la rivoluzione di una moglie sarda…

26 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
la rivoluzione di una moglie sarda…

Sono sposato con Sara ed in dote le ho offerto una lotta che dura da oltre trenta anni, nella quale è stata coinvolta ed in qualche modo stravolta perchè ne ha patito direttamente le conseguenze sin da quando otto anni fa si è vista puntare una apparente arma in faccia.

Contrariamente ai contenuti delle lettere anonime ricevute e dei consigli velati che le suggerivano di andarsene, ha scelto di restarmi accanto ed insieme abbiamo dato vita alla nostra numerosa Famiglia.

Una pazza quindi? Oppure una donna serena che ragiona con la propria testa, analizzando gli eventi e studiando i fatti.

Non uso mia moglie come bandiera di credibilità ma come esempio di un metodo di confronto che ha di fatto raggiunto una sorta di “rivoluzione giudiziaria”. Tanto da ridurre l’entità del fango che mi era stato gettato addosso per anni da una fanghiglia qualificata e dalla conseguente eco di quella ignoranza che produce le condanne sociali basate sul pregiudizio.

Quello che ha compiuto Sara è stato prima di tutto parlare coi fatti e rifiutare di accettare l’invito a rifugiarsi nella vittimizzazione, ovvero a non aderire alla delega delle proprie scelte restando quella donna adulta, qualificata e sostanzialmente “sarda” tenace che è, dicendo semplicemente che non dipende dal marito, che valuta le scelte con la propria intelligenza, che non ha nessun vincolo se non nell’Amore che ci lega che si basa sul coraggio delle emozioni di viverlo anche se abbiamo passato dei momenti terribili.

Sara ha scelto di capire e per farlo ha studiato, raccolto e confrontato atti, documenti, persone ed eventi nei quali ha compreso di esserne diventata parte.

Ha adottato una mia storica frase che recita il quesito “e, se così non fosse?” quasi come un mantra, proprio come simbolo del desiderio di porre in discussione una tesi apparentemente condivisa solo perchè veicolata e diffusa a gran voce; ha iniziato quindi ad analizzare la fanghiglia qualificata e le gran voci associate, valutando se erano tante voci diverse per tanti singoli fatti oppure una sola voce riportata per tante bocche, forti di quella fanghiglia qualificata perchè espressione di un ruolo sociale apparentemente credibile, come un appartenente alle forze di polizia per esempio.

Come confronto non ha scelto uno specchio ma procure, poliziotti, carabinieri, ex miei colleghi, collaboratori ed ogni documento istituzionale utile per dare a quel confronto uno spessore pari al fango proveniente dagli stessi ambienti.

Ha desiderato dimostrare la differenza fra una “opinione” rispetto ad un evento riscontrato reale o ad una condotta effettivamente adottata, analizzando i contenuti di alcune informative che descrivevano la mia “personalità” per esempio, a firma di operatori di polizia e di intelligence che hanno indirizzato i loro rapporti alla attenzione di un magistrato intento a valutare la mia attendibilità come testimone contro dei fatti imputati a degli appartenenti alle forze di polizia e di intelligence.

Questo dopo che ha evidenziato in un fascicolo la paradossale situazione in cui un operatore di polizia giudiziaria aveva redatto un rapporto denigratorio nei miei confronti, raccogliendo notizie da altre fonti interne perchè non mi aveva conosciuto personalmente, mentre il suo collega dell’ufficio accanto elogiava la mia collaborazione come consulente di PG in forza di operazione passate che avevamo condiviso, attività che il primo scrivente nemmeno conosceva.

Generalmente un rapporto informativo si basa su una cronologia storica di quanto emerge agli atti di ufficio, ai terminali, agli appunti di un operatore veicolati fra i vari uffici, sommato alla interpretazione che chi scrive può serenamente esporre come, appunto, una opinione della quale un magistrato prende certamente atto ma, tale rimane, ovvero una opinione e non un fatto.

Se nel rapportare un evento giuridico, nel computo delle opinioni e delle interpretazioni ove non anche alle induzioni maliziose, rimane ben poco del fatto stesso, significa che occorre approfondirne l’esame e riconoscere la differenza fra “fatto accaduto” e “fatto potenziale” o solo raccontato.

Nella mia carriera in oltre trenta anni ho ricevuto un congruo numero di false accuse, tutte nate con gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche, dimostrate tali ma solo dopo averne patito per anni le conseguenze soprattutto tramite la condanna sociale ad esse collegata, rinforzata da una immediata divulgazione di “opinioni” qualificate anche in favore della società civile, di persone prive dei requisiti per conoscere delle notizie di polizia o investigative, tali da rappresentare una cassa di risonanza popolare; quella eco utile per incrementare il pregiudizio, la paura, la diffidenza e le normali dinamiche del pregiudizio.

Proprio questa divulgazione di notizie sul mio conto diffusa da soggetti che i testimoni ci dicevano qualificarsi come degli appartenenti alle forze di polizia, uno dei quali poi effettivamente riconosciuto tale e condannato in via definitiva per aver posto in essere un reato del genere, ha sempre caratterizzato l’input iniziale della formazione di una notizia di reato.

Sara ha così chiesto a parenti ed amici operanti nel settore di polizia e della giustizia una sorta di consulenza, ha chiesto la collaborazione di magistrati e di avvocati mentre lavorava nel settore della pedagogia forense come pedagogista in tutela dei minori, ha chiesto dei confronti diretti con chi erogava un certo tipo di informazioni ed ha soprattutto denunciato essa stessa ogni forma di ingerenza, nella sua e nella nostra vita, da parte di chi si qualificava come appartenente alle forze di polizia o ne sfruttava gli strumenti del proprio ufficio proprio per “indurre a percepire” tramite questa forma di influenza.

La cosa più semplice che ha fatto per porre in discussione quanto fortemente imposto da chi diceva di “conoscermi” è stato chiedergli quanto tempo ha trascorso con me, che tipo di esperienze ha condiviso, la qualità dello spessore relazionale e conoscitivo proprio perchè, Sara, come moglie e madre dei nostri figli ha vantato il suo essere tale come il diritto di poter dire di conoscermi bene e di saper valutare i fatti che insieme abbiamo vissuto e condiviso.

Ad esempio porto un episodio significativo, ricordando il giorno in cui vi era la presentazione di un libro nel quale il mio nome era citato; Sara partecipò senza dire di essere mia moglie.

Chiese all’autrice una opinione sul coinvolgimento di Fabio Piselli nei fatti storici trattati nel libro e questa ne espresse una sbeffeggiante denigrazione, a quel punto Sara le chiese quante volte nel corso di quasi trenta anni avesse parlato, preso un caffè, discusso o si fosse confrontata di persona con Fabio Piselli, ottenendo come risposta dall’autrice che aveva parlato con me cinque minuti al telefono in trenta anni e che non mi aveva mai conosciuto personalmente.

Sara a quel punto le ha chiesto i motivi di tanta certezza nello sbeffeggiarmi, sentendosi dire che “basta leggere le carte” per farsi una opinione.

Così ha fatto, Sara ha letto a lungo e con attenzione e quelle carte, se lette bene, parlano molto e dicono altro rispetto a qualche palata di fango, sulle quali scriverò dei futuri articoli.

Ha dato di fatto un esempio di come si dovrebbe gestire il coinvolgimento in qualcosa in cui non siamo direttamente parte. Si è chiesta i motivi per cui qualcuno, che si qualifica come operatore di polizia e dice di conoscermi bene, si prende la briga di effettuare addirittura delle visite domiciliari presso persone estranee a fatti di giustizia ma che avevano un collegamento amicale o lavorativo con me, in alcuni casi anche dei parenti, per divulgare delle notizie inducenti ad interpretare di essere coinvolti in qualche problema giudiziario o addirittura di esserne le vittime per il solo frequentarmi.

Tutto questo genera paura, diffidenza, distanza fino alla strumentalizzazione dell’opportunità per fini personali.

Leggere una raccolta di ss.ii.tt. (sommarie informazioni testimoniali) contenute nei vari fascicoli investigativi che a vario titolo mi hanno riguardato offre uno specchio di come sono stati trattati gli eventi; iniziando col comprendere che la rapportazione di una sit non riflette le parole ed il significato esatto di chi è ascoltato in quel momento ma solo l’interpretazione che il compilatore offre (sommariamente) ai contenuti invitando l’interrogato a firmare (sommariamente) l’avvenuto interrogatorio che rimane agli atti del pubblico ministero e per avere un valore effettivamente probatorio in ogni senso deve necessariamente raggiungere il dibattimento processuale, un tribunale in cui tutte le parti potranno effettuare un contraddittorio ed il solo luogo deputato alla formazione della prova, non un ufficio di PG o uno studio di un avvocato bensì solo ed esclusivamente un tribunale, con maggiori garanzie dopo la riforma del 1989.

Se le famose carte di cui parlava l’autrice del libro sono una raccolta di ss.ii.tt. mai sottoposte a contraddittorio oppure una serie di opinioni scritte dai singoli operatori, che però non raggiungono mai un processo perchè il caso è archiviato, significa che non si parla di fatti e di riscontri oggettivi ma, appunto di sole mere carte.

Nel rispetto della opinione di tutti, sia ben chiaro, chiedo anche il rispetto della mia storia e della mia persona, anche donandomi una semplice opportunità di confronto personale prima di scrivere o divulgare una opinione priva di una reale conoscenza, perchè un conto è il pensiero del barbiere di paese altro è essere esposto ad una opinione pubblica allargata che legge un libro o un articolo di stampa.

Quello che ha fatto Sara, nella sua rivoluzione, è stato sostanzialmente abbattere il muro della sudditanza e della supponenza, richiesta e manifestata da chi aveva un ruolo nelle forze di polizia forte della credibilità ad esso associata agli occhi della gente comune, la quale inconsciamente è “suddita” a credere a quanto dice un operatore in tal senso, specialmente se parla di terze persone.

Il nostro è quel paese nel quale la denuncia giudiziaria è uno strumento di offesa in certi ambienti, non solo una risorsa di tutela contro un danno patito, bensì una oggettuale opportunità di “compromesso” specialmente a causa dei lunghi tempi di Giustizia, nei quali chi è accusato ingiustamente perde anni di vita, di lavoro e di serenità.

Ho ripetuto tante volte che una falsa accusa fabbricata nei tavolini degli uffici interni allo Stato raggiunge sempre il suo scopo. Scopo che si concretizza nella condanna che l’accusato patisce, rappresentata dagli anni che trascorrono fra la ricezione della falsa accusa ed il momento in cui la dimostrerà tale.

Anni che nel frattempo distruggeranno la vita dell’accusato, il lavoro, la credibilità, la reputazione per poi incontrare anche la prescrizione laddove riesca con fatica e, se, a raggiungere la soddisfazione di un processo e di una condanna contro questi infedeli operatori dello Stato.

Chi ti getta fango addosso per dire che sei sporco vince sempre agli occhi della collettività, perchè sei sporco sul serio anche se di fango altrui; quando poi dopo tanto tempo e fatica riesci a ripulirti, per molti rimane il fango senza cercarne la fonte ed alla fin dei conti rimani sporcato comunque.

Questo tipo di lotta è quindi personale, intima, anche se apparentemente pubblica. Perchè la si conduce in nome di una sofferenza patita, in nome di un passato da elaborare per consentire alla propria Famiglia di avere un presente ed ai propri figli di avere un futuro, non è perciò solo una questione di “rivalsa”.

Questa è la rivoluzione giudiziaria che ha compiuto mia moglie Sara, ha liberato il nostro presente, occorre ancora ripulire un passato per donare ai nostri figli un futuro senza “il passato” di un Padre coinvolto in fatti in cui sono morte tante persone.

Abbiamo difeso il nostro diritto di vivere il presente, quel “qui ed ora” al quale ci ispiriamo, riducendo lo spessore di quelle ingerenze che hanno tentato di condizionare la nostra esistenza.

Il resto appartiene solo ai tecnicismi giudiziari, ai codici ed alle procedure, ai tempi di Giustizia che purtroppo non coincidano con le esigenze immediate di una persona, di una Famiglia.

Quando, nel 2019, sei costretto ad affrontare ancora dei fatti accaduti nel 1986, è sintomo di un sistema che non funziona o di una inquinata funzione di servizio che si è fatta sistema…

F.P.