la vita degli uomini ed il valore della giustizia…

Ogni accordo segreto politico, prevede un segreto disaccordo militare e, di questo, sono fermamente convinto.

Il nostro è sempre stato un paese scisso, soprattutto nei suoi gangli più sensibili come quelli della sicurezza e della politica estera.

Siamo uno Stato da sempre influenzato dalla politica estera senza capire che gli assetti interni erano ( e sono) strettamente collegati agli eventi internazionali, con la presunzione di credere che una scelta politica interna potesse condizionare addirittura i poli geo-strategici sovranazionali e, quando lo abbiamo fatto, le conseguenze sono state tragiche.

Uno Stato che tratta coi terroristi, coi mafiosi, con quelle cosiddette entità ostili non rappresenta il buon senso politico in tutela della sicurezza dei suoi cittadini, bensì manifesta quella debolezza che espone i suoi stessi cittadini a dei rischi maggiori.

Occorre però capire il significato e lo spessore del termine trattativa, accordo, patto segreto siglato con una firma o con una stretta di mano fra i rappresentanti di un governo pro tempore e qualche esponente di quelle entità che rappresentano il rischio di subire attentati, come la storia sembra proporci.

Un conto è il trattare coi cattivi sotto il profilo della mediazione nelle attività della sicurezza militare o delle informazioni di polizia giudiziaria, lo abbiamo sempre fatto ed è sostanzialmente il compromesso intrinseco ad ogni attività del genere in quel do ut des vigente in ogni paese democratico, in forza della conseguenziale necessità di mediare fra uno Stato sano e la criminalità organizzata o le espressioni eversive confluite nel terrorismo che lo minacciano; per questo esistono quelle leggi che offrono dei vantaggi ai pentiti di mafia o ai dissociati dal terrorismo ma sempre in funzione di un mirato obiettivo di sicurezza e di polizia giudiziaria collettivamente condiviso e condivisibile, seppur col naso tappato talvolta.

Altra cosa è siglare dei patti segreti e rispettarne i contenuti anche in danno della vita dei cittadini e contro ogni procedura di legge, tale da impedire di raggiungere quella verità che rappresenta il significato di Giustizia in una società civile, col paradosso aggiunto che poi sarà la tutela del segreto stesso a superare lo spessore dei contenuti del patto proprio per le conseguenze patite dall’averlo siglato.

La guerra interna dei segreti ha sempre caratterizzato il potere di ricatto sul quale si basa di fatto la nostra politica e le carriere militari e istituzionali di molti, segreti che nascondono quei patti siglati ora col terrorismo palestinese (lodo Moro) ora dalle espressioni terroristiche mafiose (“trattativa Stato-mafia”) e chissà quanti altri sub-patti del genere da questi derivati e derivanti.

Ci dicono che assumere una siffatta scelta rappresenta una sorta di male minore rispetto a delle più terribili conseguenze, vallo a dire alle vittime ed alle loro famiglie mi sfugge fra i denti, ma tutto questo mi insegna che il valore della vita umana e della giustizia è subordinato ad una ragione superiore ben diversa da una “ragion di Stato”.

Trattative di questo tipo sviluppano una profonda spaccatura all’interno di quei reparti dedicati alla sicurezza ed alle indagini, dai servizi segreti alle polizie giudiziarie, perchè non si seguono più le leggi e le procedure ma le correnti politiche associate al patto segreto che le vincola a dover modificare il valore della legge e delle procedure, solo naturalmente per i personaggi di interesse, mutando così il valore che ci dice che la legge è uguale per tutti i cittadini.

Uno Stato che tratta in tal senso, che si basa sul segreto, ha come primo scopo quello di coltivare i tessuti interni della sua sicurezza e della giustizia in modo compatibile con la tutela di quei segreti che non debbono essere resi noti nemmeno a “tutta” la politica, motivo per il quale taluni esponenti dei governi hanno saputo ed altri hanno cercato di sapere dai loro sottoposti che, sostanzialmente, rispondevano al grado del segreto e non al loro livello superiore.

Sin da quando ho iniziato la carriera militare negli anni ottanta e soprattutto nel corso di quegli eventi giuridici che ancora mi vincolano a delle indagini storiche purtroppo sempre attuali, ho sempre relazionato nelle informative e detto nei singoli interrogatori che il livello di persone con le quali operavo o collaboravo rispondeva a delle esigenze diverse da quelle squisitamente compatibili coi loro colori di istituto.

Un conto è comprendere che un singolo collega militare o un operatore di polizia giudiziaria potesse rappresentare una deviazione perchè corrotto o ricattabile, questo è parte del mestiere, altra cosa è comprendere che non era una singola persona ma una “nozione di sistema” tale da essere trasformati io stesso e gli altri che non abbiamo accettato alcune cose in una “smagliatura” di quella nozione e come tali interdetti con gli stessi strumenti dello Stato, i più fortunati paradossalmente perchè solo colpiti da false accuse e ordini di cattura basati su queste, gli altri meno fortunati con quelli dei “cattivi” perchè uccisi ora da qualche fucilata mafiosa ora da qualche camillus istituzionale.

Con questo odierno articolo intendo offrire un confronto tale da stimolare lo stesso quesito che più volte mi sono somministrato, ovvero “in che mani siamo?”.

Che senso ha essere vincolato a delle precise procedure di polizia giudiziaria nel corso di una investigazione o di una testimonianza quando i contenuti di quelle informazioni si scontrano col segreto di un patto fra lo Stato ed una entità illecita, mi chiedo.

Come tante altre domande mi sono posto durante il corso di alcune attività che ho partecipato sia durante la mia carriera che dopo aver dismesso l’uniforme, scontrandomi non con la controparte dei “cattivi” bensì con gli stessi uffici per i quali lavoravo o ero stato delegato.

Questi sono i motivi per cui sin dagli anni ottanta ho redatto più informative, dal semplice rapportino sul fatto a delle vere e proprie comunicazioni alle procedenti AG oltre al prendere appunti anche sotto forma di fonoregistrazioni degli incontri avuti col mio “livello superiore” e, sia ben chiaro, è stato solo al recupero di queste voci che ho potuto dimostrare come realmente accaduto ciò che mi è sempre stato attribuito come fonte di mitomania o millanteria.

Si supera perciò il valore del vero e del falso sotto il profilo giudiziario e si assume la valenza estorsiva del verosimile che proietta un operatore di fronte alla scelta se avvalersi o meno del potere di ricatto in quel momento detenuto.

La storia della mia vita dimostra che non mi sono avvalso di quel potere e che ho creduto nello Stato, ignaro dello spessore delle trattative ma conscio di una qualche deviazione in tal senso, che riconducevo più alle idee politiche di qualche mio superiore che ad una vera e propria nozione di sistema da tutelare ad ogni costo.

Tutela che fino a quando distrugge la vita e la carriera di un uomo può rappresentare un singolo evento ma, quando, questa stessa tutela avalla la morte di numerosi cittadini sotto i colpi del terrorismo e della mafia significa che il valore di un patto del genere ha lo stesso spessore degli interessi politici nazionali e sovranazionali che tentano di camuffare con la ragion di Stato.

Un militare indipendentemente dalla sua capacità di capire gli eventi oltre il suo cappello di reparto, ha giurato di offrire la sua vita in nome dello Stato, un civile cittadino che vola su un areo, attende un treno, viaggia su un traghetto, accompagna i figli gemelli in macchina e tutte le altre vittime uccise da un attentato no, non hanno compiuto nessun atto di fedeltà e non hanno nessun dovere di morire per una presunta ragion di Stato avanzata da chi per primo ha trattato con i terroristi o con quell’anti-stato oggi così definito.

Di fronte a dei patti del genere, che sembrano ormai essere supportati anche da evidenze incontrovertibili, non possiamo pretendere di utilizzare il solo strumento “Giustizia” vincolato a quelle stesse leggi ed a quelle stesse procedure il cui tasso di inquinamento da parte di uno Stato complice è elevatissimo, occorre invece affrontare una profonda riforma dei gangli delle istituzioni dopo aver condotto una messa in discussione delle caratteristiche e delle responsabilità di queste trattative.

Per quanto mi concerne il termine trattativa non assume nessun valore positivo ai miei occhi, puzza di concorso e di complicità, ora coi palestinesi che per ritorsione hanno condotto o delegato una strage nel nostro paese ora coi mafiosi che hanno massacrato giudici e poliziotti ed inermi cittadini.

Relativamente ai palestinesi, sulla cui causa posso avere mille opposizioni ed anche dei punti di condivisione, quando uccidono degli ebrei in territorio italiano come avvenuto nell’attacco alla sinagoga di Roma in cui morì un bambino di due anni e lo fanno perchè sanno di restarne impuniti in ragione del “loro Moro”, osservo che questi hanno ucciso degli italiani di religione ebraica e non degli stranieri presenti nel nostro paese sui quali il nostro Stato ha fatto finta di nulla.

Allo stesso modo se osservo i servizi israeliani uccidere un terrorista palestinese in Italia, sempre a causa del “quieta non movere” assunto dal governo, prendo atto di vivere in un paese di guardoni della morte altrui, complici passivi di eventi dai quali vogliamo restar fuori senza capire di esserne parte integrante.

La rivoluzione che potremmo fare oggi la dobbiamo combattere contro le nostre coscienze di cittadini e non contro un presunto potere tirannico, perchè è sulla nostra debole consapevolezza che si nascondono i tiranni e chi ci offre un potere che tutto controlla come alibi delle proprie azioni.

In buona sostanza, non dovremmo commettere lo stesso errore, quello di trattare con la paura e coi vantaggi da essa derivanti, perchè la paura è un sensore delle nostre azioni e non una guida.

Quando ero in servizio ho compreso che il valore di un singolo soldato, poliziotto, carabiniere o agente segreto spesso è il miglior alibi per la labile alleanza dei suoi superiori verso un alleato straniero, perchè questi svolge il proprio mestiere credendo in quei valori invece cancellati dalle trattative, ignaro della loro esistenza, col rischio di finire ucciso in azione o in modo misterioso per questo.

Allo stesso modo i cittadini italiani che vivono in una realtà di apparente democrazia, vincolata purtroppo alla tirannia dei ricatti, che rischiano di saltare in aria nello svolgere una normale azione quotidiana.

Però la politica persiste nell’imporci quelle regole di legge e di giustizia che loro stessi hanno infangato, e, questo deve cambiare se vogliamo essere un paese credibile ed offrire ai nostri figli un futuro non vincolato alla paura delle azioni altrui ma alla responsabilità delle proprie scelte…

F.P.