gli ultimi tre giorni del Condor (Mike)…

25 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
gli ultimi tre giorni del Condor (Mike)…

Con questo odierno articolo intendo stimolare una riflessione sulle ragioni per le quali il sottufficiale dell’Esercito dei nostri migliori reparti era in quella località il giorno dell’omicidio ed i motivi per cui aveva incontrato altri colleghi, anche loro non più in forza attiva al “nono” ma transitati ai servizi o in altre sedi operative diverse dal Col Moschin.

Articolo che riferisce a quel fil rouge somalo che ho così denominato per collegare gli eventi che indirizzano verso la Somalia ed al presunto traffico di armi e di rifiuti tossici, in cui a vario titolo sono coinvolto per le ragioni riconducibili sia alle indagini sulla tragedia del Moby Prince che a quelle legate alle attività che ho condotto in uniforme e dopo aver terminato la carriera militare.

Il fatto che sia accaduto tanti anni fa lo rende storico ma protagonista nella sua attualità investigativa, atteso che da più segnali evidenzio un rinnovato ardimento da parte di chi tenta oggi di esfiltrarsi da un coinvolgimento nelle indagini mirate a capire la struttura di quel fil rouge somalo, sia esse private che procedute dalle varie autorità giudiziarie che hanno imparato a collegare più eventi fra loro e, nella fattispecie, la morte di Marco Mandolini e di Mario Ferraro, la morte di Ilaria Alpi e di Vincenzo Li Causi associando agli atti di indagine anche quelli provenienti dalle varie commissioni di inchiesta sui rifiuti tossici in particolare, nei quali emerge un quadro di collusioni fra le istituzioni e la criminalità organizzata che merita un approfondimento.

Il segnale principale che ho evidenziato riguarda l’interesse da parte di un ex collega di Marco Mandolini nell’attivare, come suo diritto, delle indagini difensive per tutelare i propri interessi dopo che ha percepito di essere stato incluso in una sorta di rosa dei sospettati, dando mandato ad un avvocato che si è avvalso di un investigatore privato che mi ha attenzionato nelle sue ricerche.

Ognuno di noi ha il pieno diritto di tutelare i propri interessi nei modi previsti dalla legge, anche quelli di collezionare le informazioni su persone non direttamente coinvolte, come nel mio caso rispetto alla amicizia che lega la mia Famiglia a quella di Marco Mandolini, motivo per cui dagli ambienti militari livornesi, nei quali il mio nome era già noto come quello di un “rompicoglioni” vi è stato uno stimolo per capire se fossi stato o meno delegato per condurre qualche forma di indagine per conto dei Mandolini.

Come ho detto anche pubblicamente, le uniche indagini che conduco sono quelle storiche per i fatti che mi riguardano sin dal 1986, tali da includere negli obiettivi di analisi anche gli eventi ad essi complementari riconducibili a quel fil rouge somalo di cui sopra, fra i quali l’omicidio di Marco Mandolini ha un interesse legato alla presenza di chi egli possa aver incontrato nei giorni immediatamente precedenti fino al suo brutale omicidio.

In questo, vi è una convergenza di interessi, perchè presumibilmente sono nomi che si ritrovano anche nei fatti che mi riguardano, riconducibili a quella squadra che mi aggredì nel 2007 lasciandomi i segni fisici che ancora mi porto addosso.

Di quell’episodio ho sempre parlato poco perchè da un lato speravo che la magistratura attivasse una seria indagine e dall’altro ho condotto io stesso una attività privata, che è partita dal ritrovamento del mio cellulare da parte di un sottufficiale del Col Moschin presso la base a mare, il quale lo riconsegnò ai Carabinieri pochi giorni dopo che fui aggredito.

Il cellulare lo avevo nella macchina che fu data alle fiamme, con me dentro, avrebbe dovuto quindi trovarsi nei resti della vettura che, dopo aver trascorso molto tempo in un aperto deposito giudiziario, fu inviata ai RIS di Roma per le analisi investigative, ove ancora oggi si trova dopo dodici anni.

Cellulare che conteneva la sim con cui, nei giorni precedenti l’incontro col Dottor Carlo Palermo, avevo scambiato dei contatti con degli ex colleghi della Folgore, fra i quali alcuni in servizio al Col Moschin.

Ho cercato di capire se la procura procedente avesse dato seguito alle analisi delle celle telefoniche dell’area in cui sono avvenuti i fatti, come ho cercato di accedere ad altri atti ma con scarso risultato debbo dire, per cui mi sono indirizzato alla raccolta delle memorie di chi quella sera era nei pressi della BAI per trarne qualche loro ricordo.

Senza dimenticare che la mia Famiglia ha progressivamente subito una serie di ingerenze tali da indurre a percepire una minaccia, ivi compreso quando mia moglie Sara, a Livorno, si è vista puntare una apparente arma dal finestrino di un auto con due uomini a bordo, questo mentre aveva nostra figlia in braccio e contestualmente all’interesse di una autorità antimafia nella raccolta delle mie memorie per gli eventi della falange armata.

Episodi tutti denunciati e segnalati alle competenti autorità ma non per questo sono rimasto passivo, solo resiliente nella scelta di non agire nessuna reazione violenta, anche di fronte a due balordi che mimano il colpo in testa contro mia moglie e mia figlia.

Non ho fatto indagini a scrocco sfruttando il lavoro altrui ma ho investito nel corso degli anni molte risorse personali indirizzando le ricerche verso la raccolta dei dato di fatto incontrovertibili, dai quali costruire un quadro di insieme in cui individuare un filone di approfondimento e di analisi.

La parte militare di questo filone coinvolge inevitabilmente gli ambienti che ho frequentato fra la seconda metà degli anni ottanta e quella degli anni novanta, con nomi ed incarichi che ritrovo nelle carte degli eventi che caratterizzano il fil rouge somalo, fra cui come ho detto anche la morte di Marco Mandolini.

La città di Livorno e la sua provincia ospitano le prime o seconde abitazioni di numerosi ufficiali e sottufficiali che prestano o hanno prestato servizio nei reparti della Folgore, poi transitati ai servizi o ai livelli superiori di comando presso lo Stato Maggiore della Difesa. Questi hanno i figli nati e cresciuti a Livorno, magari la moglie stessa preferisce una bella villetta a Montenero rispetto che il traffico di Roma per esempio, oppure più semplicemente amano ritrovarsi insieme ai colleghi presso il reparto di origine da cui partire per prendere un caffè alla baracchina rossa o a casa di un Colonnello a Piombino bravo a fare la crema con lo zucchero col primo schizzo che emerge dalla moka, rigorosamente napoletana.

Altri scelgono gli alberghi del circondario evitando di chiedere ospitalità nelle case-herme, abituati a questo tipo di incontri sin dai tempi in cui telefonavano alle redazioni dei giornali con accento simil germanico, facendolo però col proprio documento che finisce nella raccolta dei dati Istat regionali oltre che negli statini di presenza alloggiati tenuti presso le locali autorità di polizia ed immessi nel sistema SDI. Forse con la supponenza dell’impunità in forza del tesserino di servizio che hanno o hanno avuto per anni, che li descrive come appartenenti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che tradotto significa i servizi segreti.

Per farla breve è interessante ricostruire quel quadro delle presenze a Livorno dai tre giorni precedenti l’omicidio di Marco Mandolini, anche nelle foresterie dei presidi militari locali oltre che dentro la Vannucci, proprio per comprenderne le ragioni e gli eventuali incontri, o scontri, avuto con Marco da parte di soggetti che, come lui, non erano per quanto ricordo più in forza al nono.

Strutturare una indagine sulla mera raccolta delle tante ss.ii.tt. ovvero le sommarie informazioni testimoniale può essere utile per farsi una idea generale, oppure mirare solo a quelle che rinforzano un preconcetto investigativo strumentale, comunque sono testimonianze sommarie che se non sottoposte ad un contraddittorio nel corso di un dibattimento processuale rimangono solo opinioni, memorie non accertate ove una melmosa fanghiglia in cui coltivare il seme della delegittimazione.

Per quanto sopra è assolutamente palese e trasparente il mio personale impegno nella ricerca di atti, testimonianze e documenti utili al mio interesse per ottenere Giustizia per gli eventi che ho patito, sin dal 1986, una sorta di ergastolo quindi.

Tutti gli ex colleghi dell’Esercito sanno che quando si parla di quei fatti ne registro la conversazione e per questo qualcuno di loro si è offeso e me ne dispiaccio ma, ritengo che, se un ex collega che ricopre una funzione pubblica ha notizie anche riservate su fatti di Giustizia egli ha il dovere di offrire la propria testimonianza, non deve essere chiamato da una AG dopo che il Piselli (“infame”) ha fatto ascoltare i contenuti del colloquio.

Per questo quando mi chiama o mi cerca qualche ex collega, consapevole del mio interesse in tal senso, è chiaro che ha tutto l’interesse affinchè lo registri sapendo che quel che dice potrà al massimo rappresentare un documento indicativo per gli inquirenti ma è carente dei requisiti per essere portato in un eventuale processo come elemento di prova e, per questo, ne apprezzo l’intelligente contributo che a distanza di così tanti anni ha comunque perduto la sua eventuale rilevanza penale.

Funziona in questo modo il linguaggio comunicativo di quegli ex colleghi che vorrebbero tanto parlare ma non possono farlo, trovando nel “coglione” del Piselli il mediatore di testimonianza come accaduto ai tempi del Moby Prince, il quale al massimo finisce se non in fiamme di sicuro affogato nel fango della delegittimazione.

Sono tanti coloro che sanno su quel fil rouge somalo, alcuni dei quali sarebbero felici di vedere qualche loro collega uscire dalla caserma con le manette ai polsi e, questo, è un clima che recentemente qualcuno ha iniziato a respirare, avvertendo che l’omertà prima condivisa inizia ora a sgretolarsi.

Un vigliacco, anche se pluri medagliato al valore, tale rimane emotivamente e nessuna medaglia gli potrà offrire un rifugio contro la sua stessa viltà camuffata da un incarico prestigioso ed anche guadagnato con fatica e capacità ma, un conto è l’ardimento operativo, altro è il coraggio della testimonianza.

Ci vuole coraggio per testimoniare, fatelo quindi, una volta per tutte magari contattando direttamente Francesco che del fratello ha sempre difeso la memoria, perchè nessun vantaggio potrà più giungere da quel segreto che non può essere giustificato dal rispetto di un Nulla Osta.

Per quanto mi concerne continuerò nelle mie ricerche che, laddove siano di interesse di una AG procedente, inoltrerò per competenza come ho fatto in passato assumendomene come sempre tutte le più ampie responsabilità ad ogni effetto di legge e, faccio presente, che non ho mai ricevuto una condanna per falsa testimonianza, solo fango.

E’ paradossale, ci sono persone che temono di offrire la loro vera testimonianza per non perdere quel (falso) onore che li lega al reparto o a qualche collega marcio che del reparto si fa scudo, preferendo nascondersi nell’omertà medagliata che media la vigliaccheria nel luccichio di un simbolo di coraggio.

Chi ha incontrato Marco Mandolini nei tre giorni che hanno preceduto il suo omicidio?

Senza andare a cercare quei presunti convegni carnali di dubbia genesi che hanno inquinato le indagini fino ad oggi, riferendo questo incontro al personale gravitante nella sua area professionale e non negli indirizzi relazionali di sorta.

Raccolto questo dato si potrà meglio riconoscere le ragioni e le mani di chi lo ha massacrato nel fisico e nell’onore.

Concludo con un pensiero di Garibaldi, chissà che non faccia rilfettere:….“vi sono momenti nella vita, la cui rimembranza, sebben lontana, continua a vivere nella memoria, e per quanto strani siano gli eventi, quella rimembranza conserva il posto che vi ha preso”

F.P.