le stragi che parlano…

18 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
le stragi che parlano…

Siamo cittadini consapevoli della realtà che circonda, oppure siamo stati trasformati solo in dei tifosi di una tesi contrapposta ad un’altra, mi chiedo.

Nel 2019 siamo costretti ad affrontare ancora quegli eventi stragisti accaduti sin dalla fine degli anni sessanta, sui quali le varie e progressive risultanze giudiziarie hanno solo prodotto dei verdetti altalenanti e spesso contraddittori fra loro.

Sono stati tanti i botti che hanno indotto la politica a mediare con chi li organizzava e la collettività ad accettare passivamente le scelte politiche provenienti da quelle mediazioni, o trattative che fossero, rese ignote alla cittadinanza, primo obiettivo di un terrorismo generalizzato.

La politica italiana si è evoluta ed ha mutato i propri assetti in forza dell’onda d’urto di ogni singola strage, strumenti di morte resi linguaggio comunicativo con una politica essa stessa conflittuale, che crea solo tifosi e non consapevolezza sociale, ovvero il giusto confronto dei programmi da valutare apprezzare, accettare o meno col proprio voto.

Ogni singola strage ha visto come primo atto di indagine il depistaggio posto in essere da quelli che comunemente sono descritti come servizi deviati, indirizzando quindi la magistratura procedente verso false piste da informative induttive a identificare ora nella sinistra ora nella destra la matrice di un atto di morte, oltre ai sempre validi palestinesi oppure ricorrendo alla mitizzazione di uno “sciacallo” ad uso e consumo del mercato del terrore.

Sciacallo (Ilich Ramirez Sanchez) che solo il mito giornalistico ha reso tale, quando non era altro che un frustrato figlioccio di buona famiglia col padre che ha proiettato in lui le proprie velleità rivoluzionarie, tanto che il figlio ne ha compensato le lacune identificative assumendo egli stesso il ruolo di combattente della causa degli oppressi, prima nei campi palestinesi in Giordania poi come una sorta di agenzia del botto per conto terzi, fino a quando non se lo sono venduto in sede di migliore trattativa.

Lo sciacallo è stato utile sia come cassa di risonanza di una causa, atteso che dopo l’azione all’OPEC nel 1975 ha raggiunto il suo apice, sia come capro espiatorio di altri botti invece posti in essere dai servizi occidentali in termini di destabilizzazione e di stabilizzazione.

Dobbiamo fare attenzioni ai miti del male che ci propongono come i protagonisti di scelte ideologiche o addirittura rivoluzionarie, dovremmo prima studiarne gli agiti in modo progressivo e complementare alle loro esperienze personali, emotive, relazionali e sociali.

Noi, collettività attiva e consapevole, dovremmo ascoltare direttamente la voce delle stragi, le grida delle vittime, i silenzi dei cadaveri per iniziare a riconoscere il giusto metodo per capire gli eventi e non solo per sentire quel che di un evento stragista la politica ci induce a credere, indirizzandoci verso la tifoseria di un polo politico dandoci in pasto ora i rossi ora i neri come se fossimo in attesa di un linciaggio, ove i servizi di intelligence rispondono alla politica e non sono una autorità di polizia giudiziaria ma hanno sempre suggerito alle varie procure il primo passo da seguire, quasi sempre depistante.

I media sono oggi un luogo in cui i bravi giornalisti hanno assunto come missione quella di informarci in maniera reale rispetto ai condizionamenti che ricevono dai propri editori, dai referenti politici e dagli stessi servizi di intelligence che, da sempre, hanno coltivato i propri giornalisti di influenza.

Capire una strage è importante per comprenderne i vantaggi oltre alla matrice ed alla identità degli autori, quasi sempre meri attori di una regia che ancora oggi ci è resa occulta, oppure abbagliante nella sua policromia politica che obbliga a chiudere gli occhi, rendendoci comunque una collettività ipovedente che ha perduto il diritto di vedere ed osservare acutizzando invece il gridare, che rende tutti sordi.

Siamo diventati dei tifosi nello stadio della morte altrui, parte di una arena estesa oltre i confini nazionali che vedono oggi una forma di terrorismo globalizzato in una minaccia apparentemente ben riconoscibile, rispetto al passato nel quale riconoscere il supporto di un leader politico sponsor di qualche fazione terroristica.

Analizzando le attuali conoscenze riconducibili ai patti contratti dal nostro Stato coi terroristi palestinesi non possiamo che riconoscerci complici delle loro azioni, non simpatizzanti di una causa ma veri e propri concorrenti nelle stragi che questi hanno posto in essere in nome della loro causa, condivisibile o meno in base alle singole idee politiche sulla storica lotta in Medio Oriente.

Uno Stato che scende a mediazione non tutela i propri cittadini contro un attacco terroristico, li espone solo ad una ritorsione mortale quando questi patti sembrano venir meno e, soprattutto, indirizza le azioni dei terroristi verso altri obiettivi che cadono anche in nome della nostra presunta tutela che, in realtà, tutela solo le azioni dei terroristi stessi perchè lasciati impunemente agire nel nostro territorio.

Ci ritroviamo ancora nel 2019 a dover rileggere un percorso evolutivo di un paese caratterizzato dai botti sin dalla fine del conflitto mondiale, mai cresciuto quindi se non con un trauma in prestito causato dal terrore che ne ha influenzato la maturità.

Siamo una collettività resa immatura a tal punto da saper solo tifare una tesi oppure la tesi contrapposta, senza mai assumere il giusto equilibrio utile per dar spazio a quelle analisi della ragione scevra dalle ideologie.

Il tifo produce solo la denigrazione e la delegittimazione dell’avversario e, per questo, siamo solo capaci di costruire quel muro convinti di lasciar fuori la parte avversaria senza comprendere che un muro contiene sempre due libertà.

Le stragi ci parlano e ci invitano a valutare, oggi, quel patto assunto da uno Stato debole, rinnovato poi con altre entità più riferibili a quella criminalità organizzata che ha trovato nelle istituzioni del potere il ponte necessario per farsi Stato.

Esiste una politica della collettività oppure siamo ormai giunti al dover solo accettare il male minore come programma di una politica inquinata dalle tante trattative di ogni ordine e grado, da quelle internazionali fino al sindaco di qualche paesino a rischio mafia?.

Noi, collettività attiva nel tentare di restare intelligente, dovremmo chiederci soprattutto se il fatto di ritrovarci a dover scegliere una gestione del paese con quel che passa il convento rispetto ai peggiori, non stiamo in realtà trattando con le nostre coscienze sociali esattamente come se dovessimo fare un altro patto nella speranza di non avere guai maggiori, potremmo chiederci quando assistiamo all’offerta di un pacchetto politico completo come se fosse il nuovo che avanza.

Credo che il vero ed effettivo nuovo che avanza possa essere rappresentato da una completa riforma della mentalità del potere, ad iniziare dall’interrompere la fila della questua che noi collettività persistiamo a manifestare verso ogni polo di un potere dal quale speriamo di trarre dei vantaggi.

La cultura della libertà è ciò che ci manca, dobbiamo studiare per imparare ad essere liberi, non rifugiarsi nell’ignoranza del non sapere per simulare di sapere tutto quello che ignoriamo…

F.P.