due parole sull’abuso investigativo…

20 Marzo 2019 Off Di Fabio Piselli
due parole sull’abuso investigativo…

Quando mi chiedono il perchè dopo così tanti anni persisto nel sensibilizzare la collettività verso la comprensione delle dinamiche del depistaggio, rispondo che fino a quando non si interromperà l’uso offensivo degli strumenti di giustizia avremmo sempre degli innocenti sottoposti al ricatto della carcerazione, esposti al pregiudizio ed alla condanna sociale, trasformati da persone (soggetti di vita propria) in personaggi (oggetti di un fascicolo penale) che si vedranno sottoposti alla gogna di una falsa accusa, ridotti nella loro credibilità testimoniale e infangati nella loro moralità.
Un errore giudiziario può accadere in ogni paese, a causa di una errata attività investigativa o per una testardaggine di indagare in una sola direzione oppure per mille altre variabili prive però di una reale intenzione di dolo, ovvero di far sì che quell’errore accada e sia patito.
Diverso è l’abuso investigativo che, nelle sue dinamiche, ha tutte le caratteristiche del dolo intenzionale di colpire il soggetto-oggetto con una falsa accusa e con le conseguenze penali patite, fino alla carcerazione cautelare o ad una ingiusta condanna definitiva.
La mia esperienza in tal senso non è, purtroppo, limitata al caso datato 1986 che rappresentò l’evento originale per il quale iniziai quelle indagini difensive in un periodo in cui il vecchio codice ancora vigente nemmeno le permetteva, motivo per il quale stavo sostanzialmente svolgendo delle illecite ricerche negli ambienti in cui lavoravo, quelli militari italiani dell Folgore e quelli militari americani di Camp Darby.
Infatti, le ultime false accuse che ho ricevuto sono più recenti, di pochi anni fa, terminate in una archiviazione per l’infondatezza della notizia di reato ma ancora ben visibili nella mia vita di tutti i giorni.
Un abuso investigativo nasce a tavolino in orario ministeriale, posto in essere da soggetti che hanno modo ed opportunità di utilizzare gli strumenti del proprio ufficio, come degli operatori delle informazioni, della sicurezza e della polizia giudiziaria, laddove in concorso fra loro o in modo semplicemente conseguenziale ai desiderata del livello superiore, questi formano una notizia di reato che giustificherà l’accensione di un fascicolo penale contro una persona in quel momento considerata un pericolo contro chi, nello Stato, persegue degli interessi diversi da quelli di istituto.
Per fare un esempio pratico, ricordo che due giorni dopo essere stato sentito come testimone in una indagine che mirava al presunto coinvolgimento di soggetti militari e dei servizi segreti, ho ricevuto una singolare accusa tale da giustificare un decreto di perquisizione ed il sequestro di tutta la documentazione cartacea ed elettronica in mio possesso.
Oltre dieci ore di perquisizione, mirata, che ha di fatto portato via tutte le possibilità materiali di confermare quanto stavo testimoniando e ridotto così una più ampia valutazione della credibilità oggettiva dei contenuti; questo in forza di una accusa, chirurgica, che mi vedeva indagato per aver condotto secondo la falsa accusa delle illecite intercettazioni e di aver violato un segreto di ufficio proprio mentre di mestiere lavoravo con la PG in materia di intercettazioni e per altre consulenze avevo accesso a informazioni investigative riservate.
Dopo troppi anni di gogna mediatica e giudiziaria l’indagine è finita nella bolla dell’infondatezza della notizia di reato, il materiale sequestrato è stato iper-visionato da altre entità e decurtato di alcuni computer e memoria mai ritrovate.
L’uso estorsivo della notizia di reato è una risorsa sempre utilizzata da quella “nozione di sistema” che si nasconde nello Stato e ne abusa degli strumenti operativi di sicurezza e di polizia, forte anche della sostanziale sudditanza manifestata dai livelli inferiori sempre pronti a soddisfare i desiderata dei capi nella speranza di trarne dei vantaggi di carriera o anche per la semplice incapacità di capire gli eventi ai quali partecipano.
L’abuso investigativo si basa sull’estorsione del tempo, perchè la peggiore condanna che patisce chi ne è vittima è rappresentata proprio dal tempo che intercorre fra la ricezione della falsa accusa ed il momento della dimostrazione che tale è. Dimostrazione che avverrà a distanza di cinque, dieci o anche trenta anni dai fatti originali per cui rimane alla fine dei conti un fatto personale, ridotto nella memoria collettiva invece più ancorata ai titoloni delle false accuse a suo tempo così prodotte e tali da sviluppare sia il pregiudizio sociale che nel mio caso anche la scadenza dei requisiti morali e di sicurezza per continuare una attività professionale.
L’abuso investigativo ha sempre le stesse identiche dinamiche pur con meccanismi diversi, ma la struttura è costantemente radicata all’interno di un ufficio di sicurezza o di polizia che informa l’autorità giudiziaria competente per territorio prima con una CNR (comunicazione di notizia di reato) poi con una gestione delle notizie investigative personalizzata fra ss.ii.tt. (sommarie informazioni testimoniali) e rapporti informativi i cui contenuti manifestano solo dopo troppi anni l’intenzione di indurre nei magistrati l’interpretazione di un “personaggio” e non più persona con una valenza negativa sia sotto il profilo delle condotte che nella credibilità testimoniale.
Un errore giudiziario può capitare a chiunque, vi sono stati casi in cui il malcapitato si è trovato a somigliare ad un indagato e a guidare lo stesso modello di autovettura, finendo in manette al posto suo.
Vi sono invece ancora troppi casi in cui degli operatori dello Stato falsificano, consapevoli o solo manovali, manipolano e gestiscono le informazioni in modo tale da strumentalizzarne i contenuti per sottoporre un cittadino, anche un militare, anche un poliziotto al ricatto della falsa accusa perchè in quel momento rappresenta il rischio di minare quella “nozione di sistema” alla quale ho fatto più volte riferimento.
La collettività ha un ruolo importante in tutela di chi patisce tutto questo, perchè la falsa accusa ne cerca il desiderio di gogna, ne stimola l’ignoranza sociale, ne coltiva il pregiudizio.
Ecco i motivi per i quali oltre che rivolgermi alla Giustizia ed alla politica, coinvolgo la collettività stessa con questa umile opera di sensibilizzazione al confronto su fatti che certamente sono personali nella sofferenza, ma non privati quando fanno parte di un evento tragico che ha colpito l’opinione pubblica che, nel nostro strano paese, coinvolge sempre qualche settore dello Stato che definisco essere espressione di quella “nozione di sistema” che dovremmo abbattere per essere cittadini liberi da un potere di influenza che regola la vita del paese e distrugge quella delle persone..
F.P.