la ragion di Stato contro l’esigenza di Giustizia…

13 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
la ragion di Stato contro l’esigenza di Giustizia…

Spiegare la ragion di Stato come sacrificio della vita delle persone è molto difficile, soprattutto se in suo nome sono morti degli innocenti oppure è impedito il raggiungimento di una verità giudiziaria.

Da ex militare di carriera posso comprendere la scelta di un soldato di offrire il proprio petto in tutela di un interesse superiore come la salvaguardia dello Stato, la sicurezza nazionale o semplicemente un atto di fedeltà al giuramento che ha fatto nei confronti dello Stato che lo espone anche all’eventualità di immolarsi in tal senso.

La morte di un civile o di più cittadini innocenti, colpiti da una strage o da un mirato assassinio che rimane priva di una verità giudiziaria in nome di un segreto da tutelare per un interesse superiore dello Stato, è più difficile sia da spiegare che da comprendere, anche per chi ha avuto una formazione militare.

Il nostro è uno strano paese, in cui lo Stato non sempre rappresenta la politica che a sua volta non sempre rappresenta una volontà popolare espressa tramite il democratico voto, specialmente nei momenti in cui è talmente repentino un mutamento degli assetti governativi o di una epoca politica che ne stravolge la polarizzazione originale e, la collettività, è perciò condizionata più da una suadente ricerca del consenso rispetto che ad un meglio ragionato indirizzo di voto.

Stravolgimento degli assetti politici spesso conseguenziale, nel nostro paese, proprio ad un evento stragista o ad uno scandalo giudiziario che ne coinvolge i rappresentanti di governo al quale fa seguito la ricerca del consenso del cosiddetto nuovo che avanza.

Il nostro ordinamento giudiziario consente l’uso del segreto di Stato per tutelare le fonti di un servizio di intelligence per esempio, oppure per salvaguardare un interesse vitale per la nazione e per i suoi alleati, per cui dovrebbe essere una eccezione alla quale un magistrato inquirente e giudicante reagisce con l’indirizzare al potere esecutivo, alla politica quindi, l’istanza affinchè si possa superare il segreto che impedisce una azione di giustizia.

La politica ha i suoi strumenti per permettere o meno l’accesso alla conoscenza di quanto segreto, anche per i soli occhi dei magistrati e non necessariamente da rendere pubblico, come ha tutto il diritto di mantenere il segreto di Stato senza dare grosse spiegazioni oltre la “ragion di Stato”.

Mi chiedo però se, proprio per le caratteristiche della politica del nostro paese, i requisiti di un segreto opposto ad una verità siano effettivamente compatibili con la ragion di Stato o, invece, coi soli vincoli del ricatto che nasce dai contenuti segreti.

Siamo una collettività immatura ed incapace di gestire una verità anche terribile in nome della ragion di Stato, oppure solo un popolo reso immaturo dall’impossibilità di conoscere, riconoscere e comprendere le ragioni di una non verità su una strage o un omicidio rimasto impunito, mi chiedo.

Temo che la storia politica del nostro paese si regga sul potere di ricatto che si tramanda nelle generazioni autoreferenziali della politica stessa, indipendentemente dalle lateralizzazioni, per quanto con il recente nuovo avanzato potremmo anche sperare in una politica che si opponga all’uso strumentale del segreto di Stato e, soprattutto, che possa togliere quelli passati per renderci tutti liberi dalle verità mancate.

Cosa possiamo fare, noi collettività, per ridurre l’uso interessato degli interessi superiori dello Stato ed essere degni altresì di partecipare alla vita politica in modo attivo e non solo complementare ad una spinta consensuale o causata da una destabilizzante strage, mi chiedo ancora.

Personalmente scrivo, mi confronto tramite un mero Blog con una collettività che ha perduto il senso dello Stato, inteso come bene comune e reciproco e non come istituzione tout court.

Quando il segreto di Stato mi impedisce di conoscere la verità su un terribile omicidio o su una strage, le cui indagini mirano anche a taluni ambienti dello Stato, nemmeno il mio essere stato un militare di carriera usa obbedir tacendo…

F.P.