la psicologia di un interrogatorio sul traffico di armi e di rifiuti tossici…

10 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
la psicologia di un interrogatorio sul traffico di armi e di rifiuti tossici…

Sin da quando ho attivato il Blog nel novembre del 2007 ho progressivamente scelto di parlare delle emozioni di quanto stavo vivendo rispetto ai contenuti delle indagini in corso o passate, ove per emozioni intendo dire anche le mie chiare idee e le ipotesi relative ai fatti nei quali a vario titolo sono stato coinvolto sin dalla mia entrata in carriera militare nel 1985 e non solo l’aspetto squisitamente psicologico.

Ho e debbo avere fiducia nelle istituzioni e nella magistratura ma ho ed ho sempre avuto anche il rispetto della mia intelligenza, tale da impormi quella attenzione dovuta alla specificità di quel tipo di indagini, cosciente che se la legge è un fatto tecnico uguale per tutti ben diverse sono le indagini che mirano verso degli apparati dello Stato presumibilmente coinvolti in un traffico clandestino di armi e peggio ancora di rifiuti tossico nucleari.

I magistrati che conducono un interrogatorio sono costretti a dover gestire le verosimilità potenziali dalle verità rinforzate da degli elementi di prova spendibili in un futuro dibattimento processuale, proprio durante il quale le prove si formano e prendono il peso necessario per una sentenza ma in assenza di questi elementi è del tutto inutile chiedere un rinvio a giudizio investendo in una archiviazione dalla quale, eventualmente e se vi sono i requisiti per farlo, ripartire con la possibilità di nuove future prove degne di un dibattimento.

I magistrati nel corso di un interrogatorio si aspettano da parte di un testimone che questi dichiari tutto quanto sia a sua conoscenza su un fatto di interesse operativo, ovvero gli inquirenti possono gestire le loro notizie investigative mentre il testimone ha il dovere di dire tutto e subito come la legge impone e, questo, accade nella maggior parte dei fatti penalmente rilevanti di natura ordinaria.

Tutto e subito è una richiesta importante, indipendentemente dagli obblighi di legge, perchè una persona informata sui fatti, un testimone, non è un “oggetto” delle indagini da cui trarre delle informazioni ma rimane una persona, un “soggetto” con la sua vita, la sua personalità, le sue emozioni, la sua psicologia, la sua esperienza di vita e professionale che nel mio caso lo rende consapevole dei fatti trattati, dei rischi che si assume e soprattutto dell’ambiente coinvolto nelle indagini anche nascenti dalla testimonianza.

Se, poi, queste indagini riguardano il presunto coinvolgimento di quegli apparati dello Stato coinvolti nelle cosiddette “deviazioni” associati a presunte realtà della criminalità organizzata, il rischio assume un valore reale ed il testimone deve avere molta fiducia non solo nella magistratura in generale ma in quegli inquirenti procedenti l’indagine in particolare.

Per quanto mi riguarda sono sempre stato ben consapevole della scelta compiuta di relazionare, nei vari modi che ho fatto, le procedenti AG su quanto stavo partecipando o scoprendo sin dai tempi in cui ancora indossavo l’uniforme e, non solo, quando i giornali hanno reso pubblico il mio nome.

Cosciente quindi dello spessore della controparte, ovvero lo Stato, non inteso nelle sue amministrazioni ma identificato in quei soggetti individuali ed associati che nello Stato hanno posto in essere dei fatti, in (illecita) autonomia o su lecita delega, fatti non necessariamente collegati ad una ragion di Stato ma ad interessi che dello Stato si sono fatti scudo o hanno trovato una convergenza verso la tutela dello stesso obiettivo, utilizzando gli strumenti del proprio lavoro, strumenti dello Stato quindi.

Quando si parla di un rodato traffico di armi, in cui veicolare anche i rifiuti tossici verso un paese sotto embargo, significa parlare di un evento che non è gestito da dei contrabbandieri di chinotto, come uso ripetere, bensì da un importante struttura capace di una risorsa di tutela e di difesa di ampia entità che si indirizza verso il coinvolgimento di soggetti in seno agli apparati di sicurezza dello Stato che, la pubblicistica, usa definire col termine “deviati”.

Quanto sopra consente di riconoscere immediatamente l’alto indice di rischio e lo spessore del potenziale inquinamento delle indagini posto in essere da chi ha risorse informative e strumenti operativi, dello e nello Stato, per agire in tal senso.

Sedermi di fronte ad un pool di magistrati, circondati dai loro collaboratori di PG e da altri soggetti che mai mi sono stati presentati, osservare le loro espressioni, la mole di carte e fascicoli sulle scrivanie, le videocamere puntate verso di me, non mi ha impressionato o spaventato ma reso cosciente della apparente serietà offerta a quel tipo di indagini, atteso che riguardava la morte di numerose persone e riconduceva all’omicidio di altri.

Non mi ha impressionato perchè provenivo comunque da esperienze militari e di PG tali da avermi reso consapevole nel corso di tanti anni delle dinamiche che in quel momento stavo vivendo, come persona informata sui fatti sottoposto a degli interrogatori condotti non da un singolo PM ma da un pool strutturato ad hoc per quella inchiesta.

Il nostro è un paese nel quale la sudditanza diventa un linguaggio comunicativo nel confronto con un apparato pubblico e certamente con quelli di polizia e giudiziari in particolare, ovvero è tale anche il linguaggio comunicativo nel “non” dimostrare sudditanza, ma il solo giusto rispetto verso le istituzioni ed i loro operatori al pari del rispetto verso la propria persona, la propria storia, la propria intelligenza che mira al non voler essere trasformato in un “oggetto” delle indagini ma restare una persona, un soggetto coinvolto nelle indagini.

Questo è un passaggio importante su cui prestare attenzione, perchè il comportamento di un interrogato, anche se persona informata e non indagato, che si “permette” di gestire la sua esposizione testimoniale di fronte ad un pool di magistrati assumendosene tutte le conseguenti responsabilità, può assumere ai loro occhi una mancanza di rispetto o addirittura un comportamento “spavaldo” che certamente non lo rende simpatico.

Quando, molti anni fa, sia nello status di militare prima che poi di civile e successivamente di consulente di polizia giudiziaria ho compiuto la scelta di attivare un canale testimoniale (sul quale scriverò un futuro articolo per descriverne le singolari caratteristiche) nel momento in cui presi coscienza che cooperare con un funzionario “nello” Stato non mi offriva la piena garanzia di partecipare ad una operazione “dello” Stato e, per questo, iniziai a prendere appunti e lasciarne traccia e facendolo ero pienamente consapevole di oltrepassare un punto di non ritorno, motivo per il quale di fronte ai magistrati di ogni livello mi sono sempre rapportato con l’essere questa persona e, non, un “oggetto” in quel momento funzionale ai desiderata in buona o cattiva fede da parte di chi necessitava di talune notizie.

L’esperienza in tal senso mi ha insegnato sin dagli anni ottanta che l’uso oggettuale o illecito degli strumenti di polizia e della magistratura può far finire degli innocenti in prigione ed offre un alibi sociale importante sotto il profilo della credibilità in favore di chi ne abusa il potere e, soprattutto, mi ha insegnato che di fronte non ho solo una funzione pubblica ma un uomo o la donna che la ricopre, con tutte le sue debolezze e vulnerabilità.

Per fare un esempio concreto il magistrato che firmò il mandato di cattura che mi ha visto prigioniero in custodia cautelare nel 1988, per fatti datati 1986, lo considerai marcio sin dal primo incontro, come tale gli sono stato dietro sin da quando fui scarcerato dopo mesi di terribile prigionia per il diciannovenne incensurato che ero, momento in cui ritrovata la libertà ho iniziato la ricerca delle prove per la mia innocenza giungendo ad assistere al suo arresto, anche se per fatti diversi, unitamente a quello di altri funzionari dello Stato; ho assistito alla sua condanna definitiva per essere stato un magistrato corrotto, marcio come l’ho sempre definito, manifestando anche il mio pieno interesse a ripercorrere la sua carriera per identificare anagraficamente il vivaio di collaboratori altrettanto marci che si era coltivato negli anni a Livorno, fra i quali anche coloro eventualmente coinvolti nelle indagini attuali.

Tornando all’interrogatorio, quando il compianto dottor Giaconi iniziò le procedure ho riconosciuto in questi non solo un PM ma un uomo con una conoscenza diretta dell’ambiente dei paracadutisti militari che in quel momento era oggetto di interesse, perchè ci stringemmo la mano da paracadutisti (egli era addentro l’ambiente della Folgore) ovvero le mani stringono i rispettivi polsi, un segnale importante perchè richiama una relazione personale e diretta non solo riferita all’ufficio in quel momento da entrambi ricoperto (lui PM) ed io assunto (testimone).

Durante il corso di quel lungo interrogatorio proprio Giaconi mi propose di fare due confronti, uno con un ex collega dell’Esercito e già al Sismi e l’altro con il responsabile italiano del settore trasporti dell’esercito americano di Camp Darby. Confronti nel corso dei quali sempre Giaconi mi permise di somministrare dei quesiti ai confrontanti, cosa che feci soprattutto verso l’ex collega militare riferendomi a Bosaso (Somalia) fino a quando Giaconi interruppe perchè stavamo entrando nelle competenze di un’altra indagine e l’ex collega si avvalse del segreto militare.

La paura che ho provato era tanta, perchè mentre stavo manifestando una immagine di controllo delle mie emozioni in realtà ero ben cosciente di quanto stavo vivendo, dei rischi e delle potenziale conseguenze sotto tutti i profili.

Paura che non ho mai contrastato con uno spavaldo ardimento ma l’ho sempre considerata essere un importante sensore che mi ha aiutato in molte occasioni a misurare le mie risorse, da quelle pratiche all’intelligenza, anche se agli occhi degli inquirenti l’essere “calmo e tranquillo” non sempre è una manifestazione delle proprie capacità individuali ma potrebbe sembrare una sorta di “arroganza”.

Subire delle domande ad ogni effetto di legge che richiedono delle risposte ad ogni effetto di legge, potrebbe rinforzare il pensiero che finalmente si fanno le cose ad ogni effetto di legge ma questo, purtroppo, nel nostro strano paese non significa dare giustizia alle indagini di quello spessore, perchè sono vulnerabili agli inquinamenti provenienti sia delle informazioni tossiche originate dagli uffici dello Stato che dalla loro interpretazione da parte del pool di inquirenti che in quel momento gestisce il quadro investigativo e, di questo, ero e sono rimasto sempre consapevole.

Alla fine, una situazione del genere, ha dimostrato l’uso strumentale delle informazioni anche da parte mia, perchè riferire una notizia de relato ad un collega morto (che non può smentire o confermare) rappresenta una “scafatezza” di mestiere purtroppo necessaria in un momento complesso, rischioso e parte di una indagine che, come ho più volte ripetuto, gestita dalla procura meno indicata per quel tipo di investigazione con tutto il rispetto degli operatori coinvolti.

Ho sempre detto che non si può indagare un traffico di armi e di rifiuti tossici partendo da una indagine su un incidente navale gestita da una procura ordinaria, meglio sarebbe stato far gestire le indagini su un traffico di armi e di rifiuti tossici da una procura organizzata e competente in tal senso per, poi, eventualmente scoprire le cause o le concause di un incidente navale avvenuto proprio nei pressi e nel corso di un presunto movimento di armi o di rifiuti posto in essere da altre navi.

Ritrovarmi interrogato in quella indagine, dopo aver subito delle ingerenze nella mia vita, delle chiare minacce, delle aggressioni fisiche e soprattutto dopo aver patito l’opera di un giudice marcio (che anche in quella indagine aveva in passato avuto un ruolo) ha richiesto alla mia intelligenza la capacità di gestire le emozioni, dalla spinta di giungere ad una verità fino al timore di essere trasformato da testimone ad indagato, anche perchè era chiaro a tutti gli astanti che stavo “gestendo” la mia testimonianza, senza nascondermi dietro a dei non ricordo o ai classici compromessi visti anche in quella indagine coi pentiti di mafia chiamati a testimoniare.

Se un giorno saranno recuperati e resi noti e vari video dei miei interrogatori si potrà meglio riconoscere quanto dico, soprattutto laddove chiaramente parlo col dottor Giaconi e con gli altri magistrati, dicendo che non ho inteso farmi strumentalizzare dalle esigenze di nessuno, giuste o funzionali che fossero e, mi auguro, che si potrà meglio individuare il significato di quella mia esposizione testimoniale che, ripeto, l’ho assunta e condotta come le precedenti e le successive altre, sempre nel rispetto dei requisiti di legge pur gestendone la misura dei contenuti in difesa delle notizie stesse, senza mai nulla chiedere o accettare e donando a tutti i soggetti coinvolti la possibilità di tutelare i propri interessi con gli strumenti di giustizia.

Nei casi in cui sono coinvolti i cosiddetti apparati “deviati” dello Stato non ho mai creduto ai pentiti di mafia come non credo alla cosiddetta protezione dei testimoni, perchè in questi casi specifici la vera protezione di un testimone la gestisce il testimone stesso, senza delegare la sua sicurezza ad una scorta armata oppure alla buona fede investigativa di un magistrato che troverà nei tecnicismi procedurali della legge una ampia serie di ostacoli posti da chi “nello” Stato e non “dello” Stato agirà ogni manovra apparentemente lecita per inquinarne le indagini, ad iniziare dalle informative tossiche che descrivono un potenziale testimone con una valenza denigratoria, le quali potranno essere sposate in piena buona fede da chi procede oppure meglio riscontrate anche se provenienti da uffici di polizia e di intelligence, con quella malizia operativa che proprio un magistrato che indaga dei fatti in odor di “deviazioni” dovrebbe avere.

Sono trascorsi 34 anni da quando ho indossato l’uniforme, 33 da quando sono stato coinvolto in fatti di Giustizia per i quali ho subito una ingiusta prigionia e da quel momento ho attivato le mie indagini personali per capirne le ragioni e trovare le prove della mia innocenza, questo quando ancora vigeva il vecchio codice prima della riforma del 1989. Indagini quindi prive degli attuali requisiti che le definiscono indagini difensive, erano perciò una attività del tutto privata che avevo indirizzato nello stesso ambiente nel quale lavoravo sin dal 1985 ed in cui ero sostanzialmente cresciuto, ovvero quello dell’Esercito, della Folgore e di Camp Darby, finendo col ritrovarmi in fatti molto più grandi dell’evento originale proprio perchè nel tutelare i miei interessi ho inciampato in ciò che in quegli anni avveniva in quegli ambienti e, da quel che è poi emerso, i motivi del mio arresto sono nati proprio per quei fatti grandi che avevo evidentemente segnalato nel chiedere al mio livello superiore sia la ragione della mia strana carriera militare che il quesito che recitava: “Colonnello, per chi sto lavorando?”…

F.P.