la Somalia di Ilaria Alpi nei documenti governativi americani…

13 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
la Somalia di Ilaria Alpi nei documenti governativi americani…

La morte di Ilaria Alpi di Miram Hrovatin è stato un evento rimasto nella memoria collettiva, sia per l’assoluta mancanza di verità che per la tutela di quei segreti che presumibilmente nascondono le vere cause di una esecuzione e, non certo, di una sparatoria a brandeggio di una delle tante bande di banditi somali presenti a Mogadiscio nei primi anni novanta.

L’esecuzione è avvenuta in una zona di Mogadiscio nord controllata dalla fazione di Alhi Mahdi, ceppo clanico degli Abgal diventata nemica di Aidid, ceppo clanico degli Habarghidir, che controllava Mogadiscio sud ma questo non significa che vi erano delle precise limitazioni di spostamento fra un settore o l’altro, per quanto sin dal settembre 1991 si facessero la guerra fra loro per non essere riusciti a formare un governo dopo aver insieme cacciato Siad Barre nel gennaio dello stesso anno.

Non era come è stato in altre guerre, ovvero una sorta di fisica linea verde oltre la quale si cadeva abbattuti sotto i colpi dei cecchini appena superata, in realtà a Mogadiscio vi erano intese interclaniche sia per gli spostamenti che per la fornitura di scorte agli occidentali ed ai giornalisti stessi. Scorte che rappresentavano una sorta di accredito clanico per oltrepassare un settore rispetto ad un altro, ora nord ora sud con persone di Aidid e di Ali Mahdi, oltre alle scorte considerate neutrali, questo per iniziare a comprendere le difficoltà di interpretare la Somalia ed i somali dal nostro mero punto di vista “razionale” occidentale.

Difficoltà che, per gli americani, è stata inizialmente quella di comprendere che i somali parlano e non scrivono, ovvero si raccontano gli eventi oralmente e per tradizione generazionale, specialmente in un periodo nel quale l’alfabetizzazione era assolutamente limitata, motivo per cui gli stessi americani hanno imparato a prendere appunti da quanto era loro verbalmente descritto di fatti e situazioni di loro interesse in Somalia che, negli anni fra la caduta di Barre ed i cosiddetti signori della guerra, tale interesse era rappresentato dalla opportunità di trovare il petrolio nel nord est del paese ove si approntavano delle trivellazioni in tal senso con una società americana che aveva nella propria sicurezza interna dei somali qualificati che gli consentivano di interfacciarsi con gli uomini di Barre e successivamente con quelli di Aidid e di Ali Mahdi, in particolare coi rappresentati dei loro servizi segreti, ora clanizzati, ma tutti convergenti nella precedente esperienza in seno alla sicurezza ai tempi di Barre.

Fino al 1977 il regime di Barre era storicamente alleato ai russi e da questi otteneva il sostegno militare, che si ruppe quando decise di attaccare l’Ogaden di influenza dell’Etiopia comunista, dopo quella guerra alcuni ufficiali tentarono da allora di rovesciare il regime che, staccatosi dai russi stava trovando nuove alleanze occidentali che si ridussero dopo gli eventi accaduti dal 1986 fino al gennaio del 1991, massacri e uccisioni sommarie, quando Siad Barre fu costretto a raggiungere il Kenia per tentare di chiedere asilo politico all’Italia ma, sulla Somalia di Siad Barre e sul rapporto con il nostro paese tornerò con un futuro e più dettagliato articolo.

Gli appunti presi dagli americani, provenienti dalle loro fonti somale, specialmente inserite nella sicurezza della compagnia petrolifera organizzata prima a Mogadiscio poi a Garoe, erano analizzati e trasmessi dalla ambasciata americana al dipartimento di Stato, sia sotto il profilo squisitamente legato alla sicurezza del paese che alle attività petrolifere in essere, motivo per cui vi è stato un forte supporto fra le agenzie governative americane e la società petrolifera, da quello logistico, alla sicurezza, fino all’uso di corrieri affidabili quando occorreva andare in Kenia perchè temporaneamente distaccati per ridurre il rischio di finire sotto i colpi delle varie fazioni somale o dei tanti banditi che attaccavano ogni potenziale fonte di denaro.

Questo prima e durante l’intervento militare americano in Somalia, ovvero in diretta nelle fasi di transizione fra il regime ed i signori della guerra, tramite un occhio attento come quello americano che ci offre, nei limiti, una ridotta ambiguità rispetto alle attività condotte e gestite dagli italiani, prima dai socialisti di Craxi con qualche influenza della DC di Andreotti poi dopo tangentopoli con il raschia-raschia adottato dai vari faccendieri che si sono appropriati di ciò che prima era oggetto di “cooperazione” ivi compresa la flotta della Shifco su cui scriverò ancora.

Gli americani erano quindi in condizioni sia militari che diplomatiche di osservare e rapportare gli eventi somali in Mogadiscio e nel nord est del paese, anche con l’aiuto del figlio di Aidid che dal 1987 era espatriato negli USA ove dopo gli studi si era arruolato nei Marines ed era ora parte della missione americana in Somalia, nel paradosso che uno degli obiettivi militari erano proprio il padre ed il suo alleato Osman Ali Atto.

Luoghi e persone contro cui Ilaria Alpi aveva puntato le proprie ricerche rispetto a quello che gli stessi somali hanno sempre raccontato, rifiuti gettati in mare da navi “europee” mentre per quanto riguarda le armi queste provenivano prima dall’Italia regolarmente in favore di Barre anche quando era sostenuto dai russi ed aveva i mercenari cubani in casa, poi dai mercati dell’est europa dopo la caduta sia del Muro di Berlino che dello stesso Barre ed acquistate dalle varie fazioni in lotta fra loro, anche mediate dai faccendieri italiani in concorso con un intervento governativo su cui non sono state mai fatte delle approfondire indagini.

Influenze italiane ora utili per sostenere Siad Barre e per tentare di riportarlo al potere poco prima della sua fuga, ora indirizzate a sostenere Aidid o Ali Mahdi all’interno della enorme confusione somala dopo la caduta del regime; basta ricordare un esempio nel quale il Generale Loi si presentò su input americano da Aidid in cerca di armi con i nostri parà accompagnati dagli uomini di Ali Mahdi, nemico di Aidid, il quale poco prima aveva inviato un proprio emissario dagli stessi italiani per gestire la richiesta americana della quale era stato informato dalle meravigliose voci somale.

Generale Loi, che ha dovuto trovare un metodo di mediazione tale da ridurre prima di tutto le ritorsioni contro gli stessi italiani, soprattutto da parte di Aidid e ridurre l’esposizione contro gli omicidi mirati in danno degli italiani per essere attribuiti allo stesso Aidid ma commessi da Ali Mahdi, e viceversa.

Lo ha fatto con intelligenza e con una intelligence nostrana ambivalente, tanto che si affidava alle aliquote militari del contingente, soprattutto del “nono” per avere il sensore diretto in teatro rispetto che le informazioni provenienti dal Sismi, i cui uomini erano espressione della stessa confusione politica che viveva l’Italia dopo la “caduta” di Craxi e nel momento in cui Andreotti aveva reso pubblico Gladio, ove alcune procure stavano iniziando a mettere il naso proprio sui fatti somali, dalla cooperazione al traffico di armi tanto che gli stessi operatori in Somalia si facevano la guerra fra loro, la stessa guerra intestina che ha ucciso Vincenzo Li Causi che, con Ilaria Alpi, ha strutturato una presunta collaborazione, forse manipolandone gli interessi oppure cercando di aiutarla per scoprire (lei) quello che non poteva far sapere direttamente (lui).

Il Generale Loi aveva nel suo sottufficiale di scorta, fidato, il M.llo Mandolini, un Anello di collegamento con quel settore più clandestino presente in Somalia anche parte del dispositivo del contingente ma autorizzato ad operare anche oltre le aree di competenza del contingente stesso secondo il mandato ONU che ne regolava l’ingaggio.

Per questo motivo occorre approfondire gli eventi partecipati al M.llo Mandolini proprio nel teatro somalo, in cui si sono intersecati gli eventi squisitamente locali con quelli italiani, costringendolo ad essere ora il capo scorta del comando missione come incursore, ora l’operatore di strutture riservate sulle quali occorre fare piena chiarezza, specialmente dopo la morte di Li Causi.

Marco Mandolini è stato ucciso anche lui, nel 1995, la cui morte è a mio avviso un importante segnale che riconduce al fil rouge somalo legato alle armi ed ai rifiuti e che passa e trapassa le strutture clandestine del periodo 1987-1994.

In questi giochi di potere generali e specifici, fra quelli tutti italiani, quelli internazionali e le fragili alleanze somale contrapposte alla feroce guerriglia, sono state mietute le vittime civili e militari a Mogadiscio ed altrove come strumenti di influenza o di ritorsione verso e contro tutte le parti in teatro ovvero come eliminazione di un testimone tramite gli strumenti di ambiente, i somali.

Aidid, grazie ad Atto, era andato a recuperare gli specialisti militari del vecchio regime che stavano in Kenia, bravissimi cecchini, impiegati nel tiro mirato contro gli americani e presumibilmente anche contro i nostri soldati riferendomi all’omicidio dei due parà uccisi al porto vecchio, su cui scriverò in futuro, che non ho mai considerato opera di un presunto fuoco amico.

Occorre considerare la Somalia di quel periodo come un enorme puzzle che non è mai stato sezionato con una logica progressione per essere poi ricomposto e, per questo, mai si potrà ricomporre se non tramite l’incastrare un pezzo con l’altro grazie ai cosiddetti uomini di collegamento, come lo era Giancarlo Marocchino per esempio e non solo lui.

Se gli americani avevano modo di osservare uno specchio di eventi mirati alla tutela dei loro interessi, noi italiani eravamo in piena crisi politica sia in Patria che in teatro, laddove i generali in comando erano una espressione politica nazionale ed internazionale e non solo uno strumento militare.

Infatti per quanto concerne noi italiani manca tutto in questa storia e, come spesso dico, sono proprio i vuoti ad indirizzarci verso la comprensione dei motivi dell’assenza di informazioni, documenti e testimonianze utili anche sotto il profilo giudiziario e non solo per tentare di ricostruire una verità storica.

Paradossalmente manca tutto quello che qualsiasi somalo che ha vissuto in Italia durante gli anni di Siad Barre poteva dirci sulla cultura somala, sulle relazioni claniche, sulla spartizione del potere sotto Barre e su quanto è invece accaduto dopo la sua fuga nel gennaio del 1991.

Ci siamo concentrati sulle ragioni per le quali Ilaria Alpi raggiunse la Somalia nel momento in cui si sapeva che i contingenti la stavano abbandonando, ipotizzando una sua indagine giornalistica sul traffico di armi e di rifiuti tossici che l’aveva spinta fino al nord, a Bosaso e non solo. Area territoriale apparentemente fuori dalle competenze della missione militare italiana nei limiti del mandato ONU ma, presumibilmente, oggetto di attività militari diverse da quelle del contingente di pace per capirci ma condotte da aliquote degli stessi reparti o servizi di intelligence che, proprio a Bosaso, avevano dei collaboratori inseriti nel contenitore della Gladio da cui sono fuoriuscite talune attività ancora oggi oggetto di indagini.

Le varie indagini giudiziarie prima e delle commissioni parlamentari poi, hanno sostanzialmente fatto emergere un incredibile numero di memorie perdute e di fin troppi ricordi recuperati, tanto che dai non ricordo del Sismi si è giunti alla precisa identificazione del presunto autore della morte di Ilaria e Miran, ora scarcerato perchè innocente, da parte di un diplomatico italiano già noto ai tempi del ” dossier Impedian” come soggetto sul quale esperire dei controlli rispetto alla sua affidabilità, il cui nome unitamente a quello di un ambasciatore vicino al Presidente della Repubblica di allora venne depennato, o sbianchettato, da una lista di elementi vicini al vecchio KGB sui quali il MAE avrebbe dovuto analizzarne le eventuali deviazioni dopo aver ricevuto la lista da parte del Sismi.

Giochi di potere tutti italiani si sono inseriti in quel periodo di feroce transizione dalla vecchia politica alla nuova era caratterizzata da un Bettino Craxi sommerso dalle monetine mentre usciva da un hotel Raphael, nel quale, era ospitato anche qualche somalo in cerca di asilo politico.

Mentre gli americani hanno sottovalutato i somali, noi italiani ne abbiamo sempre apprezzato la fine intelligenza e l’adattabilità di una classe politica che si è formata in gran parte nelle nostre scuole militari ed università. Per questo ho sempre ritenuto importante rivolgermi ai somali presenti in Italia per capire gli eventi laggiù in Somalia, capaci di sapere in diretta i fatti sia perchè raccontati dai loro referenti familiari e clanici sia per i collegamenti con Londra in cui vi era una sorta di network informativo organizzato.

Gli americani hanno però preso tanti appunti, tutti trasmessi dalle varie agenzie governative presenti in Somalia e fra queste ve ne una di assoluta capacita di analisi e di trasmissione come la DIA (Defense Intelligence Agency) che presumibilmente ha trasmesso a Washington delle note sui fatti collegabili alla esecuzione di Ilaria Alpi e di Miram Hrovatin, perchè avvenuta in un contesto di traffico di armi nel quale anche gli americani avevano un cruscotto completo di osservazione.

Se, da noi, tutte le informazioni del caso sono state dimenticate oppure occultate, quelle americane potrebbero invece essere sempre recuperate nei modi e nei tempi previsti dalle loro procedure ma sono certo, sicuro, che prima o poi qualche cable uscirà fuori.

C’è in fil rouge che individua nella Somalia il denominatore comune e conseguenziale di altri eventi tragici che il caso di Ilaria Alpi rappresenta nel suo impatto emotivo e sociale, difficile da ripercorrere nella sua esatta evoluzione, col rischio di trovarne qualche collegamento qua e là e confondere l’esatta progressione dei fatti specialmente ove in Italia tutti sembrano colpiti da quelle tipiche temporanee amnesie che giustificato i tanti “non ricordo” di fronte alle varie autorità giudiziarie e politiche.

Nelle mie personali ricerche indirizzo l’attenzione verso ogni potenziale fonte americana che possa offrirmi uno stimolo di approfondimento, perchè sul traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia si basano quelle inchieste che ancora vincolato tutti coloro che, a vario titolo, ci sono finiti dentro.

Quando sento dire che Ilaria Alpi e Miram Hrovatin ed altri come loro sono morti per una “ragion di Stato” rifletto sul fatto che, se, per i militari la ragion di Stato può essere un buon motivo per morire, non può esserlo per dei civili che non hanno espresso un giuramento di fedeltà in tal senso.

Ho riflettuto a lungo, per anni, sui vari aspetti della ragion di Stato anche di fronte alle varie meno nobili manovre di influenza per sostenere o far cadere un regime terzomondista, coi metodi che la storia ci insegna, diverso è invece lo smaltimento di rifiuti tossico nocivi in danno di chi può solo ricordarci la sofferenza patita fino alla morte causata dai veleni che gli abbiamo imposto.

I somali, ancora oggi, questi fatti e le loro sofferenze in tal senso li raccontano a voce, se li tramandano oralmente di generazione in generazione e forse sarebbe tempo di ascoltarli, come hanno fatto gli americani…

F.P.