fiero italiano, cittadino del mondo…

11 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
fiero italiano, cittadino del mondo…

Ricordo ancora la discussione che ebbi con un doganiere statunitense quando, un trentina di anni fa, aspettavo di passare il controllo all’aeroporto di New York, il quale non aveva simpatia per gli italiani e mi provocava con veri epiteti, dal “Guidos” ai classici “mafia e pizza”.

Gli risposi in inglese americano senza accento ed ottenni per qualche secondo la sua attenzione, il tempo necessario per spiegargli la cultura italiana nel mondo e la bellezza della sua origine irlandese della quale andava fiero a baldanzoso, parte della quale ignorava, meno comprese l’espressione in livornese che lo invitava ad abbandonare il ragadismo intellettivo ma questo poco importa.

Ricordo la presenza di una famosa e formosa attrice italiana che era nello stesso volo e questo offrì al doganiere di cui sopra l’apprezzamento per il nostro paese individuato nella internazionale capacità delle donne di mediare i conflitti maschili, pur trovando nella mia espressione la delusione del dover sempre sperare nel confronto giunonico per trovare un punto di interesse.

Talvolta il mio essere un fiero italiano è stato confuso con il mero simbolo di una intransigenza radicale contro ogni diversità dall’essere italiano ma così non è, sono un cittadino del mondo anche solo per aver viaggiato tanto nella mia vita ma resto fortemente radicato alla mia nazione, un tempo definita Patria quando ne indossavo i fregi dello Stato.

Essere fiero italiano è il mio modo di veicolarne tramite la mia piccola gastronomia la cultura, le tradizioni, la bellezza di un paese ricco di storia e di arte, di genti e di differenze altrove difficili da trovare, oggi minate da una globalizzazione del pensiero che rischia di omologarci tutti quanti in finti americani dei sobborghi.

Ho sempre amato la storia e la ricerca storica delle piccole cose, ad iniziare dalla provenienza della mia famiglia di origine e dalla sua evoluzione nel mondo in forza dei periodi dell’emigrazione, delle guerre e delle colonizzazioni.

Si scopre così che tutti siamo in qualche modo “negri” o ebrei oppure con qualche goccia di sangue proveniente dallo stesso ceppo di chi oggi indichiamo come diverso, per questo ho compreso che non sono italiano ma lo sono diventato grazie al mondo stesso e, come tale, sono fiero di esserlo e di essere un cittadino del mondo, per quanto mia moglie Sara si ostina a dirmi che sono più sardo di lei.

E’ la società in cui vivo perciò che mi rende cittadino e non necessariamente il sangue della mia origine familiare, società che mi offre la scelta se radicarmi alla difesa del suo territorio come elemento identificativo o contro un potenziale invasore e questo giustifica il senso della Patria o la tutela dei confini contro una migrazione incontrollata ma non il bieco razzismo o il semplice dichiararsi italiano come rappresentazione dell’essere.

Porto un cognome paterno che in passato davano ai trovatelli ed è stato assolutamente educativo ripercorrere i registri storici italiani ed esteri oltre agli appunti parrocchiali, per comprendere che presumibilmente un bis-bis-nonno proveniva dall’estero ed aveva dato alla luce chi poi fu abbandonato alla nascita e trovato nel campo coi fiori della pianta del pisello, da cui prese il cognome come usavano attribuire i preti o le levatrici di fortuna.

Ho trovato tracce storiche della mia famiglia nella comunità ebraica in Portogallo, poi in Algeria, quindi nelle americhe, infine nelle Marche, in Umbria e nel Lazio da dove provengono i miei genitori che mi hanno fatto nascere in Toscana mentre i miei figli sono tutti nati in località diverse.

Tracce di ebrei portoghesi e di arabi algerini quindi e forse in questo risiede la mia passione per le lingue e per il viaggiare, tracce di parenti preti e suore badesse della Chiesa romana, tracce di combattenti e disertori, tracce di fascisti della prima ora e di partigiani emigrati dopo la guerra.

Questo siamo in fondo tutti noi, il risultato della storia dalla quale nulla vogliamo imparare.

Dovremmo tutti noi abbandonare la bandiera dell’ignoranza per dare vento ai colori della storia, la quale ci insegna che siamo sostanzialmente tutti diversi proprio grazie all’essere tutti uguali e figli della storia.

Uguali ma non simili, differenti nei modi e nei tempi della nostra evoluzione, queste sono le differenze positive che debbono essere difese, non quella di una razza che non esiste, altrimenti dovremmo porre in discussione ogni singola goccia di sperma che ha contribuito al nostro attuale colore della pelle o alla nostra residenza.

Abbiamo perduto il senso della reciprocità, quello che consente di ottenere da un soggetto terzo la stessa tolleranza che gli offriamo ma, non per questo dobbiamo difenderci col razzismo dalla sua ignoranza, aggressività o intolleranza.

Per fare un esempio, quando accolgo un islamico che non si integra nel mio paese ma ne sfrutta le opportunità e mi impone di assistere a delle dinamiche relazionali che non condivido, questo mi spinge ad interpretarlo come “diverso” da me, ai limiti della mia intolleranza. Come posso fare quindi per riuscire a raggiungere una reciprocità, una relazione sociale diversa dal solo guardarci a distanza e magari in cagnesco, mi chiedo, sapendo che al suo paese se solo mi azzardo a fare ciò che lui fa nel mio ne subirei delle gravi conseguenze proprio per l’assenza di una reciprocità

Non ho una risposta concreta, spero nella politica dell’integrazione che possa favorire una miscela di culture senza prevaricazioni ma temo anche che se questo non avverrà fra cento anni sarà prevalente la “sua” cultura su quella originale del mio paese, più libero e tollerante ad oggi.

Timori diffusi e condivisi contro i quali cerco delle risposte senza rifugiarmi nell’odio e nell’intolleranza, ricordandomi che il mio cognome porta nella sua espressione il senso dell’abbandono e dell’accoglienza.

Non intendo perdere la mia umanità contro la mia politica, come non desidero rinunciare a dei diritti acquisiti in nome di una politica dell’accoglienza strumentale ed opportunistica.

La storia è migrante e come tale ci insegna che dobbiamo solo imparare ad aprire le porte ai vantaggi delle culture e delle differenze, alle persone per bene e non ai timori di un arrogante invasione da parte di chi trova nella incapacità altrui il modo migliore per liberarsi dalle persone peggiori, le quali non diventano migliori per il solo essere accolte con un abbraccio.

Viviamo in una epoca nella quale la confusione fra le opportunità del confronto col “diverso” nascondono i rischi di non comprendere la differenza fra il bene ed il male ma solo tra i colori e le cosiddette razze.

La cultura della violenza crea solo il razzismo dalla quale ci difendiamo paradossalmente difendendo la nostra razza contro chi difende la propria, diventando così tutti noi parte della violenza stessa.

Le regole sociali debbono essere definite da una politica degna di storia e non di stomaco, regole che sono l’unico reale filtro contro l’accoglienza di chi poi dobbiamo cacciare per essere un serio problema sociale, come chi commette dei reati nel nostro paese, tali da provocare la morte degli innocenti, a causa di una politica incapace di gestire un fenomeno esistente da sempre, oggi diventato strumento geo-strategico che merita una attenta e profonda analisi…

F.P.