il peso della nebbia del Moby Prince…

25 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
il peso della nebbia del Moby Prince…

La tragedia del Moby Prince, oggi definita strage, ha sempre visto la nebbia come la causa della collisione con la petroliera alla fonda nella rada di Livorno sin dalle primissime indagini.

Nebbia di avvezione, non quella più comune, è stata la prevalente tesi che ha di fatto offuscato ogni altra eventuale ipotesi investigativa sulle con-cause della tragedia, anche quando sono state condotte delle indagini oltre la nebbia stessa, questa è sostanzialmente rimasta esattamente dove era stata posta da sempre.

La recente commissione parlamentare di inchiesta sulle cause della tragedia ha in poco tempo cancellato questa tesi giudiziaria, che ha caratterizzato le indagini per oltre due decenni e, come spesso accade nel nostro strano paese, tutto si ribalta in modo tale da farci quasi girare la testa.

Certamente quello della commissione è un risultato che consente di far luce sia sulle con-cause diverse dalla nebbia che sui motivi per i quali è stata opposta agli occhi della collettività, mi auguro infatti che la nebbia rimanga come oggetto di future indagini, non per capire se c’era quella maledetta sera ma chi ce l’ha messa per così tanti anni.

Questo è il peso della nebbia del Moby Prince che a mio avviso occorre saper misurare per conoscere e riconoscere le responsabilità che essa nasconde rispetto al naufragio della ricerca delle cause e delle concause della morte di così tante persone, senza ipotesi complottistiche ma coscienti che vi è stata una volontà precisa e condivisa di usare la nebbia come strumento e non come elemento al fine di nascondere in essa ciò che, per ragioni ignote o solo ipotizzate, rappresenta la debolezza dell’apparato investigativo attivato e la forza di ciò che stava avvenendo intorno al Moby Prince prima, durante e dopo la collisione.

Parlo di debolezza investigativa senza nulla togliere alla bontà del lavoro della Procura di Livorno che, mi si permetta dire nella misura che mi ha riguardato, ha manifestato la debolezza di chi ha adottato una cultura investigativa diversa da ciò che necessitava una simile indagine, condizionata invece sia da quello che ho sempre definito come un “andazzo alla livornese” sul quale scriverò più dettagliatamente che da una serie di fattori esterni su cui occorre puntare un faro, magari antinebbia.

Il peso della nebbia del Moby Prince è altresì palpabile nelle sviste nel corso delle analisi delle carte raccolte dagli inquirenti, le quali avevano in quelle certamente a loro disposizione delle indicazioni ben diverse da quanto hanno scritto nei motivi di archiviazione, anche ove mi riguardano, tanto che ho definito essere stata una sorta di “omissione di occhi di ufficio” il non accorgersi di alcune contraddizioni nei rapporti provenienti da fonti istituzionali che, se meglio analizzate, avrebbero potuto offrire un ulteriore stimolo investigativo.

E’ un peso perciò che ha affondato le indagini ancorandole ad un punto nave che ha girato a 360° solo per dimostrare di guardare apparentemente ovunque, restando invece vincolati alla corta catena del pregiudizio e della tesi prevalente contro ogni altra ipotesi, anche in forza di quella terribile dinamica della difesa del proprio ufficio utile a ridurre un interesse diverso per comprendere la qualità del lavoro svolto e, non la quantità, da parte di chi sin dalle prime ore dopo la tragedia ha acceso un, nebuloso, fascicolo penale.

Da più segnali avverto che vi sono delle nuove indagini, quantomeno conoscitive, parte del lavoro giudiziario che la commissione di inchiesta ha sostanzialmente imposto con l’invio dei propri atti, anche e soprattutto quelli secretati, alle procure di Livorno e di Roma che debbono dare seguito alla valutazione di ogni potenziale rilevanza penale, attuale, rispetto non solo all’evento Moby Prince ma per altre ipotesi di reato su quanto stava accadendo intorno al traghetto e le ragioni per cui vi sono state delle manovre finanziarie e degli accordi privati fra le parti in causa.

Quando un terribile evento è inquinato da una enorme mole di denaro vi è il rischio che qualcuno si possa intossicare, come un giudice corrotto per esempio, condannato in via definitiva come tale e su cui ho sempre chiesto ulteriori accertamenti relativamente al vivaio di collaboratori che hanno contribuito alla sua carriera nel livornese ma, questo riguarda la mia personale vicenda con quel giudice che si è intersecata alle indagini del Moby Prince.

Personale ma non esclusiva, perchè non era solo un magistrato bensì ha ricoperto degli incarichi di spessore e dai quali in molti hanno ricevuto dei benefici, sia in termini di carriera che di compiacenza, i cui nomi ed il ruolo ricoperto è un mio interesse specifico per ricostruire un quadro di insieme del marcio che certamente per un determinato periodo ha inquinato il panorama giudiziario e investigativo livornese.

Il peso della nebbia del Moby Prince lo si misura andando a ricercare ogni singola goccia di quella nebbia, come una seria indagine su una tragedia del genere richiede di fare, per offrire a chi ne è stato coinvolto una mappa di coloro che hanno volontariamente affondato il proprio giuramento istituzionale per salire sulla crociera della nave del potere che, proprio a Livorno, ha trovato in quegli anni un porto saldo.

Non ho mai amato i ribaltoni giudiziari, sono pericolosi come la nebbia stessa perchè se da un lato fanno luce su quello che era offuscato, dall’altro rischiano di abbagliare.

Rimango un cretinotto qualsiasi in attesa di risposte senza la presunzione di somministrare dei quesiti a chi per mestiere pone le domande…

F.P.