Ilaria Alpi negli appunti del Sismi non ancora noti…

5 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
Ilaria Alpi negli appunti del Sismi non ancora noti…

L’omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin rappresenta non solo la mancata verità sulla loro morte ma il simbolo di una verità sconosciuta su quanto stavano cercando di approfondire col loro lavoro di giornalisti, presumibilmente indirizzato verso il traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia e gli interessi economici, enormi, in esso celati.

Non esiste un traffico di armi internazionale senza la collaborazione di qualche operatore dei servizi segreti, di questo sono fermamente convinto, specialmente se un simile traffico è posto in essere per ragioni politiche e geo-strategiche tali da sviluppare all’interno delle strutture dei servizi segreti più attività fra chi conduce un lavoro clandestino ma noto al livello superiore e chi monitora le attività di questo traffico, senza sapere che è sostanzialmente avallato dal governo pro tempore, magari perchè opera in una diversa divisione e non necessariamente conosce il quadro più ampio, conduce quindi il proprio lavoro sviluppando delle informative da considerare come “appunti per il capo divisione” per esempio.

Un traffico di rifiuti tossici internazionale, canalizzato sullo stesso percorso delle armi, coinvolge inevitabilmente più governi ed i loro servizi di intelligence che, nel caso della Somalia, hanno trovato nella gestione italiana un bacino di interessi condivisi ed una condivisa tutela di questi interessi da parte di alcuni governi stranieri.

Usare un paese in guerra come discarica dei veleni industriali e nucleari delle potenze più sviluppate, potrebbe rappresentare un segreto da tutelare oltre una più semplice fornitura di armi o di istruttori e consulenti in favore di un dittatore e di qualche signore della guerra da tirare per la giacchetta quando serve o da far cadere quando occorre.

Avvelenare un territorio coi propri rifiuti tossici non può trovare nella “ragion di Stato” o nei compromessi geo-strategici delle giustificazioni che possono essere comprese dalla opinione pubblica, perchè i rifiuti tossico-nucleari uccidono con malattie terribili che impattano nelle emozioni anche di una collettività meno attenta, più apatica, quasi ignorante e, questo messaggio, è ciò che un giornalista desidera pubblicare proprio per informare anche chi non vuol sapere.

Sin dal 1994 le indagini ci hanno offerto varie piste investigative, alcune ipotesi coltivabili ed altre meno, i risultati delle commissioni parlamentari conflittuali ma, soprattutto, hanno evidenziato una serie di carte dei servizi segreti progressivamente emerse nel corso delle indagini stesse che ci consentono di capire che un traffico di armi era noto, che vi erano delle indicazioni anagrafiche rispetto alle persone ed alle aziende in esso coinvolte anche di spessore internazionale.

Il Sismi negli anni novanta svolgeva le proprie indagini in modo assolutamente diverso dalle indagini di polizia giudiziaria, proprio perchè un operatore dei servizi segreti non ha (o perde) la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria e conduce le proprie attività su una delega politica ma in forte autonomia rispetto ad una aliquota di PG invece delegata da una AG vincolata ai confini della procedura penale e dell’obiettivo finale, ovvero un dibattimento processuale in cui far confluire ogni elemento di prova raccolto dalla PG che deve avere dei precisi requisiti per essere ammesso e discusso in un processo.

Un operatore del Sismi di allora era inquadrato in una delle varie divisioni del servizio segreto con competenze specifiche su più settori ed interessi, strutturate su base gerarchica con il condiviso obiettivo della sicurezza nazionale e non sul perseguire un singolo fatto penalmente rilevante, pur rispondendo nei casi opportuni alle richieste di collaborazione di una AG oppure segnalando un reato di competenza di una procura territoriale tramite un ufficiale di collegamento delegato da un procuratore aggiunto ed autorizzato per interfacciarsi coi servizi segreti, in questo caso un ufficiale di polizia giudiziaria che trasmetterà la notizia ma non tutte le notizie, ovvero lo stretto necessario per accendere un fascicolo penale per il quale eventualmente ed in casi eccezionali un PM può chiedere la consulenza di un servizio segreto oltre l’eventuale acquisizione dei loro atti.

La sicurezza nazionale richiede una attività di “alta polizia” rispetto alle più ordinarie anche se difficili operazioni di polizia giudiziaria, vincolate ad un fascicolo penale oppure di iniziativa di un reparto ma sempre regolate da precisi codici e procedure che quando incontrano gli interessi della sicurezza nazionale trovano il segreto di Stato come uno dei maggiori ostacoli alla ricerca della verità.

Non significa che un operatore dei servizi segreti abbia la cosiddetta “licenza di uccidere” ma ha la possibilità di agire e di muoversi con maggiori risorse e con una delega a larghe maglie laddove debba porre in essere dei fatti considerati reato nel corso della sua missione che, come ho detto, mira alla sicurezza nazionale ma occorre valutare se questo obiettivo non possa rappresentare anche un enorme alibi per nascondere dei misfatti invece più appetibili per una ordinaria Autorità Giudiziaria.

Il confine del lavoro di una struttura dei servizi segreti ha sempre avuto in questa labilità la fonte dei sospetti delle “deviazioni” incontrare in numerose indagini per i fatti gravi che hanno colpito il nostro paese, per quanto personalmente non condivido il termine deviati per le ragioni su cui tornerò con un futuro articolo.

Nel caso Alpi, si noti la perdita dell’umanizzazione (Ilaria) rispetto all’oggettualità dell’evento (caso), certamente i servizi segreti hanno avuto un importante ruolo sin da prima del suo omicidio, ruolo che si può evidenziare nella analisi delle loro carte, note, confluite nelle inchieste.

Mi chiedo però quanto sia lo spessore ed il significato delle carte non ancora note giacenti in qualche cassetto o archivio di una divisione del Sismi, non necessariamente protocollate e quindi anche difficili da reperire da parte di una AG procedente, fosse pure con un decreto di perquisizione autorizzato dalla politica.

Nei fatti che mi hanno riguardato ho sempre, con umiltà, cercato di indirizzare un PM interessato ad un operatore del Sismi, verso l’acquisizione di carte e di appunti nella sua abitazione o in quei locali di sua pertinenza diversi da quelli di istituto, una sede oppure un ufficio coperto. Ovvero ho sempre creduto che sequestrare un suo appunto magari detenuto in casa propria, non protocollato ma indirizzato al suo livello superiore, avesse offerto al PM stesso uno stimolo preciso per poi chiedere al Sismi una precisa produzione di carte d’ufficio, sempre se autorizzato dalla politica.

Altrimenti accade come avvenuto in tanti casi, si perde un sacco di tempo in richieste a procedere fra accesso agli atti e la loro de-secretazione, le notizie fuoriescono ed il Sismi produce, al massimo, qualche documento apparentemente significativo ma privo di un reale spessore probatorio.

Sequestrare un “appunto per il capo divisione” in una abitazione privata di un operatore dei servizi segreti, rappresenta il modo più veloce per sapere subito una notizia di interesse investigativo, indipendentemente se questa possa o meno essere utilizzata in futuro processo, utile ed importante nel momento in cui si procede una indagine non ancora inquinata o rallentata dalle giustificazioni della sicurezza nazionale o dalla classica privazione di un testimone perchè fonte tutelata di un servizio segreto.

Quando muore un operatore dei servizi segreti la prima cosa a cui assiste la PG delegata è l’immediato arrivo dei suoi colleghi intenti a sequestrarne le agende, gli appunti, i telefoni ed ogni altra carta che possa riferire al servizio stesso per le giuste ragione del segreto e della identità de colleghi, oltre alle attività specifiche condotte in vita.

Questo ci insegna che non occorre attenderne la morte, quasi sempre sospetta, per capire che molti operatori dei servizi si portano il lavoro a casa, specialmente se nel corso di questo lavoro scoprono delle attività che coinvolgono altre strutture o singoli operatori del servizio segreto.

Per fare un esempio, se un funzionario dell’ottava divisione del Sismi che nei primi anni novanta stava conducendo delle indagini sulla fornitura di armi, scopre che in quel canale emergono dei colleghi della settima o della seconda divisione, prende atto che potrebbe essere una operazione di cui non ha titolo per conoscerne i dettagli, oppure una “porcata” di qualche “deviazione” e ne informa il sui livello superiore tramite un “appunto per il capo divisione” non necessariamente firmato e non necessariamente protocollato, questo ci consente di ipotizzare che vi siano ancora dei documenti reperibili utili per le indagini di PG sia da parte di chi procede il Caso Alpi sia da parte di chi segue le ragioni per le quali un funzionario dell’ottava divisione si impiccherà ad un porta asciugamani.

Non è un segmento fattuale, ovvero non si ha un punto A che raggiunge un punto B ma, purtroppo, occorre osservare questi eventi con il metodo dei cerchi concentrici, col rischio di ritrovarsi in una spirale in cui perdersi e perdere gli anni necessari alla ordinaria giustizia per giungere ad un risultato spendibile in un dibattimento processuale.

Fra questi cerchi concentrici vi si trovano altri appunti, scritti magari dai sottoposti del funzionario originale, indirizzati non più ad un capo divisione ma ad un capo maglia per esempio, seguendo i quali si possono ricostruire le tante parti di un enorme puzzle che può solo suscitare delle suggestive interpretazioni dopo gli anni trascorsi, troppi, da cui però si può ripartire per una nuova analisi.

Per quanto riguarda il caso Alpi, oggi di fronte alla opposizione di una ulteriore archiviazione, non vi sono degli elementi dirimenti tali da stravolgere l’indirizzo assunto dalla ordinaria giustizia, possono però rappresentare un serio stimolo di rinnovato interesse quegli appunti che il Sismi non ha mai trasmesso o che nessuna autorità giudiziaria ha mai chiesto o non ne ha mai saputo l’esistenza.

Una AG chiede alla politica di chiedere al Sismi, che chiederà ai capi divisione che chiederanno ai capi centro, che chiederanno ai singoli funzionari che chiederanno ai propri collaboratori interni ed esterni, che chiederanno alle proprie fonti ciò che presumibilmente la stessa AG può avere a disposizione rileggendo le relazioni di servizio o le informative giudiziarie trasmesse nell’immediatezza dei fatti da una aliquota di PG o da un operatore di una pattuglia intervenuta per prima nel caso di una persona trovata morta, che poi si scoprirà essere dei servizi, con una identità di copertura.

Perchè se è vero che i servizi segreti hanno tutto l’interesse a riprendersi le carte e gli strumenti del proprio collega morto per cause naturali o in circostanze sospette, hanno anche il dovere di qualificarsi se non all’agente di polizia o dei carabinieri operante, al suo livello superiore che informerà il proprio personale dicendo di lasciar fare coloro che arriveranno ma, nel nostro strano paese, capita che anche un operatore di una radiomobile sia scafato abbastanza da “prendere appunti” su quanto si trova a partecipare durante il suo turno di servizio, nel caso per esempio della morte di un operatore del Sismi.

Appunti che riverserà nella relazione di servizio da compilare a fine turno o in una informativa al livello superiore se non alla AG procedente, apparentemente banale ma utile a lasciare traccia contro ogni varia ed eventuale atteso la presenza di “gentaccia” dei servizi sul luogo di un intervento.

Lasciare delle traccie richiede anche la capacità di cercarle e ripercorrerne il significato fattuale, per questo oltre le mere attività di PG è indispensabile agire anche una “intelligence giudiziaria” tale da offrire ad un PM procedente o ad un avvocato che indaga per gli interessi del suo assistito, una opportunità mai prima coltivata per arricchire un castello accusatorio oppure per opporsi alla richiesta di archiviazione per esempio.

Nell’omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin vi sono, a mio avviso, numerosi appunti scritti fra i vari livelli operativi presenti in Somalia a Roma ed a Livorno, carte ed informative non necessariamente siglate o protocollate ma esistenti anche nella memoria di chi le ha scritte a suo tempo.

Disegnare un quadro di insieme di chi operava nei servizi anche in una divisione diversa da quella competente per la Somalia o per le operazioni clandestine, ma che aveva un interesse nell’analizzare un traffico di armi e di rifiuti tossici, può offrire ancora oggi la opportunità di trarne degli appunti scritti in quegli anni in favore del proprio livello superiore o semplicemente come “traccia” del proprio lavoro che può essere oggi uno stimolo di conoscenza utile a comprendere le ragioni della morte di due giornalisti che erano tornati da Bosaso per morire a Mogadiscio.

Bosaso è il luogo in cui, durante un confronto che ebbi con un operatore delle forze speciali e già al Sismi, tentai di indirizzare gli inquirenti che indagavano la strage del Moby Prince, proprio perchè ho sempre ritenuto quel porto del nord della Somalia il luogo ove cercare le notizie sul traffico di armi e di rifiuti e trovare le informazioni idonee per identificare gli italiani ivi presenti anche come operatori o collaboratori di qualche amministrazione di sicurezza e, soprattutto, i militari che non avevano competenze dirette a Bosaso per conto della missione umanitaria (Restore Hope-Ibis).

Fra questi presunti militari vi erano anche chi è poi, o precedentemente, transitato fra le forze speciali ed il Rud e dal Rud al Sismi, operando in quel settore più clandestino del servizio segreto, clandestino ma non ignoto al governo pro tempore e certamente monitorato anche dagli altri servizi stranieri che avevano nella propria sicurezza nazionale un interesse per osservare cosa combinavano gli italiani fra Livorno e Bosaso, da valutare in vista di una condivisione di intenti oppure da interdire laddove potesse rappresentare una minaccia per i propri interessi.

Vi sono carte giudiziarie che dimostrano chiaramente un monitoraggio in tal senso di operatori stranieri nei confronti di alcuni paracadutisti italiani in servizio a Livorno con proiezioni al Sismi ed in Somalia, sospettati di essere coinvolti in una operazione di fornitura di armi in favore somala e presumibilmente distratte altrove.

Il gioco dell’intelligence rischia di far impazzire chi segue quei cerchi concentrici, uno collegato all’altro ma allo stesso tempo apparentemente irraggiungibile se analizzato coi soli strumenti di polizia giudiziaria e scarsamente utilizzabile in un futuro processo penale.

Opporsi alla richiesta di archiviazione del caso Alpi coi soli documenti storici delle carte dell’inchiesta è difficile laddove la AG procedente mira ad identificare i singoli autori del delitto, i quali resteranno a mio avviso ignoti, mentre molto può fare sui potenziali mandanti e sul concorso da parte di chi da quelle morti ha tratto un vantaggio, perchè Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono state vittime di una attività associata ed organizzata riferibile a cittadini italiani anche presumibilmente coi fregi dello Stato.

Un avvocato ed i suoi collaboratori poco possono fare se non inoltrare delle istanze alla AG o alla politica pro tempore, molto può invece fare chi indossa o ha indossato quei fregi dello Stato, sia come militare di carriera che operatore dei servizi, i quali possono ancora oggi dirci se in una abitazione di Ciampino di pertinenza del Marocchino vi erano delle riunioni diverse dal solo incontro col suo storico avvocato, come potrebbero ancora dirci chi di loro ha raggiunto Bosaso prima e durante l’intervento italiano in Somalia.

Dopo tanti anni sono giunto alla conclusione dell’esistenza di un fil rouge somalo che collega la morte di più persone, da Vincenzo Li Causi ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, da Marco Mandolini a Mario Ferraro fino agli incidenti con-causati da quanto di indicibile la politica ancora oggi sembra mantenere segreto nel rapporto con la Somalia.

Temo al ricordo di una riflessione che ascoltai nel corso del mio coinvolgimento nell’inchiesta che analizzava il presunto traffico di rifiuti tossici con la Somalia, quando un pentito disse che “la Somalia siamo noi” riferendosi al fatto che l’interramento e l’affondamento occulto di quei rifiuti non era mai cessato, trovando in Italia lo spazio necessario per continuare un lucroso smaltimento di veleni.

F.P.