il trauma dell’ingiustizia e la verità raccomandata…

26 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
il trauma dell’ingiustizia e la verità raccomandata…

Nel nostro strano paese la parola Giustizia ha lo stesso peso e valore sociale del significato di in-giustizia, intesa come la difficoltà di giungere ad una verità compatibile fra la storia dei fatti e l’attualità delle sentenze, ove per attualità si parla del trascorrere dei decenni, soventi caratterizzati proprio dall’altalena dei verdetti che contraddicono le progressive sentenze.


Tutto questo riduce il valore morale e sociale della testimonianza, oggettualizza il ruolo delle parti offese, enfatizza gli interessi politici la cui convergenza sostituisce l’esclusivo interesse della verità dei fatti tanto da strumentalizzare l’esito di una indagine laddove è mirata a conoscere l’indice di inquinamento dei gangli dello Stato.


Alla fine non rimane che la tutela della memoria, sepolta viva nella tomba della storia il cui rantolo rappresenta i sospiri dell’ansia di chi patisce il peso dell’ingiustizia contro il proprio respiro.


Le complicanze psicologiche dell’ingiustizia non possono essere sottovalutate denigrando coloro che ne manifestano i segnali, quali appunto l’ansia, lo stato depressivo o bipolare e quella ampia manifestazione di disagio che rientra nella rosa della sindrome da stress post traumatico, sigla utilizzata anche come alibi di una psicologia e di una psichiatria di parte.


Oppure si crede che chi sopravvive ad un attentato, chi vede morire degli innocenti o i propri cari in modo atroce, chi patisce le catene delle false accuse, chi subisce la terribile de-personalizzazione dell’inquinamento delle indagini e dei depistaggi di Stato, possa rimanere sereno ed equilibrato pur nel massimo sforzo offerto al restare “sano”?.


Il nostro è quel paese in cui le associazioni delle vittime ed i comitati di ricerca di una verità hanno nel “non dimenticare” lo slogan comune, un invito collettivo a lottare contro la riduzione della memoria e non solo contro chi dell’oblio fa il proprio miglior complice.


Quando, nei miei vagabondaggi giudiziari fra una Procura e l’altra, mi sento dire che è pazzesco pretendere delle ragioni su degli eventi accaduti oltre trenta anni fa, non mi soffermo tanto sulle parole ma su chi le dice, ovvero dei magistrati o degli operatori di PG che hanno trenta anni o poco più, che si ritrovano ad indagare dei fascicoli ingialliti con gli atti scritti a penna o dattiloscritti in carta velina.


Vivere con una trauma in prestito come quello dell’ingiustizia è difficilissimo perchè se ne subiscono prima di tutti i meccanismi difensivi che il nostro cervello attiva, anche inconsciamente, per tutelarci da una deriva patologica ma col rischio di renderci degli equilibristi in bilico fra un processo limbico vulnerabile ed un processo giudiziario trentennale.


In oltre trenta anni nei quali sguazzo nella fanghiglia del depistaggio e dell’inquinamento posto in essere da soggetti che, per influenzare delle indagini, debbono necessariamente avere quelle opportunità d’ambiente per farlo, ho compreso quanto sono vulnerabile a questo trauma in prestito.


Ho compreso quando sia ancora più incisivo il trauma in coloro direttamente coinvolti nella morte di un caro o sopravvissuti al proprio attentato, nel quale sono state distrutte le vite di altri innocenti, vittime collaterali di una guerra che non può più essere solo attribuita alla parte dei cattivi, laddove i cattivi trovano negli interessi convergenti dello Stato un silente rifugio intonacato dal ricatto.


Paradossalmente mi sono trovato ad essere “raccomandato” per superare il filtro della credibilità, ritrovandomi nelle stanze del potere che mi hanno “accolto” non per i contenuti della mia testimonianza ma per la sola segnalazione di chi aveva un ruolo per gestire quei filtri, altrimenti sarei restato ignorato come tanti altri cittadini che chiedono giustizia nei fatti di Stato.


Accoglienza rappresentata dal solo essere sentito da un apatico funzionario delegato, anche di spessore ma privo di un potere decisionale per trovare i fascicoli di interesse celati all’interno di quelle segreterie speciali che si trovano nei ministeri ed alla Presidenza del Consiglio, dai quali trarre le conferme o meno di un contenuto testimoniale.


Quei fascicoli dicono la verità, in un senso o nell’altro, gridano ciò che è segreto, sbattono le mani contro le grate di una gabbia di contenimento protetta dai gendarmi, come un manicomio giudiziario.


Più o meno come faccio io e gli altri che persistiamo a scrivere, a sensibilizzare l’opinione pubblica, ritrovandoci invece personalizzati nelle attenzioni quando tanto vorremmo essere solo un riflettore che illumina il buio e non gli attori protagonisti di una annosa battaglia.


Sbatto tutti i giorni contro un invisibile muro, costretto a cercarlo dentro di me, proprio per non scoprirmi prigioniero del mio personale bisogno di Giustizia.


La Giustizia è infatti quel bisogno anche psichico che ci consente di conoscere e riconoscere il valore della libertà, altrimenti restiamo solo dei ribelli, ora al sistema che la nasconde, ora alla nostra stessa struttura di pensiero che patisce il trauma e, rinforza così, solo chi ci descrive come pazzi…


F.P.