la differenza fra l’espressione di “quel che siamo” e la manifestazione di “quel che abbiamo vissuto”…

29 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
la differenza fra l’espressione di “quel che siamo” e la manifestazione di “quel che abbiamo vissuto”…

Le esperienze della vita che ognuno di noi affronta rappresentano quello specchio interiore nel quale non sempre siamo capaci di riconoscere la nostra immagine, sia per la difficoltà di porci in discussione che per le complicanze traumatiche delle sofferenze patite.

Gestire il dolore psichico ed emotivo richiede uno sforzo importante ed una scelta precisa rispetto che lasciarsi andare ai meccanismi difensivi consci ed inconsci, sovente rifugio delle nostre azioni e soprattutto delle re-azioni nate dalla intolleranza alla frustrazione e dalla incapacità di affrontare la fonte del dolore, prima fra tutte quel noi stessi dal quale fuggiamo con l’adozione di una immagine che doniamo agli altri da noi nella speranza di riconoscerci tramite la loro approvazione, menzogna che ci raccontiamo per nascondere le colpe ed il timore della colpa.

Ci sono esperienze che hanno nei loro contenuti una radice traumatica tale da confonderci nel comprendere appieno la differenze fra l’espressione di quel che siamo e la manifestazione di quel che abbiamo patito, ovvero l’opportunità di valutare il nostro modo di essere invece sostituito da un modo di agire strettamente vincolato all’esperienza traumatica.

Molti sanno di essere delle brave persone ma si scoprono capaci di produrre delle sofferenze negli altri, confliggendo così fra la conoscenza di quel che sanno di essere ed il risultato di ciò che scoprono di fare.

Ci sono esperienze che non debbono mai trasformarsi nella giustificazione di un agito, occorre però comprenderne profondamente le dinamiche per riuscire a capire che un evento traumatico induce nelle persone un processo di cambiamento feroce e non sempre gestibile con la sola volontà o con la piena coscienza dei suoi meccanismi.

Personalmente sono abituato a non giudicare le persone ma ad osservarne i fatti e, anche di fronte ai più gravi, tendo sempre a cercare di capire la persona e non la “personalità” intesa come la somma del risultato delle sue azioni.

Ho conosciuto persone che hanno vissuto delle esperienze traumatiche che ne hanno minato la capacità di esprimere quel loro stessi residuo, al contrario della facilità di manifestare tutta la sofferenza che hanno patito, purtroppo fin troppo spesso provocando altre ed altrui sofferenze.

Di fronte ad un uomo violento per esempio reagisco ponendolo in condizioni di non nuocere, poi cerco di capire se la violenza è parte di lui o è solo la manifestazione del disagio che vive e che non riesce a controllare, perchè non sono un gendarme ma una persona.

Persona, come tale vulnerabile, per questo credo e sono convinto che il miglior modo per contenere la violenza diffusa sia quello di diffondere un semplice confronto tramite il quesito che chiede se ciò che esprimi sia effettivamente l’immagine di te stesso, oppure la manifestazione di un vissuto doloroso che con riesci a gestire.

Il dolore non deve mai essere vittimizzato per non creare il circuito del vittimismo, bensì compreso nelle sue dinamiche emotive, psicologiche e relazionali, altrimenti restiamo solo degli individui pronti al giudizio e non più capaci di accogliere anche il peggio altrui, per imparare a scinderne il rifiuto del male dal recupero della persona alla quale donare la possibilità di capire la differenza fra l’espressione di chi è rispetto alla manifestazione di quel che ha patito e che, in quel momento, ci impone nel modo più sbagliato…

F.P.