indagini di Polizia Giudiziaria ed indagini di polizia giudiziosa…

27 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
indagini di Polizia Giudiziaria ed indagini di polizia giudiziosa…

Questo odierno articolo cerca di offrire un confronto sui motivi per i quali il nostro paese, nonostante alcune eccellenze di polizia e di intelligence, sia caratterizzato invece da una ampia serie di insuccessi investigativi o resi tali dalle progressive altalenanti sentenze che non permettono mai di raggiungere una compatibilità fra le verità storica dei fatti e quella giudiziaria.

Tanti sono i casi fra quelli nazionali e quelli minori in cui osservare da un lato una trascuratezza di elementi importanti e dall’altro una enfatizzazione di indizi banali, evidenziando così una sorta di gestione personale del casi rispetto che un protocollo operativo condiviso diverso dal solo codice di procedura penale.

Ogni singolo ufficio, sia nelle procure che nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nelle altre aliquote di PG, sembra appellarsi alla sola esperienza del collega più qualificato oppure al metodo del comandante di sezione e del PM delegato, dovendo così sperare di incontrare quello professionale ed autonomo e non un funzionario supponente in cerca di encomi sempre pronto a soddisfare le esigenze di un magistrato o di altri per ottenerne dei vantaggi, oppure un PM che sposa solo il proprio castello accusatorio.

In oltre trenta anni ho conosciuto molti carabinieri, poliziotti, magistrati sia quando ero in carriera che come consulente di parte nei processi penali o ausiliario di polizia giudiziaria ma, soprattutto come testimone ho potuto riconoscere in talune indagini la differenza fra il buon lavoro di polizia giudiziaria ed il servizio di polizia giudiziosa.

Sia ben chiaro che il rispetto per gli operatori di polizia ogni ordine e grado è forte ed immutato, come lo è quello per la magistratura in generale, resto però sereno nel dire che il nostro è quel paese in cui la legge è uguale per tutti ma sono le indagini che si differenziano in base a chi ne è oggetto.

Quando si tratta di una inchiesta importante, che coinvolge gli apparati dello Stato e quei settori denominati come “area grigia” rappresentati dalla commistione fra la criminalità organizzata, alcune settori istituzionali e le massonerie, nonostante il lavoro di chi giunge ad un passo dal chiudere il cerchio non si riesce mai a raggiungere una sentenza tale da soddisfare sia lo spessore dell’inchiesta che il bisogno di verità della collettività.

Non mi riferisco solo al potere di condizionare una indagine, al marciume evidente nelle cricche e nel sistema degli amici degli amici, bensì indirizzo il confronto verso la mentalità operativa di chi, convinto di far bene il proprio lavoro, alla fine partecipa all’inquinamento di una indagine per poi trovarsi costretto a scegliere se scendere da un carrozzone troppo affollato, cambiando mestiere o reparto, oppure tapparsi il naso e “farsi gli affari propri” in tutela del posto di lavoro e dei vantaggi comprensibili ad esso associati.

Il sistema indagini ha troppe vulnerabilità nei suoi meccanismi, molte ingerenze e poco spazio per comprenderne appieno le dinamiche in forza di una diffusa omertà camuffata da un falso spirito di corpo o più semplicemente dalla “difesa del proprio ufficio” a causa della quale i rapporti informativi mutano se stessi, le date si confondono, le informazioni riservate fuoriescono, le intercettazioni si perdono, le ss.ii.tt. descrivono solo il significato del compilatore e non il senso dell’interrogato fino alla morte improvvisa degli investigatori che potrebbero risolvere un caso importante che stimola la scelta di andare in pensione anticipata nei loro colleghi o cambiare reparto oppure accettare di passare in una grande azienda e lasciare lo Stato.

Tante sono le indagini la cui analisi permette di evidenziare dinamiche di questo tipo, motivo per il quale quando sono chiamato a qualche interrogatorio assumo una “intelligenza neutra” tale da consentirmi di rispondere alle domande ma di farlo nel modo che ritengo compatibile con l’indice di affidabilità di chi me le somministra, sempre nel massimo rispetto dell’ufficio ma con la giusta attenzione negli operatori di turno, per quanto sono il primo a desiderare di testimoniare “tutto e subito” come dovrebbe accadere in un paese più serio.

Questo mio atteggiamento è stato in passato giudicato da qualche magistrato come “spavaldo” e da altri invece riconosciuto come “obbligatoriamente prudente” in forza degli eventi che ho patito sulla mia pelle, per cui mi assumo le responsabilità di gestire una memoria testimoniale rispetto che travasarla in qualche mera ss.ii.tt. o colloqui investigativo segreto la cui segretezza è residuale quando si tratta di indagini che mirano contro le c.d. deviazioni nello Stato.

In trenta anni ho conosciuto solo due o tre magistrati realmente autonomi e capaci di sapere quel che trattano quando mettono il naso nelle inchieste pregne di ingerenze di vulnerabilità, sereni quindi di interfacciarsi con chi, come me, mai si è rifugiato nell’anonimato assumendosi le piene responsabilità di una testimonianza, facendolo però con la piena consapevolezza dell’ipocrisia esistente nel nostro sistema Giustizia.

Allo stesso modo ho conosciuto degli operatori di polizia giudiziaria molto capaci ed assolutamente indipendenti ma solo nei limiti delle proprie competenze, ed è già tanto paradossalmente.

Proprio l’area di competenza rappresenta il primo rifugio di ogni eventuale responsabilità, basta dire che “il mio lavoro l’ho fatto bene, poi di quello che hanno fatto altri non so, la responsabilità penale è personale” per sollevare la propria coscienza operativa ed in qualche modo quella intima. Corretto, giusto direi, il problema è capire quanto sapevi del marcio altrui e quanto non lo hai segnalato anche se non era di tua diretta competenza ma eri cosciente che farlo avrebbe potuto salvare una inchiesta che, invece, è finita nel nulla pur facendo emergere che almeno tu non ti sei sporcato le mani.

Questo è “l’andazzo” nel nostro sistema, una mentalità diffusa ad ogni livello e ganglio, dal semplice piantone di caserma, al cancelliere di procura fino ai livelli superiori e questo andazzo è il bacino in cui chi desidera inquinare una inchiesta trova ampie collaborazioni, anche inconsapevoli.

Ricordo una indagine sull’omicidio di un militare avvenuto tanti anni fa, fui chiamato da primi investigatori che ne furono delegati e quando dissi loro che potenzialmente l’omicida poteva essere un collega, rimasero sorpresi di osservare la mia semplicità nel dirlo, consapevole di quanto stavo asserendo.

Questo perchè quando entri in un settore in cui la commistione fra gli interessi della nazione si confonde con quelli di altre aree, tanto che inizi a percepire la presenza di quelle c.d. deviazioni, prendi coscienza che nessuno è più affidabile, nemmeno il collega con cui hai condiviso delle esperienze importanti ed inizi a stare attento a tutto ed a tutti, pur riconoscendo il bisogno di fidarti e di riconoscere in un collega una reciproca alleanza.

Quando, poi, assisti alla morte di chi in qualche modo ne era coinvolto, prendi atto di essere a rischio ed assumi una difesa tale da rappresentare il tuo grado di intelligenza, di conoscenza e di capacità di autonomia di analisi, fattori che ti salvano la vita in qualche caso, perchè raggiungi la consapevolezza di non dare mai le spalle a nessuno, nemmeno al collega più fidato e per spalle intendo dire anche le notizie o le informazioni per le quali ha tutti i NOS per accedervi.

Ecco perchè risposi che quel militare brutalmente assassinato poteva essere stato ucciso da un suo collega, all’interno di faccende che non possono rispettare la procedura penale o anche il proprio dovere di ufficio perchè sono proiettate in una area meno ortodossa nella quale si perde il giusto equilibrio dello Stato e delle sue regole.

Parlo di un caso certamente raro ma non rarissimo purtroppo negli anni bui, tale da rappresentare la psicologia di chi ha vissuto quel periodo e gli eventi di quel periodo in cui una “nozione di sistema” ha trasformato un tipo di mentalità operativa in una sorta di dottrina nella quale sono stati coltivati anche coloro che oggi ricoprono ruoli dirigenti.

Per inquinare anche una indagine più riservata e difficile non servono grandi “spie” o chissà quali strumenti di pressione, basta investire sulla debolezza di un sistema caratterizzato da una mentalità della “difesa del proprio ufficio”, degli opportunismi individuali e di un più ampio sistema di reciproca tacita complicità che si manifesta nella tutela di un segreto per tutelarne uno più grande.

Siamo giunti, dopo tanti anni, ad avere paradossalmente una popolazione di operatori di polizia e di intelligence ad ogni livello molto più qualificati rispetto agli “scelbiani” di un tempo, ma estremamente deboli nella propri autonomia di analisi anche dell’operato del proprio ufficio e privi del coraggio di testimoniarne le deviazioni o gli errori.

Poi vi sono quelli che del proprio ruolo istituzionale ne fanno un commercio di carriere, tanti purtroppo, motivo per il quale mi sono sentito dire da un ex collega che egli non ha detto quanto avrebbe potuto testimoniare, sollevandomi da una brutta esperienza invece patita, perchè non voleva mettere a rischio la propria carriera e così facendo ne ha anche tratto dei vantaggi, però ha voluto dirmelo per “sentirsi meglio”.

Quanto sopra è un piccolo esempio di un andazzo diffuso fra chi, con le proprie scelte individuali ed operative, muta il percorso di una indagine anche se il lavoro di propria competenza lo svolge in modo da non rasentare la rilevanza penale.

Ho definito essere questi operatori dei meri “impiegati delle indagini” come dei cassieri che smarcano dei prodotti già confezionati, facendolo anche bene e per questo premiati con qualche bonus di produzione.

Chi sceglie di entrare in un apparato dello Stato in cui si tratta la vita e la morte delle persone oltre la loro libertà e la loro prigionia, non sposa solo un posto fisso ed i vantaggi ad esso associati ma anche il dovere di transcendere i propri interessi da quelli collettivi e, questo, raramente accade specialmente quando la fonte di una ingerenza proviene dal proprio livello superiore o da chi ha potere di carriera.

Sono anni che stimolo una riforma totale delle nostre, tante, polizie. Proprio per ristrutturare un sistema che possa finalmente essere privo di quegli operatori che nella sigla “P.G.” confondono il buon lavoro della polizia giudiziaria dal loro servizio di poliziotti giudiziosi in favore di un interesse diverso dall’obiettivo delle indagini.

Iniziando con l’impedire il transito di quegli ufficiali e sottufficiali fra il reparto di PG ed i servizi segreti per poi tornare in PG per indagare i servizi segreti per esempio, scindendo i due settori per renderli non convergenti nel corso della carriera e soprattutto per non avere dei marescialli che da anni chiedono di transitare ai servizi e la domanda gli viene accordata, guarda caso, quando sono delegati di indagini che mirano a qualche deviazione di un funzionario della PCM per esempio e dovremmo ben analizzare il passaggio di carriera di alcuni operatori in tal senso.

Dovremmo riformare soprattutto la raccolta delle sommarie informazioni, permettendo di registrarle e video riprenderle sempre, riducendo così il rischio che possano essere inquinate o male interpretate da chi poi ne trascriverà il sunto in favore del PM.

Dovremmo, noi collettività, soprattutto toglierci quel senso di sudditanza nei confronti di chi rappresenta un colore di istituto di polizia o della magistratura, al quale donare tutto il rispetto dovuto ma non quella sudditanza talvolta richiesta.

Come dissi ad un magistrato della PNA che desiderò più volte interrogarmi, che forse ha compreso il senso della mia scelta, la mia non è spavalderia o commercio delle notizie testimoniali, è purtroppo il risultato di quanto patito nel credere di essere parte di uno Stato sano, per cui ho scelto di gestire le informazioni nella “politica dell’impistaggio” contro il depistaggio, per tutelarne la bontà e non necessariamente la corretta procedura.

In buona sostanza, per fare un esempio banale, se è vero che non ho mai perso la patente nonostante la denuncia che feci in una remota stazione dei CC, prima di darmi del “millantatore” osserva cosa è accaduto in quel territorio, valuta lo spessore dei fatti, chi ne era coinvolto e poi cerca di comprendere se il fare una “falsa” denuncia dello smarrimento di una patente non sia stata utile per dimostrare senza ombra di dubbio la mia presenza in una data ed orario preciso, specialmente quando diranno che mai sono stato in quei luoghi, magari contestualmente a chi, nello Stato, ha partecipato ad un evento di interesse investigativo poi indagato.

Il bravo operatore di Polizia Giudiziaria scriverà che il Piselli ha fatto una falsa denuncia di smarrimento ma tale consente di smentire quanto asserito nei suoi confronti da un indagato, dichiarazione su cui occorre valutarne i contenuti e contestualmente invierà la segnalazione per la falsa denuncia di smarrimento di una patente per il seguito eventuale.

L’operatore di Polizia Giudiziosa dirà solo che il Piselli ha mentito in merito allo smarrimento di una patente, per cui è soggetto non attendibile.

Il nostro è quel paese nel quale sapere una verità e non poterla provare è un concetto che supera il solo valore letterario di Pier Paolo Pasolini, ma, l’importante è mettersi il sedere a paratia e rifugiarsi nella denigrazione di chi, quel sedere, lo ha esposto al vento della verità, finendo col prendersi anche il marchio di omosessuale…

F.P.