due parole sul coinvolgimento di Fabio Piselli nelle indagini dell’omicidio Narducci-mostro di Firenze…

Questo Blog mi consente di parlare dei fatti che a vario titolo hanno suscitato l’interesse nei miei confronti, senza imporre una mia versione ma quelle ormai note “due parole” che riguardano i casi giudiziari di particolare spessore nelle cui carte è veicolato il mio nome, con lo scopo di dissipare una nebbia di avvezione che talvolta confonde gli interessati fra l’essere stato un consulente in ausilio alla polizia giudiziaria, rispetto che un indagato, in questo caso per i crimini commessi dal cosiddetto mostro di Firenze e dal circuito più ampio in cui sono maturati quei terribili delitti, forse non ancora ampiamente compreso.

Premesso che sono di origine toscana e ben ricordo gli eventi del mostro che hanno accompagnato la mia evoluzione, oltre a quanto proprio in Toscana la paura del mostro ci costringeva a fare per timore di essere colti nel nostro amoreggiare da chi uccideva in modo così brutale le coppie appartate nei momenti di intimità.

Sono livornese ed in realtà il mostro non si è mai spinto fino alla costa ma il clima di terrore che aveva suscitato in tutti gli adolescenti e quelli immediatamente più grandi era forte, oltre alle campagne informative in favore proprio delle giovani coppie coi consigli rispetto alla presenza di questo assassino, invitando a non usare la macchina o appartarsi nella boscaglia.

Ricordo che non vigeva ancora una mentalità tale che ci permettesse di amoreggiare in casa dei genitori, restava quindi la sola automobile, la boscaglia e per noi livornesi anche gli scogli di Calafuria nei periodi estivi e per coloro non ancora maggiorenni l’apino 50 oppure il motorino per raggiungere i cespugli lungo i viali del mare perchè la salita verso Montenero era ardua da superare col “ciaino”.

I miei personali ricordi mi riportano all’aia, un’area accanto al faro di Livorno, in cui con la bella Carlotta, più grande di me che aveva già la sua “mucchina” ovvero la R4, usavamo coprire i finestrini con le pagine dei giornali e si poteva assistere ad una nutrita tribù di giovani parcheggiati nei pressi con le auto simili ad una vera e propria edicola, tanto che i simpatici guardoni livornesi giustificavano con quel sarcasmo tutto labronico il loro sbirciare dal vetro, dicendo che in realtà leggevano la Gazzetta dello Sport.

Il cinico sarcasmo toscano, utile per elaborare collettivamente quel senso di diffuso terrore, era abbattuto dalle notizie che negli anni ottanta ascoltavo al TG che riportavano le uccisioni compiute dal mostro in quel periodo e mai avrei immaginato di ritrovarmi coinvolto in quelle gravi faccende.

In realtà quando tornai dagli USA alla fine del 1990, dove trascorsi del tempo nel formarmi documentandomi in materia di tutela dei minori, studiando anche quelli che gli americani definivano come SRA satanic ritual abuse, condussi delle empiriche personali ricerche documentaristiche sui delitti del mostro di Firenze ipotizzando una qualche residua presenza di segnali esoterici.

Una sorta di hobby personale, che nel corso degli anni mi ha consentito di raccogliere un archivio utile per arricchire il mio percorso di studi come educatore e poi come consulente di parte anche nei casi di abuso sui minori in cui vi erano degli aspetti esoterici.

Di questa mia attività erano edotti anche coloro con cui collaboravo in materia di intercettazioni telefoniche ed ambientali, coi quali prestavamo delle consulenze e dei servizi in ausilio alle varie aliquote di polizia giudiziaria delegate dalle procure competenti per territorio.

Una mattina del 2006 un collega mi chiese di raggiungerlo a Firenze, abitavo a Cecina in provincia di Livorno all’epoca e lo raggiunsi poche ore dopo di fronte alla carraia del “Magnifico” la caserma della Polizia di Stato, ove fummo fatti accedere senza essere identificati da parte di un poliziotto col quale salimmo fino al suo ufficio, il Gides, ovvero quello che indagava i delitti del mostro di Firenze guidato dal Dottor Giuttari.

C’era la squadra degli investigatori ma non incontrai Giuttari, mi misi al lavoro su un sistema ambientale relativo ad una indagine collegata ai delitti del mostro ma proceduta dal dottor Mignini della Procura di Perugia mirata a scoprire le cause della morte di Francesco Narducci.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali e di localizzazione riguardavano più indagati e più filoni di indagini collegate fra loro, non solo complesse per i tanti anni trascorsi ma rese nebulose dalle accuse che in quel periodo si stavano scambiando fra i vari inquirenti ad alto livello, col sospetto che qualcuno avesse svolto delle intercettazioni illegali.

Senza entrare nei particolari quella mattina è accaduto qualcosa, motivo per cui ho triangolato al dottor Mignini alcuni files che gli sono giunti solo dopo molti mesi, passando da Padova e Roma per raggiungere Perugia.

Sono stato interrogato dallo stesso Mignini e successivamente indagato dal dottor Nicolosi a Firenze ma senza nessuna conseguenza.

Ai fini squisitamente collegati all’ufficio di ausiliario di PG il mio lavoro è iniziato e durato un giorno, ho chiesto e non ho mai ricevuto la copia del decreto del GIP che mi autorizzava in tal senso o comunque qualche atto ufficiale che giustificasse la mia presenza negli uffici operativi del Gides nel corso delle indagini sul mostro di Firenze e sull’omicidio Narducci.

Questa è stata la mia attività col Gides, un giorno.

Tutto quanto precedente a quel giorno rientrava nelle attività documentaristiche private o comunque collegate ad altre consulenze diverse da quelle prestate alle polizia giudiziaria, mentre quanto accaduto dopo ha avuto un seguito riconducibile alle stesse indagini procedute dal dottor Mignini e sostanzialmente mirate a comprendere o meno l’esistenza di un livello superiore ai soli autori dei terribili delitti del mostro di Firenze.

Ho avuto l’impressione che si fosse raggiunto il perimetro di quel livello, molto potente sotto il profilo dell’ingerenza atteso i metodi di inquinamento delle indagini e l’influenza negli ambienti istituzionali, percepita sia dai vari inquirenti che dai consulenti di PG.

Ricordo quando trascorsi del tempo a “villa verde” ove mi confrontai con chi era sospettato di aver partecipato a delle presunte ritualità sataniche ricollegate ai delitti del mostro, arricchendo così il mio piccolo archivio documentale privato.

Qualche tempo fa sono stato contattato da un cittadino americano, sapeva che parlo inglese correttamente e sembrava conoscermi per come ha tirato dritto senza troppi convenevoli rispetto alla richiesta di un chiarimento sulle intercettazioni che riguardarono un altro americano, un famoso scrittore.

I delitti del mostro di Firenze sono oggetto di un interesse diffuso da parte non solo degli addetti ai lavori e degli studiosi ma anche dalla collettività sia italiana che straniera, perchè è unico nel suo genere nonostante i tanti serial killers nel mondo, unico perchè ha ucciso dei giovani innamorati massacrati nella loro intimità, unico perchè l’obiettivo del mostro di Firenze era proprio uccidere l’amore, il sentimento, l’energia delle emozioni da cui trarre quei feticci sui quali si sono fatte e si possono fare decine di ipotesi diverse.

Personalmente ho sempre indirizzato le mie ricerche sul fatto che quei delitti hanno ucciso l’amore e questo sentimento era il loro reale obiettivo, da raggiungere tramite la de-personalizzazione delle vittime intente a comunicarlo con linguaggio più potente, quello fisico della sessualità, uccidendole e traendo da queste i feticci da utilizzare presumibilmente in una ritualità contrapposta a quel sentimento.

Non ho mai in realtà escluso il pensiero della banalità del male, in cui un gruppetto di mediocri personaggi presenti in ogni località del nostro paese sono diventati dei brutali assassini, in quel progressivo percorso deviante nato sia dalla loro scadente psicologia che dall’incremento della identificazione nella sessualità trasgressiva.

Solo dopo essere stato coinvolto nelle intercettazioni al Gides e dopo gli eventi successivi, ho potuto ascoltare e leggere alcuni documenti investigativi, dai quali ho tratto la misura dello spessore di taluni personaggi ed ambienti coinvolti che non possono in alcun modo essere compatibili coi “compagni di merende” se non come una loro manovalanza a perdere.

O, forse, è tutto molto più semplice, indipendentemente dai morti e dai misteri, dallo spessore culturale e sociali e dal potere di influenza, si tratta di quella banalità del male che la nostra intelligenza ci impone di rifiutare, andando a cercare complotti più ampi e personaggi diversi da quella stessa banalità che anche ci riguarda.

Non ho più lavorato con e per la polizia giudiziaria da allora…

F.


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