la scelta di posare lo zaino e di riprendere la penna…

14 Gennaio 2019 Off Di Fabio Piselli
la scelta di posare lo zaino e di riprendere la penna…

Abbiamo appena aperto la porta di questa nuova casa, una buona opportunità trovata in una remota borgata della provincia di Imperia con poche anime e tanta natura intorno, come piace a noi, scoprendo immediatamente che occorre fare un sacco di lavori di ristrutturazione per cui ci vorrà ancora del tempo prima di dire che siamo a casa dopo tanto viaggiare.

Il 2010 è stato l’anno in cui con Sara decidemmo di “mollare tutto” ed iniziare quello che avrebbe dovuto essere solo un viaggio per la stagione estiva in Corsica e Sardegna ma si è invece trasformato in un continuo muoverci in Italia e all’estero fino al dicembre del 2018.

Nella primavera del 2010 comprammo un vecchio furgone che trasformai in camper e quel viaggio ha avuto almeno tre soste obbligate per la nascita dei nostri figli, avvenuta in tre località diverse in cui abbiamo vissuto nelle varie abitazioni temporanee per dare la vita a Matilde, a Fabio Massimo ed alla più piccola Edda che hanno percorso molta strada, frequentato scuole diverse ed incontrato gente di ogni razza e colore in questi otto anni, durante i quali i motivi per cui “mollammo tutto” ci hanno seguito a tal punto che si sono ora trasformati in una delle ragioni per decidere di fermarci e radicarci sul territorio a lungo termine.

Riprendere la gestione di una vita “normale” presenta le sue difficoltà sin dalla organizzazione della giornata, ora strutturata in orari ed impegni ordinari, dallo scuolabus dei figli al resto delle prassi quotidiane con la differenza che vivere in questa borgata offre quel senso di spazio senza tempo che ogni piccolo paesino del’600 consente di respirare, residui storici di una storia che in questo territorio ha il sapore delle vigne e degli uliveti con uno sguardo verso il mare e la montagna.

Era il novembre del 2007 quando iniziai a scrivere il Blog di Fabio Piselli dopo che il mio nome era citato nei giornali e nei telegiornali, motivo per cui scelsi di non essere solo un oggetto di notizia ma di essere anche un soggetto in grado di erogare un confronto diretto, concentrandomi più sugli aspetti emotivi e psicologici di quanto stava accadendo nella mia vita rispetto che sui fatti esclusivamente legati alle inchieste sul traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia ed alla tragedia del traghetto Moby Prince.

Il Blog nel corso di qualche anno ha trovato la positiva accoglienza dei lettori che ne hanno apprezzato gli oltre duemila articoli, per poi interromperne la pubblicazione per non diventare paradossalmente un oggetto del mio stesso Blog, cosciente come sono di essere solo uno scrivente delle proprie singole esperienze offerte al confronto collettivo e non una sorta di giornalista di inchiesta.

Sono così trascorsi quasi dieci anni, la mia Famiglia è cresciuta con la nascita dei figli ed ho superato i 50 anni anagrafici quindi occorrerà rivedere uno degli articoli di stampa di quel periodo che mi descriveva come un quarantenne atletico, da cambiare oggi in cinquantenne che cerca di restare in forma.

Molto è cambiato nella mia esistenza ma molto meno nelle inchieste in cui sono stato a vario titolo coinvolto, le quali pur passando fra nebulose archiviazioni e commissioni parlamentari sono ancora oggetto di analisi da parte di quelle Autorità Giudiziarie e politiche desiderose di raggiungere una auspicata verità giudiziaria, che sia compatibile finalmente con quella storica.

Poche settimane fa sono stato invitato a fare due chiacchere di fronte al registratore di un noto giornalista di inchiesta su quei fatti che potremmo definire storici perchè accaduti fra la seconda metà degli anni ottanta e quella degli anni novanta, col quale abbiamo convenuto che fino a quando non si porrà la parola fine nessuno potrà riuscire ad elaborarne i traumi e le complicanze, non i parenti superstiti delle vittime, non i testimoni e nemmeno la collettività che rimane in attesa di un giudizio finale come spettatori di una partita fra buoni e cattivi ma, con l’arbitro, presumibilmente cornuto.

Inizia ora una nuova fase della mia vita, quella che si rivolge verso il prossimo decennio in cui mi auguro non solo di testimoniare l’evoluzione dei miei figli ma anche di essere il testimone della parola fine su quelle annose inchieste nelle quali la legge sembra essere subordinata ai grandi interessi politici economici e militari, tali da rispettare formalmente la uguaglianza della legge di fronte a tutti ma allo stesso tempo capaci di condizionare le indagini in modo tale da non giungere mai ad un dibattimento in nome del popolo italiano restando, di fatto, carte assemblate ed interpretate dai soli interesse di parte che descrivono anche il mio personale coinvolgimento nelle varie inchieste senza aver mai avuto quella giusta opportunità di un contraddittorio dentro un tribunale in cui mai siamo riusciti a sviluppare un serio processo e, dove vi è stato, fu gestito da un giudice poi arrestato e condannato in via definitiva per corruzione in altri atti giudiziari, giusto per ricordare ai lettori la qualità dei personaggi coinvolti che, come corrotti, di solito non fanno selezione dei processi da inquinare ma solo dei vantaggi da raggiungere o come usano scrivere in burocratese “per raggiungere un ingiusto profitto”.

Processo che, come testimone, ho invece subito negli articoli di stampa o nelle informative riservate alcune delle quali risultate inquinate da notizie false, oltre alle progressive ingerenze che tutta la mia Famiglia ha patito in questi anni, la peggiore delle quali l’ha vissuta mia moglie Sara a cui hanno puntato una apparente arma in faccia mentre aveva Matilde in braccio.

Quando sono in gioco non solo i miliardi ma anche il potere politico che nasce dal ricatto del segreto, si attivano quelle falangi che sono organizzate e competenti per inquinare le indagini, sia tramite l’uso illecito degli strumenti informativi dello Stato che con quei mezzi più volte visti in tutte quelle inchieste che mirano a raggiungere quella “nozione di sistema” che meglio spiego negli articoli di questo Blog; mezzi rappresentati dall’inquinamento delle informazioni, dall’indurre a percepire una minaccia, dal furto di documenti sia nelle procure che nei locali di pertinenza di inquirenti e testimoni fino alla più bieca opera di negazione della realtà tale da rasentare una offesa dell’intelligenza collettiva.

Leggo il mio nome in qualche libro, negli articoli di stampa ed in rete, lo ascolto citato nelle fasi di una commissione parlamentare di inchiesta e questo mi sprona a riprendere a scrivere il Blog, per continuare ad esprimere quel confronto collettivo delle mie singole esperienze ora estese a tutta la mia numerosa Famiglia, sempre col principale obiettivo di restare umano, una persona e non solo un oggetto di notizia.

La verità di una strage muore sempre con le vittime, alle quali il dovere della collettività è quello di rendere Giustizia per le ragioni della loro morte che non possono trovare scudo in una presunta ragion di Stato che, per quanto cinicamente comprensibile, risulta essere nel nostro strano paese un mero alibi per nascondere quegli interessi economici e politici associati a quelli militari e geo-strategici coesi da qualcosa di indicibile, come tale potrebbe essere il traffico di rifiuti tossico nocivi verso quei paesi come la Somalia, in cui la vita delle persone vale meno della nostra perchè abbiamo la errata interpretazione che essendo paesi in costante guerra la loro morte sia in qualche modo un evento meno traumatico anche laddove data da una fonte radioattiva e inquinante imposta dai nostri interessi di paesi sviluppati.

Potremmo però iniziare ad ipotizzare che l’obiettivo sociale di una inchiesta e di una testimonianza sia quello di interrompere il meccanismo del segreto, quello che miete le vite di tanti innocenti, perchè il segreto soprattutto nel nostro paese è un bacino di ricatto e di interessi importante, non solo una sigla da apporre in epigrafe di un documento classificato.

La collettività ha il diritto di conoscere ma ha anche il dovere di riconoscere le differenze esistenti fra il vero, il falso ed il verosimile di un evento che coinvolge noi e gli altri da noi, senza cadere nella trappola del riduzionismo e della banalizzazione oppure allearsi ad una mentalità fin troppo pregna di complotti pregiudiziali.

L’equilibrio e la capacità di analisi sono quei fattori umani degni di una collettività organizzata in una comunità, altrimenti tutto è uguale al nulla e vince solo chi grida più forte…

F.P.