la Piazza dei lottatori in quel circuito di strani collaboratori dei servizi fra il 1985 ed il 1995…

24 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
la Piazza dei lottatori in quel circuito di strani collaboratori dei servizi fra il 1985 ed il 1995…

Prendo spunto da alcuni appunti scritti da Carlo Palermo relativamente ad Emanuele Piazza (leggi) per parlare di un periodo che un magistrato della PNA che mi interrogò anni or sono ha definito come quello della mia “maturità operativa” ovvero quello compreso fra il 1985 ed il 1995.

Chi ha praticato lo sport della Lotta Libera e Greco Romana ha nella passione di questa disciplina anche il senso di fratellanza che accomuna tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno trascorso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza su un tappeto, specialmente fino agli anni ottanta quando ancora si indossava un simpatico costumino con dentro un fazzoletto e le scarpe da Lotta e niente altro, motivo per cui era facile riconoscere un lottatore tramite un segnale fisico come quello dell’orecchio schiacciato a forza delle “ancate” e della sollecitazione proprio delle orecchie in alcune mosse di lotta.

Tutti noi vecchi sportivi in tal senso abbiamo ancora la cartilagine delle orecchio così segnata e per questo in un incontro che ebbi nella metà degli anni novanta con un capo di gabinetto della Questura di Roma, fu possibile riconoscerci come ex lottatori perchè entrambi avevamo questo segno oltre ai muscoli del collo particolarmente sviluppati.

Erano gli anni durante i quali le indagini sulle presunte strutture clandestine nello Stato impegnavano più procure e diverse aliquote sia di polizia giudiziaria che di analisi, nascenti dalla notizia che Andreotti aveva reso pubblica nel dicembre del 1990 rispetto alla Gladio, struttura in realtà già attenzionata prima di questa maliziosa rivelazione del fu Giulio da parte della Procura di Palermo e di Trapani ma non ancora conosciuta con questa sigla e nelle reali ramificazioni poi meglio comprese.

Erano gli anni bui pregni di ombre e di luci accecanti, tali da non permettere mai di mettere a fuoco chi faceva cosa e cosa faceva chi, un periodo terribile per il nostro paese in cui le stragi hanno mietuto i migliori magistrati e le loro scorte e durante il quale erano attive più reti che stavano manifestando una ampia serie di smagliature dopo che i grandi botti, se da un lato avevano stabilizzato la situazione politica, dall’altro avevano invece destabilizzato alcuni operatori più in ombra proprio per quanto stava accadendo almeno sin dal fallito attentato dell’Addaura.

La mia esperienza in Sicilia inizia nei primi anni ottanta, poco prima di scegliere di entrare in carriera militare nel 1985 col 58° corso sottufficiali dell’Esercito; quando raggiunsi mio Padre a Licata (AG) mentre stava lavorando sui fondali del porto con la draga e le bettoline che comandava. Ho potuto così imparare la lingua e conoscere quel meraviglioso linguaggio degli ammicchi e delle espressioni che fa di ogni siciliano una icona della comunicazione non verbale.

Sono tornano in Sicilia, fra Trapani e Palermo, nel 1987 e successivamente nel 1989 fino di volta in volta al 1995 per poi tornarci solo da turista; sono tornato “siciliano” sentendomi a casa proprio per quel legame emotivo che mi ha sempre vincolato all’isola nel ricordo di mio Padre e delle esperienze licatesi, parlando siciliano e diventandone una parte anonima in mezzo a migliaia di persone.

Col capo di gabinetto della Questura di Roma mi incontrai un paio di volte nel 1996, sia nel suo ufficio che alla Taverna Flavia insieme ad un funzionario del parlamento e ad un magistrato, un pranzo veloce e qualche battuta sui trascorsi di Lotta ma niente di riferibile agli eventi per cui poi mi inoltrò alla Digos, sui quali scriverò un articolo per meglio approfondirne le esatte dinamiche.

Erano gli anni in cui furono uccisi dei ragazzi, giovani, appartenenti o già appartenuti alle FF.PP. ed alle FF.AA. poi saliti alla ribalta della cronaca per la loro morte oppure discesi nei ranghi del fango a causa di quanto fu redatto nelle informative che li descrivevano in modo denigratorio, riduzionista e sostanzialmente delegittimante rispetto a quanto “dicevano di essere” o si ipotizzava fossero stati.

Fra questi giovani c’era anche Emanuele Piazza, che aveva svolto il servizio di leva in Polizia ed in qualche modo era stato cooptato all’interno di una di queste reti che a vario titolo riconducevano ai funzionari dei servizi segreti presenti in Sicilia, a Palermo ed in particolare a Trapani, fra quelli del Sisde e quelli del Sismi.

Di Piazza si conosce la storia della sua presunta morte, atteso che il cadavere o i resti sciolti nell’acido e dispersi in aperta campagna non sono mai stati trovati, morto perciò de relato in base a quanto dichiarato da parte di un pentito di mafia, descritto come un sorta di infiltrato su delega di un capocentro del Sisde per ricercare i latitanti ed una volta riconosciuto come tale ucciso dopo essere caduto in una trappola tesa da un suo amico, interno alla mafia.

Notizia potenzialmente vera atteso la sua scomparsa avvenuta nel marzo del 1990 ed immediatamente denunciata dalla sua famiglia, scomparsa che progressivamente ha assunto tutti i connotati del mistero fino a giungere alla presunta presenza di Emanuele nei pressi dell’Addaura al momento del fallito attentato a Giovanni Falcone ed ai magistrati che erano con lui.

Il nostro è quel paese nel quale se lavori o collabori con certi ambienti dello Stato ti conviene morire di fronte ad un notaio, per non rischiare di finire dentro qualche mistero ed essere trasformato in un oggetto di un fascicolo investigativo che sarà caratterizzato dalle tipiche dinamiche della delegittimazione e della fanghiglia qualificata.

A lungo Emanuele Piazza fu descritto come un millantatore da parte di chi era stato sentito per avere una conferma di una sua presunta appartenenza ai servizi, descritto come il classico frustrato che non era riuscito a restare in servizio nella Polizia entrando così nelle dinamiche della intolleranza alla frustrazione tali da giustificarne la “mitomania” ma, poi, piano piano come sempre accade quel muro di fango ha iniziato a sgretolarsi fino al riconoscimento della sua cooptazione nell’area del Sisde siciliano da parte presumibilmente di una capomaglia funzionario locale.

Nei documenti ritrovati da Carlo Palermo emerge una relazione di servizio che, alcuni anni dopo la presunta morte di Emanuele, la sua identità anagrafica risulta essere associata ad un posto di controllo dei Carabinieri che ne evidenziano sia la denuncia di scomparsa che il furto della vettura con cui viaggiava, senza altro fare che lasciarlo ripartire.

Questo potrebbe dare quindi spazio a più ipotesi rispetto alla sua esistenza in vita o alla strumentalizzazione della sua identità post mortem per ragioni che meritano un serio approfondimento.

“Vivi ufficialmente morti” è una sigla assai usata negli USA, ne sono stati fatti anche dei film, per descrivere quelle strutture fantasma in seno ai servizi di intelligence nelle quali operano dei soggetti già dichiarati morti in servizio o per incidente, ma utilizzati per compiere le operazioni più clandestine in modo assolutamente riservato, invisibile, proprio come i fantasmi.

Ipotizzare una realtà del genere anche nel nostro paese è un azzardo intellettuale che qualcuno ha iniziato ad esprimere specialmente dopo la morte di Li Causi ed ora anche alla luce di questo rapporto che ci offre il nome di Emanuele Piazza ancora vivo cinque anni dopo la morte, così dichiarata da un pentito di mafia ma non da un riscontro ufficiale e documentato in modo incontrovertibile.

Ipotizzare quindi una struttura italiana formata da operatori “vivi ufficialmente morti” utilizzati per condurre delle operazioni fantasma può essere un percorso investigativo da analizzare, partendo però da un quesito che occorre somministrarci chiedendoci se, proprio nel nostro strano paese, occorra sviluppare effettivamente una struttura del genere di fronte alle altre numerose opportunità che lo Stato ha per gestire il “marcio”.

Carlo Palermo ha accertato che nel 1995 esiste un documento ordinario dei Carabinieri che contiene il nome riferito ad un evento straordinario, degno di una attenzione certamente investigativa se vogliamo invece credere che i militi al posto di controllo abbiamo adottato un comportamento omissivo laddove emerge un segnale di interesse dalla sala operativa alla quale hanno richiesto un accertamento sulla patente e sulla targa della vettura e del guidatore fermato, tale da imporgli di fermare il soggetto anche solo per viaggiare a bordo di un’auto che risulta essere stata rubata anni prima ed invece si limitano a trascriverne i dati sul loro registro.

Riflettendo su questo evento ed avendo collaborato coi CC posso ipotizzare prima di tutto che presumibilmente la pattuglia al posto di controllo possa solo aver meramente fermato una vettura e trascritto i dati sul loro registro, questo per soddisfare l’ordine di servizio di quel giorno in base ad un obbligo numerico di controllo sulle strade ma senza chiedere nell’immediatezza un riscontro alla sala operativa tramite i sistemi informativi arpo\sdi di allora, per cui del tutto ignari di chi fosse quel guidatore e che l’auto era stata rubata e, per questo, lasciato ripartire.

Informazioni che solo successivamente, al momento di protocollare le attività di servizio in un registro della caserma, hanno dato seguito ai controlli al terminale da cui sono emerse le informazioni su Emanuele Piazza e sulla sua vettura, poi inoltrate per competenza ai vari livelli di PG.

Quanto sopra per valutare l’operato dei carabinieri che materialmente erano al posto di controllo, di seguito parlo invece delle ragioni per le quali qualcuno, o lo stesso Emanuele, ha deciso di far emergere in un modo così palese la sua attuale esistenza in vita con la piena consapevolezza di farlo all’interno di un circuito riservato agli operatori e non prendendo un caffè nel bar della piazza del paese di nascita.

Come ho detto erano anni bui, ove degli ex operatori dello Stato una volta congedati erano stati invece di nuovo cooptati in quel circuito delle operazioni riservate, generalmente da parte di chi questi avevano conosciuto durante il servizio prestato in seno alla Polizia o alle forze armate, un ufficiale o sottufficiale con cui vi era un precedente rapporto di fiducia.

Circuito che non prevedeva le stesse procedure concorsuali tipiche di un accesso ai reparti ordinari, bensì in quel periodo bastava una segnalazione ed un aggancio da parte di soggetti delegati in tal senso e gestori di un rete di operatori non necessariamente ufficializzata a livello centrale; questo al fine di cooptare un soggetto di interesse operativo per gli obiettivi di quel momento, soggetto da manipolare (vuoto a perdere) oppure da coltivare come un futuro fidato collaboratore (strutturato).

Chi scrive ha vissuto delle esperienze del genere, motivo per il quale di fronte ai magistrati antimafia che mi hanno chiesto se fossi stato un operatore dei servizi segreti ho risposto che avevo collaborato con degli esponenti dei servizi ma che non avevo mai avuto un tesserino del Sismi o del Sisde in tasca, proprio per stigmatizzare questa forma di cooptazione in quel circuito e per dire che non ero un effettivo agente dei servizi segreti.

Servizi che possono avvalersi di collaboratori esterni, col dovere di identificarli nel registro apposito, quasi sempre pregno di nomi parentali ma non sempre aggiornato sulle identità di coloro che pur collaborando con un funzionario locale dei servizi sono in realtà dei fantasmi a livello centrale di quella amministrazione, perchè mai rapportati in tal senso.

Soggetti che, ripeto, hanno acceso questa collaborazione sulla sola base del rapporto di fiducia col funzionario che li aveva cooptati, tale da rappresentare ai loro occhi quello Stato per il quale si convincono di lavorare e magari lo fanno sapere ai familiari più stretti che, poi, si sentiranno dire che il loro figlio, fratello o marito era solo un povero millantatore, un frustrato mitomane che raccontava panzane, un “cazzaro” come tipicamente sono descritti molti di questi personaggi che esistono certamente in gran numero ma, esistono, anche gli altri e su questi pochi è necessario fare chiarezza.

Quando parlo di “smagliature” interne al circuito formato da questo tipo di operatori mi riferisco alla capacità di alcuni di loro di porre in discussione le attività condotte per conto dello Stato, o meglio, per conto di chi ai loro occhi rappresentava lo Stato, ai nostri occhi mi permetto di dire perchè ho vissuto le stesse dinamiche fino a quando ho denunciato i nomi dei funzionari coi quali mi interfacciavo, fatti sui quali scriverò un futuro articolo.

Sin dalla seconda metà degli anni ottanta qualcuno ha iniziato a chiedersi la natura di certe operazioni di monitoraggio, controllo, intercettazioni, dossieraggio specialmente nei confronti di persone che ricoprivano un ruolo all’interno delle forze di polizia o della magistratura, attività delegate loro da parte del capomaglia, effettivamente e chiaramente un operatore dello Stato che, col vincolo della segretezza ad ordinamento cellulare, impediva al singolo soggetto così cooptato di andare oltre il suo primo livello superiore, ovvero il capomaglia stesso nella maggior parte dei casi, che gli garantiva la bontà delle operazioni coi propri colori di istituto.

Forse, mi chiedo, lo stesso Emanuele Piazza ha iniziato a somministrarsi questi quesiti, cercando di capire in cosa fosse stato coinvolto e, se, le sue attività fossero effettivamente in funzione istituzionale o esclusivamente riferite agli interessi del suo capomaglia di riferimento, specialmente di fronte ad un quadro della realtà siciliana che dopo il fallito attentato dell’Addaura ha acceso i riflettori verso le c.d. “menti raffinate” oltre la manovalanza mafiosa.

Quesiti che hanno mutato il rapporto di sostanziale sudditanza fra l’operatore ed il suo superiore, come ho detto raro ma possibile oltre il mero vantaggio di carriera o di altri interessi, qualcuno che credeva nello Stato c’era sul serio e ci credeva a tal punto di essersi fidato dal rappresentate sbagliato, posso affermarlo con cognizione di causa.

Si diventa in questo modo quella “smagliatura” da eliminare e perciò si cade nella trappola che ci farà sparire del tutto o nella notizia di reato che ci vedrà carcerati o prede di quello stesso sistema nel quale abbiamo operato che, nelle mie testimonianze, ho sempre definito essere stato un “sottosistema integrato” a quello ufficiale.

Se, nel 1995, il nome di Emanuele Piazza era ancora vivo in forza dei risultati di quel posto di controllo (Papa Charlie) questo significa che quel nome ha rappresentato un chiaro linguaggio comunicativo interno, riservato e indirizzato a chi ne sapeva interpretare i contenuti.

Se, come mi auguro, Emanuele fosse ancora vivo questi rimarrebbe ufficialmente morto per salvare i propri familiari, altrimenti posti ad elevato rischio come accaduto al collega Agostino per fare un esempio.

Se, fosse stato effettivamente lui la persona fermata dai Carabinieri, ipotizzo che egli abbia scelto di veicolare il suo messaggio in tal senso strumentalizzando così quella opportunità facendosi identificare su una auto che chiaramente sarebbe risultata rubata e con la sua reale anagrafica, sulla quale vi era un “bollettino” per la sua ricerca come persona scomparsa ma certo di poter ripartire per ragioni che posso solo ipotizzare ma non impossibili laddove avesse effettivamente scelto di fare il morto per salvare la sua famiglia.

Quando mi dicono che un suo amico fidato lo ha fatto cadere nella trappola che lo ha ucciso, mi chiedo anche se questo stesso amico fidato non lo abbia aiutato a non finire nell’acido, partecipando però alla sua morte ufficiale per soddisfare le esigenze che, tutti, in quel momento avevano, di togliere di mezzo uno “sbirro” allo stesso modo di eliminare una “smagliatura”.

Nella mia esperienza di “cazzaro” come tale descritto in talune informative ho dovuto faticare per oltre trenta anni per dimostrare di non esserlo, almeno e per ora per i fatti che ho dimostrato essere stati reali nei luoghi in cui dicevo di essere stato e nelle persone con cui dicevo di essermi interfacciato, che invece negavano sia la mia presenza che di avermi mai conosciuto, finendo con l’essere rapportato come un millantatore alla berlina dei meccanismi del riduzionismo e della delegittimazione qualificata perchè forte dei fregi dello Stato.

Per dimostrare che ero stato in un luogo o che avevo incontrato un funzionario dei servizi per esempio, rispetto che un funzionario di una Questura o un ufficiale dei carabinieri o dell’Esercito, in tempi in cui la localizzazione delle celle telefoniche era fantascienza, usavo farmi fermare con qualche scusa da un “papa charlie” oppure denunciare in un anonimo commissariato e stazione dei CC nei pressi della località di interesse lo smarrimento della patente o farmi prendere da una ambulanza per un “malore” improvviso come il mero colpo della strega, eventi che avrebbero lasciato una traccia poi eventualmente recuperabili senza destare particolari allarmi nell’immediatezza oltre al più semplice fonoregistrare tutti gli incontri che ho avuto in tal senso.

Una delle prime cose che si imparano una volta entrati in quel tipo di circuito ed aver superato la sudditanza verso i superiori, ovvero essere diventati una “smagliatura” è proprio l’arte di lasciare delle tracce a futura memoria, sia a tutela personale che come strumento investigativo quando i tempi saranno cambiati, non certo di fronte ad una attualità (di allora) nella quale gran parte di chi rappresentava lo Stato sembrava gestire in proprio o per interessi terzi il ruolo pubblico ricoperto.

Sono stati anni terribili, fase di un periodo di transizione importante, durante i quali qualcuno ha scelto di restare su un carrozzone che si stava alleando ad un sistema che si è fatto Stato dopo le stragi di Falcone e di Borsellino, mentre altri sono rimasti fedeli sia ai propri ideali che al giuramento fatto allo Stato, prendendo coscienza di essere stati manipolati da parte di chi rappresentava non solo lo Stato ma anche un riferimento emotivo importante come lo era a quel tempo un capocellula con cui vi era un rapporto di fiducia personale.

Tradimento, questo è stata la percezione di tutti noi descritti come “manovalanza dei servizi”, perchè siamo stati traditi ed abbandonati al nostro destino, chi morto, chi incarcerato per poi essere di nuovo utilizzato all’interno delle strutture di polizia e di intelligence.

Emanuele Piazza, Antonino Agostino e tutti gli altri finiti ammazzati fisicamente e cartolarmente, hanno ancora oggi il diritto di essere rispettati per le loro scelte e di uscire definitamente dalla fanghiglia nella quale sono stati posti dal riduzionismo qualificato.

C’era un ufficio in via Roma, a Palermo, in un palazzo che offriva una sorta di mezzanino ove qualcuno con l’orecchio del lottatore ha incontrato il suo capomaglia di riferimento, che presumibilmente lo ha bruciato alla prima occasione in cui questi ha posto in discussione la natura del proprio incarico, trasformando un lottatore felice di lavorare per lo Stato in una sorta di millantatore che, secondo i rapporti di allora, per giocare allo zerozerobeppe è finito ucciso da quella mafia che raccontava di combattere…

Concludo dicendo che per strangolare una persona occorre forza, per strangolare un lottatore che ha nei muscoli del collo anni di allenamento occorre molta, ma molta, forza…

F.P.