le menzogne di Stato sono una finestra affacciata sul futuro della verità…

28 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
le menzogne di Stato sono una finestra affacciata sul futuro della verità…

La delegittimazione di una persona è una risorsa per ridurne il grido di denuncia e la sua attendibilità testimoniale che, nel nostro strano paese, si concretizza tramite la denigrazione morale, professionale, sociale e giudiziaria indipendentemente dalla formazione culturale, dal un ruolo pubblico ricoperto, dallo stile di vita di chi per varie ragioni punta il dito verso una menzogna generata o rinforzata all’interno di una amministrazione di polizia e di sicurezza dello Stato.

La divulgazione delle informazioni sulla sua “condotta morale” o sulla sua “personalità” saranno la prima arma di difesa per disegnarne un profilo ambiguo e indirizzato ad indurre una interpretazione della sua vita in modo dubitativo, enfatizzando gli aspetti della presunta “sessualità trasgressiva o omosessualità” e della suggerita “malattia mentale” per introdursi nella capacità di sviluppare un pregiudizio nella psicologia collettiva.

Profilo così descritto in qualche foglio di polizia o di intelligence, reso pubblico tramite gli atti a cui ha avuto accesso la stampa o in modo più subdolo tramite l’illecita fuoriuscita di notizie riservate, prive di un riscontro probatorio e tecnico specialmente laddove si pone in discussione l’equilibrio psicologico proprio tramite il descrivere il soggetto come un “malato mentale”.

Il nostro è infatti quel paese in cui la ricerca della verità su una strage o sull’omicidio di un figlio, di un fratello, di un genitore, costringe i superstiti ad investire una intera vita nella lotta contro una enorme mole di fango che, con i decenni che trascorreranno, diventerà duro come il cemento tale da rappresentare un muro in cui sbattere la testa ogni giorno, proprio come i matti negli antichi manicomi.

Parlo di meccanismi che ho patito personalmente nel corso di questi “ultimi” trenta anni, laddove da una sede istituzionale di polizia sono state divulgate delle notizie che mi descrivevano ora come un “omosessuale” ora come un “malato mentale”.

Descrizioni contro le quali il solo parlare coi fatti della propria vita a poco serve, come a poco serve l’essere marito e padre ed a poco serve il dire che lo stile di vita di una persona è un “affare proprio” come tale dovrebbe essere un indirizzo sessuale o politico o religioso. Questo perchè alla fine dei conti il buttare tutto in pasto al pregiudizio sociale paga e paga sempre perchè raggiunge il valore di condanna sociale, che non prevede altro che un processo sommario alimentato anche da quelle voci “qualificate”.

Ricordo l’espressione contrariata dell’operatore di polizia che tentò di influenzare Sara, senza sapere che sarebbe diventata mia moglie e credendola solo una collaboratrice come pedagogista forense, nel dirle che ero considerato tale (un pazzo) al quale Sara rispose con una semplice domanda, chiedendogli le ragioni per le quali un “noto malato mentale” svolgeva delle consulenze ausiliarie per conto della Polizia Giudiziaria e delle consulenze tecniche di parte nei processi penali sulla base di un rapporto fiduciario, rodato in molti anni, senza trovare risposta ma solo il rifiuto di qualificarsi anche col tesserino e non solo a voce rispetto alla sua sedicente appartenente ad un ufficio di polizia.

Prima di Sara accadde anche ad una psicologa forense con cui avevo collaborato, la quale in una intercettazione telefonica acquisita, racconta di aver ricevuto una visita dello stesso tenore, di essersi spaventata e di aver saputo poi chi fosse la fonte di tanto interesse nel delegittimarmi, descrivendola come un operatore di Stato, alla quale ho chiesto di renderne edotta la procura procedente soprattutto quando questa dopo aver raggiunto un livello professionale molto elevato nel campo della criminologia e, a distanza di anni, ha voluto farmi sapere i dettagli di quegli eventi che causarono in quel momento una seria difficoltà che ebbi a patire, indicandola in un operatore di polizia, vicino ai servizi e massone.

Vero o non vero, ho a suo tempo inoltrato il tutto alla competente AG che accertò i contenuti delle telefonate registrate e dei colloqui avuti e ne dimostrò la bontà ma il loro consulente commise l’errore di trascrivere il cognome anagrafico della psicologa forense, sbagliando qualche vocale, la cui identificazione fu particolarmente difficile per molto tempo, quando sarebbe bastato rileggere gli atti o riascoltare i progressivi delle telefonate ma di errori di questo tipo sono pregne molte delle carte che mi riguardano.

Prima ancora inoltre altre persone avevano ricevuto visite ed informazioni di questo tipo e tutte hanno indicato, non senza fatica, la loro “fonte certa” in dei presunti appartenenti ad una amministrazione di polizia e di sicurezza.

Abbiamo poi scoperto nel corso di una annosa lotta che questi ignoti erano effettivamente in forza ad un ufficio di polizia, usavano fare delle visite domiciliari a terze persone per indurre a credere un profilo del genere e solo dopo molti anni di denunce documentante con delle fonoregistrazioni e testimonianze oltre a documenti interni alle FF.PP. siamo riusciti, purtroppo in un solo caso, a giungere alla condanna definitiva di un operatore di polizia ma questi era il classico vuoto a perdere rispetto al sistema più ampio, il quale si fece prendere con le mani nella marmellata.

Questo ha rappresentato almeno un precedente di verità utile a dimostrare che non vedevamo dei fantasmi a causa di una “sindrome persecutoria” ma, quello che poteva sembrare impossibile, era invece radicato nella realtà dei fatti di ciò che denunciavo da molti anni.

Osservando ed analizzando i tanti altri casi accaduti nel nostro paese con caratteristiche simili, è apparso subito evidente in ogni singolo evento il tentativo di delegittimare il soggetto “dito-puntante” proprio tramite la denigrazione della sua persona e “personalità” attraverso voci e carte che sono considerate qualificate perchè provenienti da quegli uffici ai quali tutti noi doniamo il valore di credibilità, come la polizia e i carabinieri per esempio.

Ho così iniziato a pretendere di ottenere i requisiti per i quali la descrizione della “personalità” fatta da un operatore di polizia o di intelligence, sembrava assumere il valore di una “psico-diagnosi” nel solo renderla pubblica, inoltrarla ad una procura come rapporto giudiziario o veicolarla socialmente in modo illecito ma funzionale ai desiderata di chi abusa del proprio ufficio per tutelare degli interessi diversi da quelli di istituto.

Sia ben chiaro che rientra nelle competenze di un operatore in tal senso anche il descrivere una sorta di interpretazione personale sulla condotta di vita di un soggetto che, per varie ragioni di giustizia, è in quel momento attenzionato perchè sottoposto al vaglio dell’attendibilità testimoniale oppure indagato o parte offesa di un reato.

Vi è però una enorme differenza fra il commento personale di un compilatore un rapporto informativo e una “psico-diagnosi” allo stesso modo vi è differenza fra l’interpretazione di una condotta di vita, ed una sentenza definitiva.

Ma, quando certe notizie giungono nella gestione di una collettività priva dei requisiti per conoscerle o per comprenderne le dinamiche, le uniche informazioni che rappresentano una vera e propria induzione al pregiudizio sono quelle relative ad una presunta “sessualità trasgressiva o omosessualità” ad una presunta “malattia mentale” o alla classica conclusione del sunto “ha problemi con la giustizia” con tutte le conseguenze negative del caso.

Ho conosciuto ex colleghi uccisi o coinvolti in fatti di giustizia diventare immediatamente dei “froci” invece che qualificatissimi operatori oppure dei “malati mentali” rispetto alla loro formazione professionale e culturale e ad una evoluzione priva di segnali in tal senso.

Chiunque si trova coinvolto in fatti di questo tipo comprende di essere affacciato ad una enorme finestra, dalla quale osserva una verità che non riesce a raggiungere, costretto nel frattempo a pulire costantemente i vetri dagli schizzi di fango che ne offuscano la visibilità.

E’ una posizione frustrante a cui occorre imparare ad essere tolleranti, specialmente ove nel nostro strano paese trascorrono i decenni prima di riuscire a dimostrare vero quello che è sempre stato coperto dal fango, fango che nel corso di quegli anni ha comunque sporcato la vita delle persone.

Quanto sopra offre un confronto sulle intime ragioni per le quali chi patisce questo tipo di eventi lotta per la verità, non come strumento di risarcimento di un danno patito quanto risorsa emotiva e psicologica per offrire alla sofferenza vissuta una ragione di elaborazione e di futuro per chi nel frattempo ne diventa parte, come la Famiglia o i figli.

Purtroppo il pregiudizio sociale è una debolezza radicata nella nostra cultura, ancora vulnerabile ai condizionamenti ed alle influenze induttive provenienti da “fonte certa”.

Lottare per dimostrare una verità non dovrebbe diventare uno “stile di vita” oppure incidere sulla “personalità” di un soggetto a tal punto da condizionarne il benessere emotivo e talvolta psicologico ma, soprattutto, non dovrebbe trasformarsi nella ragione per cui proprio il benessere emotivo e psicologico è venuto meno.

Per fare un esempio pratico, se metti un militare di carriera in prigione e lo riempi di fango con false accuse, quando questi esce e si attiva per indagare al fine di dimostrare la sua innocenza, è facile scrivere che “soffre della sindrome dell’investigatore privato” come ho letto in un rapporto di polizia.

Come direbbe la classica casalinga di Voghera, prova a farti arrestare da innocente, a subire una prigionia terribile per mesi, a vedere tutta la tua vita cadere in pezzi, a sentirti la causa della sofferenza dei tuoi familiari e ad osservare la tua reputazione in generale essere infangata dalla natura delle false accuse, poi vedi come inizi ad indagare per dimostrare la tua innocenza, fosse solo per piangere la verità sulla tomba di tuo Padre.

Un cittadino, per mille diverse ragioni, può mentire di fronte alla legge e se ne assume le responsabilità conseguenti, un operatore dello Stato no e, per questo, la banalità del male, la si trova anche in quegli uffici che dal male dovrebbero proteggerti…

F.P.