la disarmante verità della mediocrità armata…

Antonio Ciontoli, Marco Vannini

Il nostro è quello strano paese in cui ad ogni indagine che coinvolga un vincitore di concorso negli apparati militari, di polizia o di sicurezza dello Stato, si evidenziano quelle dinamiche del depistaggio utile a mascherare la verità storica tramite una sorta di informale procedura dell’inquinamento investigativo e giudiziario purtroppo già vista in fin troppi casi.

Non è necessario un grande mistero oppure una verità indicibile come nelle cosiddette stragi di Stato, perchè queste sostanziali procedure informali si sono evolute a tal punto da rappresentare un silente rodato sotto-sistema rispetto a quello ufficiale, ovvero il classico “andazzo” miseramente accettato anche da una collettività che ancora oggi manifesta sia una latente sudditanza che una speranza di vantaggio nel confronto con un “detentore di potere” come appare essere un funzionario dello Stato nelle sue amministrazioni più importanti.

Nel caso della morte del giovane Marco Vannini vi sono certamente delle ombre sulle dinamiche dell’omicidio ma vi è una chiara evidenza nel comportamento di Antonio Ciontoli che ben manifesta la psicologia dell’andazzo, oltre alla sua apparente mediocrità umana e professionale.

Vi è un episodio che esprime quanto sopra laddove il Ciontoli, che è un mio coetaneo e non un immaturo ragazzino quindi, una volta preso atto che Marco Vannini è in fin di vita o già deceduto presso l’ospedale, avvicina il medico ed a questi si qualifica chiedendo sostanzialmente di omettere l’evidenza di un colpo di arma da fuoco nel corpo di chi egli definisce essere un amato membro della sua famiglia, perchè fidanzato con la figlia.

Il Ciontoli avvicina il medico perchè cosciente che il più delle volte queste forme di influenza ottengono un qualche risultato, presumibilmente già vissuto nel corso della sua carriera e negli ambienti ove ha lavorato; non ha a mio avviso agito per immaturità o preso dalla disperazione, ha invece posto in essere un comportamento purtroppo radicato nel nostro paese, quello delle dinamiche dell’andazzo con tutti i suoi meccanismi comportamentali associati, primo fra tutti l’ingerenza nel dovere di un altro incaricato di pubblico servizio o pubblico ufficiale nello svolgimento delle sue funzioni, cercando di condizionare gli obblighi di legge verso i vantaggi personali.

Più è elevato lo spessore dell’ufficio di appartenenza maggiore è l’indice dell’influenza da agire nei confronti di chi è vulnerabile ai vantaggi eventualmente offerti, di chi ha una mutuale siffatta mentalità oppure di chi addirittura commercia un dovere di ufficio con le opportunità di carriera o personali.

La morte di un giovane ragazzo o gli uccisi in una strage si trasformano così in un oggetto di mediazione e non nel vero motivo di una inchiesta che, almeno nel caso Ciontoli-Vannini, ha incontrato invece la correttezza del medico che ha testimoniato nel dibattimento il tentativo di influenza in tal senso.

Un andazzo generalizzato che ha creato storicamente delle lacune culturali in tema di giustizia, di uso ed abuso delle risorse investigative, di accredito di un immediato valore di verità nel rapporto scritto o nelle parole di un appartenente a qualche amministrazione di polizia, militare o di sicurezza per poi, molti anni dopo, scoprire che era tutto falsato proprio per le caratteristiche della mentalità dell’andazzo contro il dovere del proprio ufficio che, come ho più volte scritto, si manifesta essere solo “la difesa del proprio ufficio”.

Un sottufficiale di una forza armata che transita al RUD ed acquisisce il massimo NOS nulla Osta di Sicurezza non è necessariamente un operatore dei reparti più arditi, può anche essere il soldato meno addestrato all’uso operativo delle armi sotto il profilo dell’impiego di reparto ma ben ne conosce il maneggio anche solo per tutelare la documentazione che gestisce proprio in base al livello del NOS posseduto.

Il corretto maneggio di un’arma è alla base di ogni militare di carriera, indipendentemente dalla capacità operativa di sparare.

Per fare un esempio pratico, ero un allievo sottufficiale infrasedicenne quando lo Stato mi ha addestrato e rilasciato le qualifiche per maneggiare e sparare con una pistola, con un mitra, con una mitragliatrice e con le bombe a mano, ovvero mi ha fornito le basi tecniche e pratiche per il maneggio e l’uso degli strumenti di lavoro per ogni militare di carriera, le armi.

Diverso è il successivo impiego della qualifica ad usare le armi laddove si transita nei reparti più operativi, come i paracadutisti nel mio caso in cui vi è un più importante addestramento all’uso specifico delle armi, invece che in quelli più sedentari e burocratici, fra le scartoffie, ma in ogni caso ogni singolo operatore di qualsiasi grado e forza armata ha nella sua formazione quella del maneggio, della cura e della sicurezza di un’arma da fuoco anche se si recherà al poligono sporadicamente nel corso della carriera per il solo mantenere la qualifica.

Non sparo da anni e probabilmente farei una pessima figura in un poligono statico o dinamico ma sono capace di porre in sicurezza un’arma, ovvero di proteggere l’arma stessa, me e gli altri da me dal suo errato maneggio.

Stessa cosa Antonio Ciontoli, anche se non aveva al RUD un incarico operativo specifico per l’impiego militare delle armi.

Per questo sono proteso ad ipotizzare che ciò che ha ucciso Marco Vannini sia stata principalmente la supponenza che nasce dalla mentalità dell’andazzo, compresa quella di credere che “non capiterà mai a noi” che trova, dopo che invece è capitato, non una profonda riflessione critica ma la rincorsa alla difesa di quella stessa supponenza tramite i meccanismi della psicologia ministeriale, manifestata dal Ciontoli sia quando cerca di camuffare l’evento nei primi momenti che soprattutto quando si qualifica per influenzare il medico e, mai, per fornire quelle doverose notizie su quanto accaduto al giovane Marco Vannini che se offerte in tempo utile forse avrebbero fatto la differenza fra la vita e la morte.

Il paradosso, in questo triste evento, consiste nel fatto che probabilmente Ciontoli è una “brava persona” non perchè spiccano delle sue particolari qualità morali ma per essere lo specchio di un comportamento individuale e di una mentalità sociale diffusa e molto simile a tanti altri cittadini di questo nostro immaturo paese.

Una brava persona che mai avrebbe pensato di uccidere qualcuno ma, quando questo è accaduto, ha espresso tutta la mediocrità dell’uomo, da camuffare e compensare col ruolo acquisito grazie alla vincita dei concorsi fino a giungere a possedere un NOS Nato-cosmic (segretissimo) da tutelare anche con l’eventuale impiego di un’arma.

Il nostro è quel paese in cui dare una pistola ad uno stolto significa farlo generale, un mediocre da gestire che coltiverà altri mediocri e dopo tanti anni da un andazzo sottotraccia ma sempre evidente, stiamo assistendo ormai alle tracce negative della psicologia dell’andazzo che uccide un ragazzo nel pieno della vita, per mano di un immaturo pieno di una supponente mediocrità che lo spinge a tenere “segretissimo” un colpo di pistola…

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