“e, se così, non fosse Stato”…due parole sulle ragioni delle mie ricerche nella ricerca delle mie ragioni…

24 Febbraio 2019 Off Di Fabio Piselli
“e, se così, non fosse Stato”…due parole sulle ragioni delle mie ricerche nella ricerca delle mie ragioni…

Lo Stato ha nei suoi canali informativi sia una importante risorsa che una enorme debolezza, questo perchè nel nostro strano paese la verità ufficiale è spesso miscelata ad una menzogna che nasconde un segreto da tutelare con quelle dinamiche generalmente definite col termine di “depistaggio”.

Depistaggio attivato nel corso di quelle indagini che mirano ai livelli più riservati della politica, alle collusioni di questi con gli ambienti della criminalità organizzata tramite una area grigia oggi descritta come “massomafia” per evidenziare la mediazione della massoneria in tal senso; la storia ce lo insegna sin dal primo dopoguerra e dalla nascita della Repubblica fino agli anni di piombo ed alla P2 per poi fare un balzo generazionale a raggiungere gli anni bui delle stragi di Falcone e Borsellino. Oltre agli equilibri geo strategici che il territorio italiano ha sempre rappresentato e rappresenta nello scacchiere sud europeo.

Ogni depistaggio necessita quindi di un “impistaggio” ed ogni menzogna richiede una “contromenzogna” in quell’ampio panorama investigativo e giudiziario nel quale la verità di un fatto grave si confonde con la verosimilità ed il falso diventa, non più un mendacio, ma uno strumento di opportunità per la tutela di un segreto.

Dopo 34 anni ho raggiunto la piena consapevolezza della mia storia e delle fasi evolutive che ne hanno caratterizzato alcuni periodi, da quando ho indossato l’uniforme coi fregi dello Stato nel 1985 a quando mi hanno messo i ferri nel 1988 fino alle collaborazioni con le varie aliquote di Polizia Giudiziaria ed alcuni funzionari dei Servizi per tutta la seconda metà degli anni ottanta fino al 2007.

Il 2007 è stato l’anno che ha portato il mio nome alla conoscenza del vasto pubblico tramite gli articoli di stampa ed i servizi dei TG riguardanti l’inchiesta sulla strage del Moby Prince, anno in cui ho scelto di scrivere il Blog per non restare ancorato all’essere solo un oggetto di notizia desiderando tutelare il mio essere una persona, un soggetto, capace anche di offrire il confronto diretto delle proprie esperienze scegliendo così di scrivere un mero Blog.

In questi anni ho letto il mio nome su molte carte giudiziarie, nei libri, nei giornali ed in rete, l’ho ascoltato in alcuni documentari e nelle audizioni delle commissioni di inchiesta parlamentare, descritto talvolta in modo positivo altre volte ambiguamente ove non caratterizzato da una feroce valenza denigratoria proprio tramite l’uso strumentale degli apparati informativi dello Stato.

E’ ormai noto, almeno ad alcuni magistrati, non solo la ragione delle mie ricerche caratterizzata dalla ricerca delle mie ragioni, per i fatti vissuti e patiti, ma anche il motivo per il quale ho adottato in alcune occasioni nel corso dei decenni il sistema dell’ impistaggio e della contro-menzogna come risorsa per contrastare non solo quanto stavo patendo ma anche per accompagnare gli inquirenti “sulla retta via” con la “supponenza” di conoscerla o, meglio, di riconoscerne il depistaggio, risultando perciò talvolta apparentemente “spavaldo”.

Questo perchè le informazioni veicolate nei canali riservati o interni agli apparati di Giustizia avevano un indirizzo inducente ad interpretarmi come un “malato mentale” di ridotta credibilità testimoniale ove non colluso con gli ambienti che, di fatto, stavo io stesso denunciando sia come pubblico ufficiale, consulente di PG, privato cittadino o testimone in fatti di Giustizia.

Quando trascorrono trenta anni vi è il rischio di perdere il filo originale dei fatti storici, trasformando proprio in una “storia” quello che invece se non elaborato diventa un costante presente per chi lo patisce col paradosso di ritrovarsi a parlane con chi, magistrato o ufficiale di PG, nel periodo di quei fatti era ancora in fasce ma li affronta come se li avesse vissuti personalmente solo per aver ricevuto la delega e le carte.

Ho indossato l’uniforme quando non avevo ancora l’età per guidare una macchina o per votare ma lo Stato si è fidato di me permettendomi l’uso delle armi, nel paradosso di non essere maturo per esprimere un indirizzo politico ma esserlo per gestire l’uso di una pistola e di un mitragliatore con proiettili veri ed il colpo in canna in quel periodo.

E’ iniziata così la mia storia, con la vincita del concorso per il 58° corso sottufficiali dell’Esercito dal quale si è evoluta la mia strana carriera militare, infatti perdevo i gradi invece di progredire nella carriera ma assumevo degli incarichi definiti fiduciari all’interno di un circuito sotto integrato a quello ordinario.

Ho dovuto investire trenta anni per dimostrare reale quello che invece era sempre stato descritto come fonte di un millantatore, di un frustrato, ove reale non significa vero ma è già sufficiente per staccarlo dal falso e dall’inventato. In poche parole siamo passati dal “cazzaro” al “se c’era, perchè, e se era dentro gli apparti dello Stato dove non avrebbe dovuto essere, chi ce lo ha messo?”.

34 anni per la precisione vissuti in una lotta impari, condotta in solitudine o forse meglio dire isolato, contro una nozione di sistema che ha tutti gli strumenti dello Stato usati a contrasto di quanto, coerentemente, ho detto e denunciato almeno sin dalla prima informativa che redassi nel settembre 1986 in cui descrivevo le dinamiche della gestione della mia carriera, sulle quali torno più avanti.

Pochi mesi dopo quella informativa, nel dicembre del 1986, un noto transessuale livornese, tale Mauro Amaro in arte “Maruska”, denunciò ai Carabinieri un episodio in cui disse di essere stato vittima del furto dell’incasso della serata di prostituzione e di un mangianastri a cassetta, nella data in cui ero non a Livorno ma alla base americana Ederle di Vicenza, atteso che da alcuni mesi frequentavo assiduamente Camp Darby e gli ambienti militari americani, denuncia in cui questi coinvolse immediatamente l’ambiente militare riferendosi al suo ex fidanzato, un carabiniere paracadutista in servizio al “Tuscania” pur denunciando un evento apparentemente riconducibile agli ambienti di strada del transessuale o della tossicodipendenza atteso il furto del mangianastri, tipico in quegli anni di chi cercava mezzi veloci per procurarsi i soldi per una dose.

Ero in servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore, al 185° reggimento a Livorno, quando mi dissero che avrei dovuto aggregarmi ad un reparto di artiglieria missilistica per un corso da cui transitare al gr.a.co. presso la Ftase di Verona, passai così da Ravenna, località in ero già stato in precedenza quando fui invitato ed inviato a Bologna ed appunto a Ravenna, nel periodo in cui una banda di poliziotti mieteva decine di vittime a colpi di arma da fuoco.

Giunsi alla Folgore in un modo diverso dai miei colleghi del corso sottufficiali, loro da sergenti io da militare di leva raffermato, questo proprio a causa di quella strana carriera che mi ha visto protagonista di tre differenti arruolamenti e tre differenti congedi per poi, anche da civile, continuare a collaborare con chi aveva ancora una uniforme.

Paracadutisti in cui di fatto ero un fantasma perchè pur brevettato come paracadutista militare ed in forza ad un reparto della Folgore non partecipavo né alle attività addestrative né a quelle operative bensì ero solo ospitato in Brigata, da cui raggiungevo Camp Darby insieme ad un sottufficiale anziano che periodicamente transitava al RUD per tornare al reparto.

E’ difficile descrivere i meccanismi che hanno caratterizzato la mia carriera sui quali scriverò un futuro articolo, per ora consideriamo il periodo 1985-1988 come una epoca in cui ho indossato e dismesso l’uniforme restando però sempre nello stesso ambiente militare, italiano ed americano.

Per quanto giovane e certamente manipolabile non ero così immaturo da non comprendere quello che stavo vivendo, anche grazie al confronto offerto dai miei parenti che lavoravano come impiegati nell’ambasciata americana di Roma negli uffici degli addetti militari ed in particolare svolgevano la funzione di autisti degli ufficiali della Defense Intelligence Agency, il controspionaggio militare americano, con alcuni dei quali divennni amico sin dai tempi del 58° corso sottufficiali e che mi introdussero a Camp Darby tramite i canali militari italiani della Brigata Paracadutisti Folgore.

“Prendi appunti” è stato il consiglio dei miei parenti, per questo ho imparato ad annotare fatti e circostanze man mano che comprendevo che la mia carriera non sarebbe stata come quella dei miei colleghi di corso.

Occorre comprendere gli eventi restando fedeli al fatto chiuso, ovvero presenti a quel periodo e con quella mentalità e capacità di percezione e di elaborazione dei fatti che vivevo, non analizzati col senno di poi proprio per capire da un lato la mia confusione rispetto alle aspettative di carriera e dall’altro la mia piena consapevolezza del dispositivo in cui ero stato inserito.

Ero nello stesso reparto dei miei colleghi del corso sottufficiali ma loro erano dei sergenti maggiori in servizio permanente effettivo mentre io non ero di fatto altro che un “senza gradi” che svolgeva degli incarichi riservati ai sottufficiali ed agli ufficiali in SPE, staccato dal reparto stesso e sostanzialmente isolato dagli altri paracadutisti.

Certamente ne pativo una sorta di frustrazione di fronte sia alla carriera che alle garanzie economiche ad essa associata, avevo un buon stipendio ma minore di quello che avrei dovuto ricevere, tolleravo consapevole del “qui ed ora” che vivevo senza restare passivo ma cercando di capire le ragioni di quella mia strana carriera, che nessuno mi aveva spiegato ma solo immesso in un dispositivo nel quale le stavo comprendendo da solo.

Specialmente nel marzo del 1988, poche settimane dopo che fui posto in licenza in attesa di congedo, quando un nutrito nucleo di carabinieri giunse nella mia abitazione per incatenarmi a dei ferri con un mandato di cattura firmato da un giudice che, in uno dei paradossi di questa storia, sarà egli stesso arrestato e condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari, lo stesso che gestirà il primo processo relativo alla strage del Moby Prince, come lo stesso PM lo ritroviamo anche nel mio caso oltre che nelle indagini della tragedia in cui sono morte 140 persone.

Avevo 19 anni anagrafici, ero incensurato e proveniente da una famiglia sana, in licenza illimitata dalle FF.AA. in cui gravitavo da tre anni ma fui descritto in una prima informativa redatta dai carabinieri come un “nullafacente”.

Fui accusato, nel 1988, di essere stato l’autore di quanto denunciato, nel 1986, dal transessuale Amaro Mauro, il “Maruska”, ovvero di avergli rubato l’incasso della serata di prostituzione che questi conduceva come professione sin dagli anni sessanta ed un mangianastri a cassetta di poco valore e perciò fatto prigioniero nella misura dell’arresto cautelare per il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, altro paradosso di questa storia, visto che nei lunghi mesi trascorsi dal dicembre del 1986 ero sempre stato rintracciabile in una caserma in cui prestavo servizio e mai vi furono di segnali di inquinare delle prove, basate sulla sola relazione informativa del carabiniere che la compilò.

Trascorsi 77 giorni al supercarcere di Livorno, durante i quali mi fecero visita in due occasioni degli operatori dello Stato che mi chiesero di “fare la spugna” nei confronti di un paio di detenuti che erano riconducibili agli anni di piombo ed al traffico di armi presenti nella sezione in cui potevo transitare.

Una sera, mentre osservavo le sbarre della gabbia che mi conteneva, provai ad abbaiare ma le guardie carcerarie si arrabbiarono per cui decisi di restare in quel mutismo nel quale mi ero sostanzialmente rifugiato, sia per non entrare in contatto con gli altri detenuti per i quali ero “uno sbirro” sia per il trauma che intimamente stavo vivendo in forza di quanto mi era accaduto sin dal 1985.

Quando nel novembre del 1988 fui rimesso in libertà, dopo qualche mese alla tortura degli arresti domiciliari, il mondo era cambiato e nessuno sembrava più conoscermi o riconoscermi, per i vecchi colleghi ero “un finocchio” che se la faceva coi transessuali mentre per il vicinato ero un “parà fascista” che aveva rapinato un transessuale storico e ben conosciuto a Livorno, che io stesso conoscevo anche perchè abitava a pochi chilometri da casa dei miei genitori ed avevo visto in compagnia di un paio di colleghi qualche mese prima di essere arrestato.

Come ebbi occasione di dire ad un funzionario della DIA che coadiuvava un magistrato nel corso di un mio interrogatorio, provate a chiudere gli occhi e ad immaginare di essere un sedicenne che vince il concorso per un lavoro considerato “posto fisso” in quel periodo, che aveva iniziato a lavorare come garzone di bottega sin da quando aveva 7 anni, felice quindi della indipendenza economica e del ruolo sociale e professionale abbracciato, il quale studiava ed investiva lo stipendio nella formazione extra militare per poi ottenere altre qualifiche, che a poche settimane dalla fine del corso sottufficiali ha subito il congedo per un problema medico mai prima diagnosticato poi risultato falso, ritrovandosi ancora minorenne nella vita civile dopo una importante formazione militare.

Ragazzino che caparbiamente dimostra l’errore sanitario, apparentemente casuale, e per questo viene chiamato direttamente dal comandante della SAS per essere reintegrato in servizio anche se il 58° corso era ormai terminato ed i colleghi erano dei sergenti inviati alle scuole di specializzazione.

Ragazzino che inizia tutto da zero con un nuovo corso, in cui diventa maggiorenne per poi essere ancora una volta congedato per ragioni mai chiarite.

Ragazzo ormai diciottenne che sarà poi arruolato come militare di leva nei paracadutisti della Folgore e durante le attività per il conseguimento del brevetto di paracadutista militare alla s.mi.par di Pisa, il comandante della scuola, proveniente dalle forze speciali, unitamente all’ufficiale “I” gli ordina di non fare menzione della sua precedente esperienza militare.

Contestualmente sin dal 1985 la frequentazione della base di Camp Darby, in cui era considerato un militare nonostante gli intoppi di carriera, era regolare e coerente tanto da avere un permesso di accesso a lungo termine in forza del quale non era mai identificato al gate di accesso ma entrava ed usciva liberamente dalla base, in cui incontrava altri militari italiani ed americani ed altri civili per condurre delle attività formative in materia militare.

Ad un tratto dopo quasi quattro anni in questo stile di vita, lo arrestano e da “sicuro e fidato collaboratore” come scritto nelle note caratteristiche del Ministero della Difesa diventa un “nullafacente” nel rapporto di un carabiniere, lo stesso rapporto nel quale il transessuale diventa da pregiudicato e noto alle FF.PP. sin dal 1967 ad essere descritto come un “impiegato” senza descrivere il tipo di impiego ed il datore di lavoro.

Quanto sopra può stimolare la riflessione sulle ragioni per le quali ho attivato una lunga ricerca proprio per dimostrare le mie ragioni, specialmente dopo aver subito e patito l’onta della prigionia, durante la quale ero un rinnegato per le guardie ed uno sbirro per i detenuti e non ho avuto una vita facile all’interno di quel contenitore di libertà rappresentato dal supercarcere di Livorno nel 1988, era in vigore ancora il vecchio codice, in cui transitavano anche dei criminali di spessore legati sia alle mafie che al terrorismo, motivo per il quale mi fu chiesto di “fare la spugna” da parte di due uomini, uno dei quali lo ritroveremo nella denuncia dell’ambasciatore Fulci relativa alla falange armata, come ritroveremo i due colleghi della Folgore che dettero la fotocopia della mia patente al transessuale coinvolti nei fatti di gladio e degli “ossi” e ritroveremo l’ex fidanzato dello stesso transessuale, che questi descrisse anagraficamente, come un effettivo operatore del “Tuscania” che avrà dei contatti con me mentre ero a Bologna ed a Ravenna ed in contatto altresì con un certo suo ex collega carabiniere paracadutista, tale Damiano Bechis, ucciso nel corso di una rapina ove faceva il rapinatore e non il carabiniere, eventi questi incorniciati da una banda di poliziotti che si sospetta sia stata gestita da un livello militare occulto.

Nel novembre del 1988 appena rimesso in libertà andai a fare una nuotata in mare, ripromettendomi di trovare le prove della mia innocenza per compensare il dolore patito soprattutto dai miei genitori, coinvolti in un fatto più grande di tutti noi.

Prove che in quel periodo, col vecchio codice prima della riforma, non prevedevano le indagini difensive, dovetti così cercarle in modo meno ortodosso indirizzandomi immediatamente verso l’unico ambiente nel quale avevo vissuto e lavorato per circa quattro anni, quello militare.

Questi sono i motivi originali per i quali ho messo il naso in quelle faccende, che hanno poi visto una loro estensione alla presenza di strutture occulte dentro Camp Darby, al traffico di armi e di rifiuti tossici con la Somalia, a Gladio e la falange armata ed al corollario di eventi gravi che a vario titolo rappresentato un fil rouge collegato alle strutture clandestine che dalla Folgore traevano i migliori uomini e a quei settori dello Stato con cui ho poi cooperato anche allo scopo di poter usufruire degli strumenti operativi per acquisire elementi ed informazioni altrimenti impossibile da conoscerne e reperire.

In tutto questo è nato il conflitto con chi aveva l’interesse a mantenere il segreto su quel mare magnum delle strutture occulte, della operazione falange armata e sulle attività con la Somalia, non certo per contrastare la ricerca delle piccole ed individuali ragioni di Fabio Piselli che, proprio per quella caparbia volontà di ricerca, ha finito col rappresentare una fonte di luce contro degli eventi di più ampio spessore che dovevano restare in ombra e per questo è stato contrastato con una mole informativa denigratoria feroce mirata a ridurne la credibilità ed l’attendibilità testimoniale.

Il nostro è quello strano paese in cui per dimostrare la tua innocenza devi prima pagare il prezzo dell’ingiusta colpevolezza, favorendo così coloro che forti di un potere delegato ti gettano il fango addosso per poi dire che sei sporco.

Dopo 34 anni attendo ancora il riconoscimento di una ingiusta detenzione, attendo ancora la documentazione originale dei fatti in cui il mio nome è citato e veicolato con una classifica di segretezza anche a Washington, attendo ancora di capire per chi ho lavorato nel periodo degli anni bui, augurandomi di aver contribuito con la mia collaborazione a quella parte sana di un settore in cui sono state evidenziate la presenza di soggetti legati alla Gladio, agli Ossi ed alla operazione falange armata, personaggi che dopo una attenta e seria analisi sono riconducibili a tutte le altre operazioni occulte di quel periodo, 1985\1995, durante il quale ho visto poliziotti uccidere decine di persone, 140 vittime di un traghetto andato in fiamme, magistrati saltare in aria ed un paese come la Somalia diventare la pattumiera tossico nociva della civiltà più sviluppata, ho visto amici ed ex colleghi morire ammazzati, massacrati su uno scoglio o impiccati ad una maniglia, ho visto soprattutto la mia giovinezza lasciare spazio alla necessità di salvare la mia storia che col tempo si è trasformata in un futuro che non ha mai avuto un presente, se non adesso che sono diventato marito e Padre.

Nel quadro di insieme delle mie lunghe ed annose ricerche ho tratto un filo che ho definito il fil rouge, il quale collega puntualmente più eventi apparentemente scollegati fra loro per periodo e fatti ma converge nella presenza di quegli stessi ambienti militari, di quegli stessi ex colleghi e soprattutto delle stesse dinamiche e degli stessi meccanismi di uso ed abuso di un potere offerto dagli strumenti istituzionali di polizia e di sicurezza, reso funzionale alla tutela di un segreto e non alle esigenze di istituto.

Se lavori col fango ti sporchi inevitabilmente le scarpe, per questo non mi sono mai presentato ad un interrogatorio con le scarpe lucide ma non ho mai permesso di infangare la mia dignità di uomo, d cittadino ed anche di ex operatore dello Stato, non servitore, ma attento collaboratore di quelle istituzioni purtroppo inquinate da una nozione di sistema che dal 1994 si è fatta Stato.

Quanto sopra invita ad andare oltre il mero caso Piselli, che rimane una vicenda personale, per raggiungere quel livello superiore degli eventi in cui il caso Piselli è stato cooptato e che certamente richiede un interesse collettivo verso quei fatti che hanno caratterizzato un periodo storico ancora attuale.

Non ho mai amato la personalizzazione dei casi, perchè è utile solo a creare dei tifosi delle varie tesi e a contribuire al depistaggio di chi dona in pasto alla massa l’osso più utile per soddisfarne soprattutto il desiderio di proiettare in un capro espiatorio anche le proprie responsabilità.

Essere capaci di porre in discussione una tesi ed una ipotesi anche se porta la sigla di un operatore dello Stato, significa restare autonomi da quel potere che ingerisce nella nostra analisi di quei fatti che appaiono complicati e, per questo, ci affidiamo a chi ci offre una garanzia di sicurezza ed affidabilità come tale dovrebbero essere i rappresentanti dello Stato che, talvolta tradiscono il proprio mandato paradossalmente per restare fedeli al proprio istituto e, tutto questo, è il paradosso nel quale ho sguazzato per oltre trenta anni.

Occorre rileggere con una ottica di più ampio respiro quel periodo storico per conoscere e riconoscere quello stesso fil rouge che ho creduto di evidenziare nella analisi delle mie progressive ricerche, non per questo un fatto certo ma un potenziale suggerimento che consente di superare sia i confini del pregiudizio che le barriera opposte da un abuso del potere di Stato che, in troppi eventi, ha distrutto la vita di coloro che hanno rappresentato un rischio per quegli interessi che sono “nello” Stato ma non solo “dello” Stato.

Mi considero un uomo che ha superato i cinquantanni, tornato giovane da poco, che ha accettato di non essere mai stato un ragazzo perchè cooptato in un ambiente che imponeva l’essere più grande, più maturo e forse lo sono stato sul serio, o magari ero solo un ragazzino armato che è riuscito a sopravvivere ad una guerra silenziosa dentro i gangli dello Stato…

F.P.