due parole su Carlo Palermo…

1 Aprile 2019 Off Di Fabio Piselli
due parole su Carlo Palermo…

Ricordo le espressioni dei magistrati del pool di inquirenti che mi stavano interrogando alla Procura di Livorno, quando le loro domande riguardarono il dottor Palermo, somministrate con un tono misto fra la sufficienza e la compassione, quasi supponente rispetto alle ipotesi per le quali proprio Carlo Palermo aveva sostanzialmente imposto la ri-apertura di una nuova inchiesta sulla tragedia del Moby Prince.

La mia interpretazione di quegli ammicchi e di qualche mezza frase espressa fra loro e rivolta a me nel corso di quel lungo interrogatorio, è stata quella di assumere nei loro comportamenti una valenza riduttiva delle ipotesi investigative che Carlo Palermo aveva avanzato, quasi un obbligato castello di accuse verso gli americani, il traffico di armi ed un disegno certamente più ampio della facile nebbia; ho avuto infatti l’impressione che considerassero queste specifiche indagini come una “fissazione” patita da chi aveva subito un trauma e si era visto interrompere delle storiche indagini che riguardavano proprio i fatti grandi della politica e del traffico di armi, dei poteri forti direbbe qualcuno.

Il giudice Carlo Palermo aveva condotto una coraggiosa inchiesta quando era giunto a Trento nei primi anni ottanta, contro un traffico di droga e di armi internazionale ed era riuscito a mettere le mani sulle prime tracce del coinvolgimento di società riconducibili agli interessi politici, un precursore di mani pulite, tanto che coinvolse Bettino Craxi ed un circuito di potere forte a tal punto da costringerlo al trasferimento in Sicilia, a Trapani, dove poco dopo lo attese la deflagrazione di una autobomba.

Quelli della mia generazione e chi più grande hanno infatti nel ricordo della strage di Pizzolungo il nome di Carlo Palermo. Strage nella quale il magistrato si salvò mentre una madre, Barbara Rizzo ed i suoi due figli gemelli, Salvatore e Giuseppe Asta, morirono dilaniati dalla forza dell’esplosivo fatto brillare da dita mafiose ma presumibilmente per un interesse oltre la mafia stessa.

Ero alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito quando ascoltai il telegiornale che dava la notizia di quelle morti “collaterali” descritte nella loro terribile immagine, tanto che il mio primo istinto e non solo il mio, fu quello di incolpare Carlo Palermo per aver causato la morte di una donna di 35 anni e dei sue due gemelli di 6 anni che stavano andando a scuola.

Nel corso degli anni il nome del giudice l’ho incontrato altre volte, anche sui libri che ha scritto oltre ai fatti legati all’inchiesta Moby Prince e recentemente ho potuto leggere il suo ultimo libro “la bestia” che ha richiesto una doppia lettura da parte mia per essere compreso nel suo significato.

Il nostro è quello strano paese in cui se sopravvivi ad un attentato molto probabilmente te lo sei fatto da solo e, nel caso ci muoia qualcuno al posto tuo, assumi quel senso di colpa che ti porterai dietro tutta la vita, anche una colpa sociale verso una collettività che faticherà per comprendere bene gli eventi, oltre le prime reazioni emotive.

Dal 1985 ho potuto meglio comprendere quel quadro grande che riguardava le indagini di Carlo Palermo, ho potuto meglio comprendere il significato psicologico ed emotivo di assistere alla morte degli innocenti e del trauma che ne consegue come meglio ho compreso il motivo di un progressivo isolamento che costringe alla scelta di arrocchettarsi sulla volontà di raggiungere la verità, oppure adeguarsi al destino cinico e barbaro e tacitare la sofferenza con la commiserazione, spesso accompagnata da quelle pacche sulle spalle di chi proprio il quieta non movere cerca.

Quando sono uscito dalla procura di Livorno ebbi la sgradevole sensazione che già ben conoscevo, quella della denigrazione, del riduzionismo delegittimante, del tentativo di influenzare un pensiero tramite la personalizzazione del giudizio nei confronti della persona e, non, dei fatti.

Credo, invece, che proprio chi sceglie di lavorare in favore della collettività in nome della Giustizia abbia, ad ogni livello di competenza, il dovere di scindere le proprie personali convinzioni dalle analisi dei fatti, anche quelli che pongono in discussione la qualità del proprio lavoro ma, proprio questo, sprona taluni a preferire la sufficienza del supponente sapere rispetto che saper meglio analizzare una propria insufficienza nelle indagini.

Carlo Palermo ci offre un confronto unico nel panorama di coloro che hanno speso una vita nella ricerca della verità, perchè ci pone a confronto un lungo lavoro di ricerca che supera i meri confini della rilevanza penale e giunge alla sfera personale della collettività tramite lo studio di quelle dinamiche di influenza che agiscono nel nostro pensiero così condizionato da un “sistema” potente come egli ci descrive. Costringendoci ad investire sia sulla nostra intelligenza che sulla volontà di capire quel che scrive e quel che dice, perchè non tratta affatto dei temi facili o il solo percorrere le esperienze della sua vita ma ci parla di situazioni che inevitabilmente necessitano anche di un buon livello formativo e culturale oltre che del desiderio di comprenderne i contenuti ed il significato.

Personalmente, oltre all’approfondire i temi delle sue analisi, mi concentro sull’esempio umano che ci dona, quello di un uomo prima di tutto e non di un ruolo, uomo sopravvissuto che piange le vittime innocenti, non colui che tenta di far sopravvivere un ruolo che ha perduto sia a causa della natura delle sue indagini storiche che per quel terribile attentato.

Carlo Palermo piange quelle vittime senza indurci un vittimismo per simpatia ma offrendo lo specchio del dolore nel quale tutti possiamo riconoscerci oltre le personali convinzioni e schieramenti di sorta; piange quel se stesso recuperato a pezzi emotivi e psicologici anche se rimasto intatto dall’onda d’urto dell’esplosivo, perchè non camuffa il suo vissuto ne lo trasforma in uno spavaldo motore di lotta, rimane compatto fra l’intelligenza del sapere la materia che tratta e l’umiltà del non fuggire di fronte al fardello che ha inciso nella sua vita, come il ricordo di Barbara Rizzo e dei suoi figli gemelli, che tutti noi abbiamo in gran parte dimenticato pochi giorni dopo la strage di Pizzolungo.

Il trauma del sopravvivere ad un attentato scavalca i limiti della psicologia e sfocia nell’oceano delle emozioni, quelle si personali, le stesse con le quali ti confronti tutti i giorni e non solo quando studi degli atti investigativi o scrivi un libro, con le quali misurarti anche nei rapporti interiori e nella relazioni con gli altri da te, dagli affetti al resto del mondo che ti identifica sempre con il soggetto sopravvissuto ad un attentato che ha ucciso proprio degli altri da te e, non necessariamente, come la persona che sei.

Carlo Palermo ci suggerisce di guardare oltre e sopra, livello per livello, ma anche dentro di noi perchè parla di un metodo di influenza ramificato a tal punto da raggiungere la nostra vita, quella apparentemente lontana dalle stragi e dai traffici, invece rappresentata da una simbologia che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni o che possiamo evidenziare in una ampia parte della nostra vita sociale, politica e culturale.

Una simbologia che rappresenta una sorta di linguaggio non verbale che si tramanda di generazione in generazione all’interno di un circuito potente, come fosse un parallelo stile di vita che coopta tutti noi nelle sue dinamiche e non è solo un “qualcosa” che sostanzialmente è a noi parallelo e non incide nel nostro quieto vivere.

I suoi libri ed i suoi dibattiti possono aiutare gli interessati a meglio comprendere i temi che tratta, che personalmente richiedono come ho detto una doppia lettura ma questo dipende solo dalle mie residue facoltà mentali.

Quando ho conosciuto Carlo Palermo ne ho avvertito la capacità di ascolto con quell’attenta intelligenza di filtrarne i contenuti, consapevole che “quelli come me” hanno un linguaggio che contiene il vero, il falso ed il verosimile associato da un metodo imposto dalla natura delle informazioni e dal tipo di “scuola di lavoro” ma ho riconosciuto in lui un uomo capace di scindere la persona che interroga dall’individuo umano.

Quando hanno provato a dirmi che sono finito in fiamme per colpa sua, rispondo che ognuno è consapevole dei rischi che si assume con le proprie scelte e soprattutto dei differenti ruoli fra chi cerca una verità e chi può contribuire in questa ricerca, specialmente se proviene da un ambiente ambiguo che potrebbe stimolare il malizioso pensiero del depistaggio.

Carlo Palermo ha avuto davanti un uomo con una storia che lo ha reso consapevole della piena stessa consapevolezza di “finire con le ossa rotte” come ebbi a dirgli in tempi non sospetti e, soprattutto, con quella serena coscienza che ognuno lavorava con la propria capoccia e, col senno di poi, avrei dovuto affidarmi a lui invece di temere di fidarmi.

Questo scritto è forse un chiedergli scusa per non aver accettato il suo invito proprio ad affidarmi alla persona con una visione più ampia dei fatti, non immaginifica come quella di chi pur di fuggire il proprio dolore disegna quadri di potere utili a giustificare il senso di colpa.

Forse con la mia scelta ho voluto ricordare a me stesso di non aver voluto far parte di quel sistema che ha coinvolto qualche ex collega in un circuito di potere talmente forte da confondere gli obiettivi, partecipando in qualche modo alle stragi.

Una strage non è solo il ricordo doloroso della morte data per interessi considerati superiori alla vita degli individui, ora criminali ora per ragion di Stato, dovrebbe essere soprattutto nel nostro strano paese una costante opportunità di confronto per capire bene se la ragion di Stato non sia il miglior alibi per una politica che ha sfruttato la manovalanza criminale e per una criminalità organizzata che si è fatta politica, dopo aver spazzato via con l’esplosivo i giudici che ne ostacolavano il cammino e, nel caso di Carlo Palermo, ha distrutto la vita di una famiglia che stava compiendo il gesto quotidiano che tutti noi genitori facciamo, quello di accompagnare i figli a scuola.

Carlo Palermo non dovrebbe essere un simbolo, non dovrebbe essere un maestro, non dovrebbe essere un ex della magistratura o della politica, bensì un uomo con un vissuto tale da rappresentare un confronto importante che merita attenzione e volontà di capire, per poi trarne le conclusioni in base alle singole intelligenze rispetto ai contenuti che ci offre.

Personalmente ho capito di aver commesso l’errore di non ascoltarlo quando avrei dovuto e, per questo, gli chiedo scusa…

F.P.