la percezione della minaccia nella psicologia del minacciato…

28 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
la percezione della minaccia nella psicologia del minacciato…

La minaccia si esprime in due modi, quella pratica, spicciola, facilmente riconoscibile, umorale, diretta come la classica espressione verbale o materiale di un messaggio che non lascia spazio ad interpretazioni diverse quale il “ti ammazzo” oppure il proiettile in busta o l’auto incendiata e le altre tipiche manifestazioni minatorie che possiamo evidenziare nei tanti casi di cronaca riferibili sia alla criminalità d’ambiente che a quella organizzata.

Poi vi è una forma più subdola di minaccia, proveniente da un livello superiore alla sola criminalità di specie, in grado di gestire il contenuto psicologico e psicogeno della minaccia stessa, tanto da rappresentare un ordigno mentale che potrebbe esplodere senza una precisa volontà d’innesco e, proprio questo, è il reale obiettivo della minaccia che influenza la psicologia del minacciato, come meglio spiego più avanti.

Il nostro è quello strano paese nel quale il ruolo di un testimone (tale anche quando è la parte offesa di reato) ha una interpretazione ambigua ove questi non rispecchia il ruolo classico che si attribuisce al testimone comune, cioè ad una persona che “suo malgrado” si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato diventando così gli occhi e le orecchie della memoria testimoniale, costretto a diventare parte del circuito giudiziario in base all’indice di rischio rappresentato dalla struttura criminale oggetto dei fatti; tanto da essere cooptato nei programmi di protezione ove il caso ne soddisfa i requisiti.

Vi sono però anche coloro che definisco essere i testimoni volontari, quelli che hanno la piena coscienza del valore sociale della testimonianza e la comprensione del significato di testimoniare, ove non è un “malgrado” bensì un dovere morale di ogni cittadino e professionale nei casi in cui vi è anche un obbligo tecnico di farlo.

Cittadini che non debbono essere riconosciuti come testimoni nel corso di una indagine e come ho detto, loro malgrado, finire col ritrovarsi dentro un processo ma uomini e donne pienamente consapevoli di detenere delle informazioni potenzialmente utili alla magistratura e perciò sereni di esporne i contenuti alla loro valutazione coscienti di non detenere delle dirimenti verità, edotti di tutti i rischi e le responsabilità che si assumono nel farlo che, nei casi della criminalità comune oppure organizzata, hanno certamente delle complicanze di varia natura.

Nei cosiddetti “casi di Stato” tutto cambia, perchè non è solo il singolo criminale con cui si combatte, non è nemmeno una organizzazione mafiosa che certamente spaventa bensì si entra in un circuito minatorio rappresentato da una raffinatezza mentale che non sempre combacia con quelle menti raffinatissime di cui parlava il Dottor Falcone ma l’area di interesse è quella.

Diverso è il modo di minacciare una persona oltre la prima fase basica, che sostanzialmente ricalca quella classica, la diretta minaccia verbale, la pistola o il proiettile che non lascia spazio a dubbi, l’auto incendiata, l’aggressione fisica.

Dopo queste “banali” manifestazioni si entra in quel livello superiore che rappresenta una vera e propria “abitudine” alla minaccia tanto da divenire una “attitudine” nei comportamenti del minacciato; si raggiunge quindi la psicologia della minaccia nei meccanismi di influenza traumatica che agisce nei pensieri di chi ne è oggetto.

Un vero e proprio ordigno imposto nella sua mentalità, il cui detonatore è rappresentato dalla sua struttura psicologica tanto da esplodere in qualsiasi momento sotto forma di crollo nervoso, di crollo psicotico, di meccanismi difensivi, di ansia, di paura, di ipervigilanza, di costante percezione di essere sotto minaccia senza avere un preciso spessore testimoniale pari a quello della minaccia stessa, o meglio, nella sua percezione così psicologicamente patita.

Il nostro è quello strano paese nel quale un testimone e specialmente un testimone volontario coinvolto in fatti di Stato, subisce l’immediata reazione di isolamento sia da parte dei propri colleghi, ove questi appartiene ad un corpo dello Stato, che da parte di quella opinione pubblica non abituata al coraggio di testimoniare ma alla più terribile e diffusa omertà, che si esprime coi tipici consigli che recitano il “fatti i craxi tuoi” fino al più classico “ma chi te lo fa fare?”.

Le telefonate mute? hanno sbagliato numero.
Le violazioni di domicilio ed i furti in casa? zingarelli.
Pedinamenti e presenza oscure? ansia.
Auto incendiata? te la sei bruciata da solo.
Aggressioni fisiche? qualche amante o creditore insoddisfatto?
Minacce a mano armata? magari era solo un burlone.
Frasi strane dette a mezza bocca? senti le voci e, la cosa, è grave.

Potrei continuare all’infinito tanto è lungo l’elenco delle contrapposizioni ad ogni espressione di un contenuto potenzialmente minatorio ma non è questo tipico riduzionismo la sola gravità, quanto il carico successivo che si veicola all’interno degli ambienti di Stato e con gli strumenti informativi, di sicurezza e di polizia dello Stato stesso.

Iniziano le false accuse che possono portare un testimone di questo tipo in carcere da innocente, ove la vera minaccia non è solo rappresentata dal carattere estorsivo di quella ingiusta detenzione quanto dal fango che ne deriva, il quale macchierà la vita sociale e professionale della persona colpita.

Iniziano le false notizie di polizia caratterizzate dalla diffusione di quelle informative nelle quali si tende a rimarcare una opinione del compilatore camuffandolo da dato di fatto, tramite frasi quali “millantatore”, “malato mentale”, “ben noto all’ufficio”, “non si esclude che possa essere un mitomane” e tutta una serie di espressioni che possiamo leggere in fin troppi documenti di questo tipo che, una volta meglio analizzati e non senza fatica, descrivono il senso reale di quelle informative, ovvero prive di un serio e documentato riscontro ma immediatamente utili a ridurre la credibilità del soggetto di interesse, associata alla loro diffusione oltre i soli uffici istituzionali ed in favore di quella opinione pubblica che non ha titolo e risorse per gestire delle simili informazioni, interpretandone i contenuti a misura di “popolino”.

Provate ad immaginare ora un poliziotto, un carabiniere, un militare di carriera fino ad allora ligio al dovere e cittadino incensurato, professionalmente stimano, che si ritrova colpito da accuse infamanti, descritto come una sorta di “mezzo scemo” e dato in pasto al pregiudizio sociale.

Il quale perde il lavoro o i requisiti per mantenere un incarico, perde la stima dalla propria sfera amicale e talvolta affettiva, perde l’identificazione con un ruolo professionale per cui è costretto a re-inventarsi un mestiere ed una nuova identità sociale e lavorativa.

Immaginate che questo accada non una volta ma si reiteri nel corso degli anni a causa degli anni che occorrono per indagare quei fatti cosiddetti di Stato, dieci, venti, anche trenta anni; durante i quali la vulnerabilità del testimone diventa una condizione di vita, non più la manifestazione di un solo momento a rischio.

“Ancora? ma quanti anni sono passati? ma non è che ti sembra a te?
Questo è il quesito, espresso anche dalla classica casalinga di Voghera, che spiega l’interpretazione sociale di chi lamenta di essere ancora oggetto di una minaccia del genere.

Anni trascorsi nel timore di ricevere una nuova falsa accusa, magari dopo che ne hai collezionate una decina.
Anni trascorsi nel timore di una porta di casa trovata aperta.
Anni trascorsi nel timore della portiera dell’auto socchiusa.
Anni trascorsi nel timore di essere pedinato.

Anni trascorsi all’interno di una progressiva serie di piccoli intoppi che inquinano la vita ordinaria che se valutati singolarmente non hanno una effettiva rilevanza penale ma, se sommati insieme e così valutati, manifestano una unica regia ed una fonte comune di provenienza.

Le denunce di volta in volta siglate come manifestazione di tutela dei propri interessi si trasformano in “denunce strumentali” o addirittura in una forma di “querulomania”.

“Ma non è che te le immagini da solo? Magari sei esaurito, oppure sei un millantatore, un mitomane?”.

Quesito che si rinforza tramite il subdolo tam tam popolare che parte da un ufficio di Stato, raggiunge prima la rete amicale e professionale del soggetto colpito, poi l’amico giornalista di qualche operatore di questi uffici e si crea in questo modo il “malato mentale” che come tale può essere visto da chi ne vuole la cattiva “pazzia” oppure da parte di chi ne raccoglie solo l’aspetto vittimistico del “poverino, ne ha passate tante che è andato fuori di testa” ed in ogni caso tutto converge alla soddisfazione di chi fa della denigrazione e della delegittimazione la propria arma di difesa.

Purtroppo tutto questo “chiaccherare” ha un fondo di verità che si riscontra nell’influenza traumatica che patisce il soggetto-oggetto di queste minacce.

Perchè è vero che si ritrova costretto a chiedersi se la porta di casa l’ha dimenticata aperta oppure vi è una vera effrazione tecnica, dovendo così investire nella propria capacità di porsi in discussione.

E’ verò che la stessa cosa se la domanderà di fronte alla portiera dell’auto ed a tutti quegli episodi sopra descritti.

Se ha patito una falsa accusa e magari una carcerazione preventiva, di certo vivrà col timore che possa ripetersi e starà molto attento alle persone che frequenta ed ai fatti che partecipa, allo stesso modo sarà vigile in molte altre numerose occasioni tanto da diventare iper-vigile come una sorta di stile di vita, allo stesso modo ridurrà le amicizie residue ed assumerà un comportamento “solitario”.

In buona sostanza la psicologia del minacciato diventa la sua prima fonte di minaccia, tanto è ingerente l’influenza traumatica di questo tipo di minacce, gestite da chi ha modo e risorse di utilizzare gli stumenti di influenza dello Stato, primo fra i quali la credibilità d’ufficio che richiede anni ed un investimento importante sotto tutti i profili per essere poi dimostrate non reali.

Quando mi chiedono i motivi per i quali vivo insieme alla mia Famiglia in una remota borgata di una ventina di abitanti, in un rudere in cima al paese in ristrutturazione a mani proprie, dal quale poter vedere tutto e non essere osservati, forse vi è anche una ragione di questo tipo oltre all’amore per la natura ed al nostro stile di vita meno sociale rispetto alla grande città.

Quando, alcuni anni fa, due uomini a bordo di una automobile giunta velocemente ad un passo da mia moglie e dalla nostra prima figlia, frenarono bruscamente per tirar fuori il braccio di uno di questi con una apparente arma che le puntarono in faccia, per poi ripartire velocemente, compresi che quella che fino ad allora poteva ancora essere una “mia percezione” e lo dico con tutto il desiderio che così fosse, si era invece trasformata in un dato di fatto che aveva coinvolto tutti, compresa Sara che nulla aveva a che fare con gli ambienti di Stato o con le faccende della mia storia, se non per essere diventata mia moglie e la madre dei nostri figli.

Il nostro è quello strano paese nel quale una donna laureata in pedagogia, incensurata, equilibrata, serena di pensare con la propria capoccia e madre capace, non appena rinforza quanto denunciato dal marito si trasforma immediatamente in una… “poverina, le ha fatto il lavaggio del cervello, d’altronde è la moglie, la sua testimonianza non conta nulla”…

E’ infatti uno strano paese il nostro, ove ai processi non giungi mai per dimostrare all’interno di un dibattimento la qualità delle investigazioni condotte, la veridicità dei loro contenuti informativi e soprattutto le eventuali tracce di un inquinamento nel corso delle indagini, motivo per il quale tutto rimane nelle carte di una archiviazione che, purtroppo, diventano “vere e credibili” una volta rese pubbliche ed ecco che ti ritrovi a dover combattere un ulteriore pregiudizio da parte di chi non comprende la differenza fra un rapporto informativo tutto da verificare e la sua reale ed effettiva validazione nel corso di un processo mai celebrato.

L’influenza traumatica della percezione della minaccia posta in essere da chi ha “risorse di Stato” è un peso enorme da portarsi dietro, e ti segue anche se cambi residenza, perchè non è una minaccia locale che puoi allontanare, allontanandoti, bensì è quel bagaglio che ti trascini ovunque vai, segue la tua residenza, anche all’estero paradossalmente e questo può accadere solo se chi ti “monitora” ha accesso agli strumenti informativi dello Stato.

Ecco i motivi per i quali un rudere distrutto si trasforma in quel castello nel quale sognare un futuro più libero, una sorta di isola che non c’è in cui ritrovare quella serenità necessaria per riconoscere la propria umanità nelle emozioni e nel coraggio di vivere oltre il passato che, mai passa nelle carte giudiziarie che non trovano fine anche dopo trenta anni…

F.P.